Saggezza, realismo, pragmatismo… che drago!

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E meno male che Mario Draghi parla poco, a ragion veduta, e lo fa in occasioni importanti come è successo al suo intervento al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione dello scorso Agosto.
In quel consesso il suo discorso d’apertura non aveva lasciato margini a complotti o a interpretazioni o a presunte simpatie/antipatie per questo o quel colore politico.
Le sue parole, ricche di suggerimenti, sono state un ragionevole esercizio di verità, denso di indicazioni per un futuro che deve cominciare adesso…è il “tempo della saggezza”.
Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”.
Su questo punto ha insistito più volte ed anche di recente: “Ai giovani bisogna dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri”.
La pandemia “minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta – ha aggiunto Draghi – è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire”.
Saggezza, realismo, pragmatismo senza rinnegare “i nostri principi”.
E io ripeto a me stesso che anche la mia ormai anziana madre potrebbe fare “il Presidente del Consiglio” dato che superati ormai da un po’ di tempo gli ottant’anni, ogni volta che sente parlare al TG questo o quel “presunto leader politico” ripete:
Ma questi non hanno capito niente e quindi o sono cretini o lo fanno apposta. Dalla politica e dalla economica l’Italia adesso non vuole chiacchiere e incertezze. Dobbiamo puntare tutte le forze uniti verso il futuro dei figli, un bell’ambiente e la salute… che quando c’è quella… ecc…”.
Anche mia madre ha capito quali sono i capitoli fondamentali della ripresa, “a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa”.
C’è poi “la protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita”.
Ambiente aiutato anche dalla “digitalizzazione spinta e capillare” che ha imposto un serio cambiamento delle nostre abitudini di lavoro magari a vantaggio del ripopolamento dei piccoli centri.
Negli Stati Uniti si stima ormai uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni del 20-25 % del totale dei giorni lavorati.
E poi lavoro, giovani e istruzione (mi permetto di aggiungere “seria” non diplomi inutili tanto per dire che ho la laurea…anche se breve).

Draghi poi ha da sempre distinto un “debito buono” da un “debito cattivo”; il primo è quello che finanzia la crescita, l’altro è quello puramente assistenziale, i “regalini” inutili, come qualche tempo fa “il bonus benzina” che la Giunta Regionale della Basilicata regalava ai lucani … 3 pieni all’anno… che sciocchezza!!!
No ai sussidi perché per la sostenibilità di qualsiasi debito, a maggior ragione del debito pubblico, è illusorio guardare solo ai tassi di interesse perché quel che conta è la qualità del debito.
Ma Draghi avrà chiamato mia madre alla vigilia del suo secondo giro di consultazioni che inizia domani lunedì 8 febbraio mentre tutta la stampa proclama “si va verso un Governo con una ampia maggioranza”?
Sono indicazioni direi “di buon senso per non dire banali”, essenziali per affrontare cambiamenti che diventano inevitabili anche perché in molti settori “un ritorno agli stessi stili e livelli operativi che avevamo nel periodo prima della pandemia, è improbabile se non fortemente sconsigliabile”.
Occorrono dunque riforme serie, strutturali senza abbandonare i principi generali e democratici che ci hanno guidato dagli anni del dopo guerra come l’adesione al Progetto Europeo nonostante i protagonismi di Francia e Germania e la fuga degli inglesi (ma sarà per questo che in Inghilterra i vaccinati sono milioni e milioni e da noi non arrivano dosi?).
Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, ma è nelle riforme anche profonde dell’esistente. Occorre pensarci subito”.
Afferma Draghi che ha portato – appunto – ad esempio la ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale le cui basi vennero gettate prima che finisse in conflitto da uomini come Keynes nel 1944 con la conferenza di Bretton Woods o De Gasperi che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana.
Le vecchie regole dell’Unione europea si sono rivelate inadeguate e sono state a volte elemento di inerzia e protagonismi anche sulla scena mondiale, come le ingerenze francesi in Libia.
Proprio la solidarietà che doveva essere scontata, immediata e in qualche modo implicita nel significato stesso dell’Unione, “è stata sempre più spesso frutto di negoziato”.
Ricordo un intervento dell’ex Presidente della Bce all’Università Cattolica di Milano in cui aveva invitato chiunque eserciti un potere a seguire tre precetti: conoscenza, coraggio e umiltà.
Ora ne aggiunge altri due: trasparenza e condivisione, tanto più importanti quanto più si è chiamati a prendere decisioni difficili, stile Churchill.
Ciò significa che il prossimo Governo avrà il dovere di fare la massima chiarezza sui propri comportamenti, aprendo la porta al confronto, alle scelte partecipate e alla responsabilità, condividendo al massimo i valori e la visione del futuro, senza “renzismi di bassa lega”.
L’incarico di costituire un nuovo Governo affidato a Mario Draghi ha, come ovvio, fin da subito riscontrato oltre quello internazionale, l’apprezzamento pressoché unanime delle parti sociali, accomunate anche dalla consapevolezza che questo tentativo rappresenta una sorta di ultima spiaggia per evitare un pericoloso vuoto di potere nella fase più acuta dell’emergenza economica.
Nel mandato affidato all’ex Presidente della Bce, il tema del lavoro assume infatti, unitamente a quello sanitario, una priorità assoluta.
Anche in relazione alla scadenza del blocco dei licenziamenti, prevista per il 31 marzo p.v., e alla consapevolezza di dover gestire una transizione dolorosa che, nel migliore dei casi, comporterà la necessità di favorire una mobilità lavorativa di milioni di lavoratori verso nuove opportunità occupazionali. Sempre ammesso che nel frattempo il piano delle vaccinazioni e i provvedimenti anti-ciclici per sostenere gli investimenti abbiano prodotto i loro effetti positivi.
In attesa di sapere proprio dal giro di consultazioni che inizia domani se le condizioni politiche consentiranno al Presidente incaricato di sciogliere la riserva e di ottenere il voto di fiducia nel Parlamento, proviamo a immaginare quale potrebbe essere il primo scenario da “aggredire già dalla prossima primavera”: una forte spinta verso il ricambio generazionale, fondata su forti investimenti nell’istruzione e ricerca, una marcata accentuazione della componente degli investimenti nell’attuazione del Recovery Plan per l’utilizzo delle nuove risorse europee, in coerenza con gli obiettivi del programma Next Generation varato dalle istituzioni dell’Ue, in un contesto in cui il Governo uscente lascia in eredità un aggregato a volte disarmonico di interventi di sostegno alle imprese e al reddito dei lavoratori e delle famiglie, destinato peraltro a ipotecare anche una notevole quota di nuove risorse, e di ulteriore debito pubblico, per l’anno in corso.
La parte degli interventi finalizzati ad accelerare gli investimenti infrastrutturali, e all’incentivazione di quelli privati, rimanrrà quindi – a mio modesto avviso – in sofferenza almeno fino all’autunno anche per l’ormai ben nota inerzia se non incapacità dell’amministrazione pubblica a mobilitare risorse in modo rapido efficiente.
Rimane, come già detto, tutta da definire la modalità per affrontare le conseguenze del superamento del blocco dei licenziamenti.
Il bilancio sull’andamento del mercato del lavoro nel 2020 è infatti molto eloquente.
La diminuzione del numero degli occupati, – 440 mila circa e l’aumento ulteriore di un numero analogo delle persone inattive, sono il risultato delle mancate assunzioni di giovani e donne con contratti a termine e della mancata apertura di nuove partite Iva, con un potenziale di nuovi esodi di personale nelle aziende (con stime che oscillano tra le 25 e le 500 mila unità) e di tensioni sociali “appunto primaverili”.
Ma tutto questo non dovrebbe impedire a un Governo autorevole e non vincolato dalle esigenze di difendere i provvedimenti collegati alle promesse elettorali, di prendere iniziative veloci ed efficaci in coerenza con il perseguimento dei nuovi obiettivi e di un generale cambio di rotta.

Come “Quota 100” che per i pensionamenti anticipati, in scadenza a fine anno,  potrebbe essere “ristrutturata” con un sistema flessibile di età pensionabile agevolato specie ma non solo per i lavoratori anziani che perdono involontariamente il lavoro in prossimità dell’età pensionabile ma anche resa strutturale  soprattutto nell’ottica di un massiccio ricambio generazionale nel mondo del lavoro.

Il compito affidato a Mario Draghi è arduo, ma la caratura e l’esperienza internazionale del Presidente incaricato fanno ben sperare.
Valgono per lui le parole della “preghiera per la serenità” di K.P. Reinhold Niebuhr, riportate nel ricordato intervento al Meeting di Rimini: “Signore, dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, la saggezza di capire la differenza”.
Intanto Beppe Grillo lancia il suo programma di governo. Lo fa a modo suo, con un post dal “tono ecclesiastico”: “In alto i profili”, peraltro richiamando le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’incaricare proprio Mario Draghi.
Nel post Grillo elenca i provvedimenti ritenuti essenziali per il Movimento 5 Stelle.
Creare un Ministero per la Transizione Ecologica fondendo in un unico gli attuali Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico”… così mentre la pandemia “si varia di varianti” noi in Italia “pensiamo ai traslochi d’estate” e a tutti gli annessi e connessi per ridistribuire persone, procedure e competenze prima che la “nuova macchina della Transizione inizi a funzionare”.
E poi “nominare ministra/o un persona di alto profilo scientifico e di visioni”, precisa Grillo.
Per l’ex comico quello dell’ambiente è un tema centrale (mica solo per lui) anche se personalmente mi chiedo se adesso non sia il caso di fare, fare bene con quello che si ha evitando di perdere tempo per “traslochi”.
Poi ancora creare “anche in Italia, come in Germania, Francia e altri Paesi, un Consiglio Superiore per lo Sviluppo Sostenibile con pochi membri, in numero dispari tra 5 e 9, composto di personalità di altissimo profilo scientifico, nominate dal Presidente della Repubblica per un lungo mandato (5-10 anni)”… e io mi chiedo … per fare che e con quali poteri?
Altro dibattito? Altro modo per distrarre tempo ed energie dalle urgenze?
E infine “ridurre sussidi ambientalmente nocivi con ammortizzatori tecnici/fiscali/sociali per le categorie svantaggiate”.
Secondo Grillo “la Commissione europea ci dice: volete spendere i nostri 80 miliardi per ridurre l’impatto ambientale, ma state spendendo i vostri 20 miliardi con sovvenzioni che lo aumentano”.

Forse è meglio che anche Grillo parli con mamma…

Attenti al “Recovery Plan Italia”…

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