Ah l’amore l’amore…

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Ah l’amore l’amore…

Il complesso di Zeno

Tutti i grandi scrittori hanno provato a raccontare l’amore: in molti casi molte delle loro citazioni sono diventate così celebri da racchiudere il senso universale di uno dei sentimenti più difficili da descrivere, peraltro confezionarlo in appetitosi baciotti Perugina per quell’appetibile marketing dell’eros, che batte cassa persino al bancone di un supermercato. “Amore è un fumo levato col fiato dei sospiri; purgato, è fuoco scintillante negli occhi degli amanti; turbato, un mare alimentato dalle loro lacrime. Che altro è esso? Una follia discreta quanto mai, fiele che strangola e dolcezza che sana”: ecco una citazione agrodolce, da farfalle nello stomaco, in tutti i sensi! Il potere di un cioccolatino letterario, acquistato dal tabacchino, in questo caso, però! Bacco, tabacco e Venere riduce l’uomo in cenere, eh già!

Ancora un’altra goloseria o quanto di essa resta:

melius abundare quam deficere

(non fa bene alla vita: inteso come taglia, intendiamoci!)

Scartabellando le scansie del mio studiolo, in questi ultimi giorni, mi sono imbattuto in una pagina curiosissima de La coscienza di Zeno, e non nascondo di avere scoperto allegramente le mie rime buccali, mentre rileggevo la strana dichiarazione dell’io narrante più inetto del nostro Decadentismo italiano.

Nel frustulo, che sottoporrò alla vostra benevola attenzione, Zeno è ospite della famiglia Malfenti, deciso a dichiararsi alla bella Ada di cui è innamorato e della quale è invaghito anche un giovane molto più brillante di lui, Guido Speier, che poi sposerà.

Con lei sono presenti anche le sorelle Augusta, Alberta ed Anna; Zeno, nel momento decisivo del suo approccio, è afflitto da mille ripensamenti: il terrore di sbagliare a scegliere la donna della sua vita lo porterà alla paralisi totale e infine a prendere una decisione che non aveva assolutamente preventivato.

Nel contesto di una seduta spiritica (che non è il contesto più desiderabile, direi!) il nostro protagonista incassa il primo due di picche, ahilui!

Non contento passa al “piano b“: l’altra sorella, senza fare da ruota di scorta, nell’eventualità, può convolare a nozze con lui, perlomeno!?

In fondo le somiglia, per cui sarebbe una vittoria mutilata: altro due di coppe, morale a terra, allora!

Non gli rimane l’ultima chance: quella dall’occhio strabico, sperando di non navigare a vista e di arrivare a porto sicuro.

Che succede, vi chiederete!?

Diamo la parola ad Italo Svevo, perché proprietario intellettuale della storia, benché creda che ogni libro appartenga al lettore, che è suo destinatario:

– Sentite, Augusta, volete che noi due ci sposiamo?

Essa alzò gli occhi dilatati dalla sorpresa. Così quello sbilenco era anche più differente del solito dall’altro. La sua faccia vellutata e bianca, dapprima impallidì di più, eppoi subito si congestionò. Con un filo di voce mi disse:

– Voi scherzate e ciò è male.

Temetti si mettesse a piangere ed ebbi la curiosa idea di consolarla dicendole della mia tristezza.

– Io non scherzo, – dissi serio e triste. – Domandai dapprima la sua mano ad Ada che me la rifiutò con ira, poi domandai ad Alberta di sposarmi ed essa, con belle parole, vi si rifiutò anch’essa. Non serbo rancore né all’una né all’altra. Solo mi sento molto, ma molto infelice.

Dinanzi al mio dolore essa si ricompose e si mise a guardarmi commossa, riflettendo intensamente. Il suo sguardo somigliava ad una carezza che non mi faceva piacere.

– Io devo dunque sapere e ricordare che voi non mi amate? – domandò.

Che cosa significava questa frase sibillina? Preludiava ad un consenso? Le dissi:
– Sì! Io non amo che Ada e sposerei ora voi…

Stavo per dirle che non potevo rassegnarmi di divenire un estraneo per Ada e che perciò mi contentavo di divenirle cognato. Sarebbe stato un eccesso, ed Augusta avrebbe di nuovo potuto credere che volessi dileggiarla. Perciò dissi soltanto:

– Io non so più rassegnarmi di restar solo.

Essa rimaneva tuttavia poggiata alla parete del cui sostegno forse sentiva il bisogno; però pareva più calma ed il vassoio era ora tenuto da una sola mano. Augusta ansava leggermente e taceva ancora. Quel silenzio poteva anche significare un rifiuto, il più delicato rifiuto che si potesse immaginare: io quasi sarei scappato in cerca del mio cappello, in tempo per porlo su una testa salva. Invece Augusta, decisa, con un movimento dignitoso che mai dimenticai, si rizzò e abbandonò il sostegno della parete. Nel corridoio non largo essa si avvicinò così ancora di più a me che le stavo di faccia. Mi disse:

– Voi, Zeno, avete bisogno di una donna che voglia vivere per voi e vi assista. Io voglio essere quella donna.

Che dire!?

Una serata con una triplice dichiarazione d’amore: credo sia un unicum nella nostra letteratura. Galeotto, un tavolino spiritico in un brano i-nettamente spiritoso.

Tre ragazze possono bastare: poi, è nata la canzone di Battisti che le ha moltiplicate per tre con l’aggiunta di una…uguale10… Roba da Ariston

Francesco Polopoli

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Sono laureato in Lettere classiche, docente di lingua e letteratura latina e greca presso il Liceo Classico di Lamezia Terme (CZ), membro del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti. Divulgo saggi a tema come, a solo titolo di esempio, Echi lucreziani e gioachimiti nella Primavera di Botticelli, SGF 2017, ... Ho partecipato a convegni di italianistica, in qualità di relatore, sia in Europa (es. Budapest) che in Italia (es. Cattolica di Milano). Attualmente risiedo a Lamezia Terme e da saggista amo prendermi cura dell’antico come futuro sempre possibile di buona memoria. Il mio parere sul blog? Un vascello post-catulliano ove ritrovarsi da curiosi internauti: al timone del vascello ci stanno gli autori, passeggeri sono i tanti lettori a prova di click…

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