Il Caffè: l’Illuminismo in una tazza

128835

Il Caffè: l’Illuminismo in una tazza

Voltaire (1694-1778), un grande Illuminista, perdeva i lumi della ragione per il caffè, è risaputo!

Ad autodenunciarlo è proprio lui:

“Bevo quaranta caffè al giorno per essere ben sveglio e pensare, pensare, pensare a come poter combattere i tiranni e gli imbecilli. Sarà senz’altro un veleno, ma un veleno lentissimo: io lo bevo già da settant’anni e, finora, non ne ho mai provato i tristi effetti sulla mia salute…”

A chi, per curiosità, avesse chiesto le ragioni di tale dipendenza, di tutta risposta se ne usciva con la sorprendente giustificazione appena citata.

Voltaire ritratto da Maurice Quentin de La Tour

(1737–1740 circa)

Voltaire sarà anche stato un caffeinomane, ma sembra che questa consuetudine non abbia nuociuto molto, visto che morì a 84 anni: certamente, siamo consapevoli del suo abuso, che aborriamo come cattiva abitudine. La medicina ha sempre raccomandato, infatti, dosi limitate, mettendo in evidenza che la caffeina è comunque una droga sociale, seppur riconosciuta.

Anche un noto musicista, dello stesso periodo, fece i conti col caffè.

Johann Sebastian Bach nel 1734 scrisse la “Cantata del Caffè”, un’opera profana e umoristica, in cui tutto ruota intorno all’abitudine della protagonista di eccedere con questa bevanda. Suo padre non ama il fatto che la figlia ne sia un’accanita consumatrice, così la minaccia in vari modi – dicendo, per esempio, che non spenderà più i suoi soldi per comprare dei bei vestiti – ma lei non cede: al caffè non rinuncerà mai! Nella seconda parte dell’opera, il padre decide di impedirle il matrimonio, fino a quando non smetterà di bere tanto caffè, poi parte alla ricerca di un pretendente. La giovane Lieschen trova il modo di aggirare l’imposizione e decide di assicurarsi un futuro sereno facendo promettere al suo corteggiatore che, una volta sposata, potrà continuare a bere tutto il caffè che desidera.

Da Voltaire a Bach fino a Sanremo, si è ammazzato il tempo bevendo, come canta Fiorella Mannoia, «caffè nero bollente», eh sì!

Occhio agli eccessi, però!

Io ci metto la mia firma, Voltaire, non lo avrebbe fatto: mi accontento del suo autografo, che scopro in rete e lo sottopongo ai lettori.

Francesco Polopoli

Gabriele D’Annunzio: poeta di fede

Previous articleSaggezza, realismo, pragmatismo… che drago!
Next articleUn corpo che parla…
Sono laureato in Lettere classiche, docente di lingua e letteratura latina e greca presso il Liceo Classico di Lamezia Terme (CZ), membro del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti. Divulgo saggi a tema come, a solo titolo di esempio, Echi lucreziani e gioachimiti nella Primavera di Botticelli, SGF 2017, ... Ho partecipato a convegni di italianistica, in qualità di relatore, sia in Europa (es. Budapest) che in Italia (es. Cattolica di Milano). Attualmente risiedo a Lamezia Terme e da saggista amo prendermi cura dell’antico come futuro sempre possibile di buona memoria. Il mio parere sul blog? Un vascello post-catulliano ove ritrovarsi da curiosi internauti: al timone del vascello ci stanno gli autori, passeggeri sono i tanti lettori a prova di click…

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here