Vivere per consumare o consumare per vivere? Di Francesco Viscelli

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Viviamo in una società consumistica!”, oppure, ”Questa è la società dello spreco!”.

Quante volte abbiamo sentito di queste esclamazioni con in sottofondo una nota di biasimo!

L’“homo consumens”, come lo definisce il filosofo polacco Bauman, nasce verso la fine degli Anni ’50, quando l’Europa occidentale, risollevatasi dalle macerie della guerra grazie all’aiuto generoso, ma politicamente interessato degli U.S.A., che prese nome di ”Piano Marshall’‘, si avvia a conoscere un periodo di grande espansione economica.

Con la crescita del benessere individuale, la richiesta di acquisto si indirizza sempre più verso prodotti non di prima necessità, perciò detto ”secondari”.

Una fetta crescente di cittadini può permettersi di comprare, non di rado firmando cambiali, tanti beni presenti sul mercato, indotti a ciò spesso dalla pressione pubblicitaria o magari per spirito di emulazione.

Il capitalismo industriale si adegua standardizzando la produzione in modo da ridurre i tempi di fabbricazione e per poter vendere a prezzi più bassi.

Nelle case degli Italiani entrano in quantità sempre più massiccia elettrodomestici, mezzi di locomozione più comodi e veloci e altri beni capaci di rendere la vita più confortevole.

Si va così affermando quella che sarà chiamata ”La società dei consumi”, basata sull’acquisto di prodotti superflui o comunque non di prima necessità.

Cambia lo stile di vita, si registra una costante diminuzione di spesa dedicata al cibo e un costante aumento di spesa dedicata ad attività di svago o a comodità domestiche.

In questa trasformazione di costumi un ruolo molto importante lo gioca un ”elettrodomestico” particolare: la televisione.

Essa, oltre a svolgere un benemerito servizio di promozione culturale, si rivela un potente veicolo pubblicitario, plasma il modo di pensare delle persone, modifica le abitudini familiari, determina il sopravvento dell’immagine sulla parola scritta.

Altra significativa conseguenza di questa piccola rivoluzione industriale è il progressivo spopolamento delle campagne e il considerevole incremento demografico delle grandi città del Nord. Alla diminuzione del numero di contadini corrisponde un accrescimento degli impiegati nel settore terziario e nell’ industria.

In Italia, dove fino agli anni ’50 era prevalsa una mentalità contadina che considerava il risparmio una virtù e lo spreco un peccato, comincia ad affermarsi, soprattutto nelle grandi città, una nuova mentalità, grazie anche ad un’intensa opera di colonizzazione culturale americana.

Le prime voci critiche verso questa corsa all’acquisto arrivano dei sociologi della celebre Scuola di Francoforte, secondo i quali il consumismo solo in apparenza crea uguaglianza tra le classi sociali, mentre nella realtà inganna le classi subalterne impedendo loro di prendere coscienza della propria condizione. La loro critica si rivolge anche verso i ”persuasori occulti”, cioè i pubblicitari colpevoli di creare falsi bisogni.

Ma è negli Anni ’70, particolarmente dopo la grave crisi petrolifera del 1973, che questo modello di sviluppo economico comincia ad entrare in crisi, quando si prende coscienza che la continua espansione dei consumi deve fare i conti con la compatibilità e sostenibilità ambientale.

Le risorse della Terra non sono infinite, non può essere assicurato a tutti un tenore di vita simile a quello del mondo occidentale, ed anche il mondo occidentale per poter mantenere il proprio livello di agiatezza deve ricorrere allo sfruttamento delle risorse dell’altra parte del mondo.

Accanto ad alcuni aspetti positivi, come la riduzione dei prezzi, il consumismo ha generato anche effetti negativi, come il degrado ambientale o le accresciute diseguaglianze sociali, oltre a influenzare il modo di pensare delle persone facendo credere che la felicità consista nell’entrare in possesso dell’ ultimo modello di un determinato prodotto e che per conservare il proprio ”status symbol” si debba buttare via quello vecchio anche se perfettamente funzionante.

Il già citato Bauman scrive a tal proposito: “Il dilemma che più spesso si sente rimuginare oggi è se si abbia bisogno di consumare per vivere o se si viva per consumare. Qualora si sia ancora capaci di separare il vivere e il consumare, e se ne senta la necessità“.

Ancora più tranchant Pasolini: “Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato << la società dei consumi >>“.

Penso che ciascuno di noi dovrebbe porsi la domanda se sia giusto e moralmente lecito riporre il nostro desiderio di felicità in ciò che siamo in grado di comprare e consumare.

Francesco Viscelli

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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