Maximilian Robespierre, Dittatore del “Terrore”… di Francesco Viscelli

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Robespierre era incapace di votare o di mandare alla morte qualcuno per inimicizia personale o per desiderio di arricchirsi”.

Questa frase scritta nella sue memorie da Sant’Elena da Napoleone, e che forse contiene anche un po’ di disprezzo, ci può fornire già un’idea del personaggio in questione, passato alla storia, oltre che come principale autore del “Terrore” nel periodo più cruciale della Rivoluzione Francese, anche col soprannome di ”Incorruttibile”, parola il cui significato si è andato via via offuscando nello scorrere del tempo.

Chi ha masticato un po’ di storia, avrà una sufficiente conoscenza della figura di Robespierre e del ruolo da lui svolto all’interno degli eventi rivoluzionari, ma fu egli, convintamente e volontariamente, quel ”terrorista” quale viene percepito dal comune sentire, oppure la gravità delle circostanze in cui si trovò ad operare come Capo del Comitato di Salute Pubblica lo costrinse a ricorrere a mezzi estremi?

Per lo storico francese Jean-Clement Martin, autore de ”Robespierre-La fabrication d’un monstre”, edito nel 2015, il terrore come dispotismo della legge è ”l’aspirazione al sublime della giustizia”, va al di là della condizione umana.

La Rivoluzione, insomma, andava difesa e con essa la rigenerazione dell’uomo anche ricorrendo alla violenza, che doveva rimanere però di esclusiva pertinenza del governo.

Eppure lo stesso Robespierre, tre anni prima che scoppiasse il “Terrore”, nel 1791, aveva scritto:”I giudizi umani non sono mai abbastanza certi, perché la societá possa condannare a morte un uomo”.

Cioè, per lui la pena di morte era sostanzialmente ingiusta.
Invece, tre anni dopo, affermava che la forza di un governo rivoluzionario “è a un tempo la virtù e il terrore”.

Questo capovolgimento di opinione si può ragionevolmente spiegare tenendo presente la criticissima situazione in cui Robespierre ed i suoi collaboratori si trovarono ad affrontare in quell’anno: rivolte interne, rischio di accerchiamento ai confini, cospirazioni, grave crisi economica, ecc.

Ma è sufficiente tutto ciò per mettere crudelmente a morte migliaia di persone (il famoso boia parigino Sanson nelle sue memorie ne contò circa 14.000) anche solo in base a dei sospetti?

Certo, al di fuori del contesto storico in cui queste atrocità di verificarono, possono soltanto destare raccapriccio.

D’altronde però non risulta ci sia mai stata una rivoluzione, una vera rivoluzione che abbia sconvolto dalle fondamenta un sistema politico-economico-sociale la quale non abbia conosciuto incredibili atti di ferocia.

Forse non nelle forme lugubramente teatrali in cui si verificarono durante la Rivoluzione francese, ma non per questo meno biasimevoli e disumani.

Diceva Mao Tsè-Tung: ”La rivoluzione non è un pranzo di gala… è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”.

C’è chi avanza la tesi che Robespierre, per quanto poteri assoluti avesse assunto, non si rendesse o non volesse rendersi perfettamente conto di ciò che la rivoluzione significasse veramente e quindi non fu un vero tiranno.

Credo che l’allievo di Rousseau avesse ben chiaro gli obiettivi da raggiungere per la costituzione di una nuova società che si ponesse come fine ” la ricerca della felicità e del bene comune”, e che per tentare di realizzare ciò era pronto ad indossare i panni del dittatore allorchè le circostanze lo avessero richiesto, come quando non esitò a far condannare alla ghigliottina anche il suo amico d’ infanzia G. J. Danton.

Filippo Buonarroti, che aveva avuto conoscenza diretta di Robespierre ed anzi aveva con lui collaborato in quegli anni tumultuosi, in una breva biografia scritta dopo il 1830, vuole vedere nell’avvocato di Arras non il tiranno ma l’uomo che eventi eccezionali avevano costretto a prendere decisioni eccezionali ”per arrivare al regno pacifico dell’eguaglianza e del popolo”.

Quest’uomo dal carattere e dalle decisioni forti ebbe forse quel solo momento di esitazione o di debolezza quando nella seduta della Convenzione del 26 luglio 1794, pur a conoscenza di quanto stessero tramando i suoi nemici, si limitò a lanciare oscure minacce senza pronunciare tutti i nomi dei congiurati.

Questo gli fu fatale. Due giorni dopo veniva arrestato e saliva sulla ghigliottina.

Più che un tiranno nel senso classico del termine (non aveva, ed esempio, un esercito che appoggiava il suo regime), Robespierre fu un uomo della forte autorità morale che, unità ad una non comune capacità oratoria, gli permetteva di esercitare una notevole pressione in seno al Comitato e alle Convenzione, e si può affermare che in quel movimento di straordinaria importanza per la civiltà occidentale che fu la Rivoluzione francese, “l’Incorruttibile”, pur con i suoi eccessi, svolse un’opera vigorosa per l’abbattimento del vecchio mondo feudale e l’affermazione di un nuovo ordine politico-economico-sociale, certo non perfetto, ma sicuramente meno iniquo.

Francesco Viscelli

Il fine giustifica i mezzi? Di Francesco Viscelli

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