Il fine giustifica i mezzi? Di Francesco Viscelli

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Il fine giustifica i mezzi”: in questa breve frase spesso si pensa grossolanamente di poter racchiudere il pensiero politico di Niccolò Machiavelli il quale, in realtà, non la pronunciò mai nei termini suddetti.

Infatti nel ”Principe”, Cap. XVIII, si legge: “nelle azioni… massime de’ Principi… si guarda al fine… i mezzi adoperati saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati”.

In linguaggio odierno, credo, si potrebbe tradurre: “i vincitori hanno sempre ragione e saranno sempre ammirati“.

Le opere machiavelliane, e specialmente la più nota che ho appena nominato, suscitarono accese discussioni e polemiche già poco dopo la loro pubblicazione.

La Chiesa, detentrice del potere dell’ ”imprimatur”, agli inizi non ne ostacolò la stampa, ma in seguito ai veementi attacchi degli elementi più conservatori e oltranzisti della Curia, tra i quali si distinse il cardinale inglese R. Poole, nemico giurato di Enrico VIII, le condannò e le inserì nell’Indice dei libri proibiti con l’accusa di ateismo, di dottrina esaltatrice del paganesimo che portava alla corruzione dell’ istituto monarchico, insomma di scritti ”execrandi”.

Condanne arrivarono anche da esponenti del mondo protestante, i quali indicarono il Nostro Come rappresentante del cinismo cattolico e negatore della libertà di coscienza.

Eppure non c’era allora uomo politico che non studiasse le opere del Machiavelli.

Del quale continuarono ad occuparsi nel corso del secoli figure di primo piano della cultura non solo italiana, cominciando da Cartesio: la politica deve essere diretta, alla ricerca dell’utile, indipendentemente dalla morale; per passare a Vico: ”le massime e i consigli che… ei propone a’ Reggitori delle città e de’ regni son tali che ogni uomo religioso e saggio non può udirle che con orrore”; ad Hegel: Machiavelli celebratore dell’autonomia dalla religione e dalla morale e azioni del principe da assolvere perché compiute non per motivi privati, ma per un’alta ragione politica; a Croce: Machiavelli scopritore della necessità e dell’autonomia dalla politica, la quale è al di là del bene e del male morale.

Certamente alla base del pensiero di Machiavelli c’è una visione pessimistica dell’uomo, quasi, per dirla con Hobbes, un ”homo homini lupus”.

Da scienziato della politica egli prende atto della realtà che risulta ai suoi occhi e che induce ad affrontare gli altri uomini per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere.

A questo punto torna prepotente la domanda se ancora oggi, da un punto di vista etico, possiamo giustificare l’affermazione di cui si sta trattando.

Sicuramente chi è cresciuto in una società cristiana che si rifà ai precetti della morale evangelica, è difficile non resti turbato dal cinismo insito nella frase machiavelliana, anche se ormai pare generalmente accettato il principio che all’uomo politico sia lecito comportarsi in modo difforme della morale comune.

Lo stesso Sartre sostiene che chi svolge un’attività politica non può fare a meno di sporcarsi le mani.

La questione morale non si restringe naturalmente al solo campo politico, anche se qui vi assume un’importanza più rilevante, ma riguarda un po’ tutta la condotta umana.

Si parla infatti di etica economica, etica medica, etica sportiva, ecc…

In questi settori però non viene messa in discussione la morale in sè, quanto invece i principi e le regole che, chi vi opera, deve seguire nell’esercizio della sua attività.

La questione rimane comunque aperta e ciascuno di noi può tentare di dare una risposta secondo la propria personale scienza e coscienza.

Io azzardo questa conclusione: la politica non deve essere strettamente legata o condizionata da morale e religione, deve sapersi separare da essa, però solo quando questo porta al bene della collettività, altrimenti il distacco della morale potrebbe andare solo a beneficio del principe, cioè di chi governa.

Anche in casi che riguardano singoli individui credo che il principio morale possa essere ignorato se ha come fine il conseguimento di un utile superiore.

Mi viene in mente una madre che sacrifica la propria vita per la salvezza del figlio.

Francesco Viscelli

“A proposito del Marchese de Sade” di Francesco Viscelli

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