Un problema di moralità

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Il filosofo francese René Descartes (1596 – 1650), italianizzato Cartesio, è uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi.

Conosciuto soprattutto per le geniali intuizioni matematiche, per la felice consapevolezza della necessità di un metodo che conduca alla scienza, per le profonde meditazioni metafisiche, volendo compiere una radicale rifondazione del sapere, aveva deciso di scrivere anche un trattato di morale.

Non riuscì a scriverlo, la morte inattesa interruppe il suo progetto, rimangono, però, nel Discorso sul metodo, alcuni principi fissati preliminarmente che fanno comprendere il suo pensiero.

Sono tre quelle che lui chiamò le massime della morale provvisoria che avrebbero dovuto avere un successivo sviluppo. Le massime sono improntate alla prudenza e al conformismo e i critici fanno discendere tale atteggiamento dalla filosofia stoica.

La prima massima consiglia il conformismo in fatto di opinioni politiche, religiose e di costume. La seconda massima suggerisce di perseverare in ciò che si è deciso, se pure nascono dubbi e incertezze.

La terza, su cui intendo soffermarmi, recita così:

<<La mia terza massima fu di vincere soprattutto me stesso che la fortuna e di volere modificare piuttosto i miei desideri che l’ordine delle cose del mondo; e in generale di assuefarmi a credere che nulla all’infuori dei nostri pensieri è interamente in nostro potere, in modo che, quando abbiamo fatto del nostro meglio riguardo alle cose che sono fuori di noi, se qualcosa non ci riesce, vuol dire che essa non dipende assolutamente da noi >>.

Questo suggerimento morale, da un po’ di tempo, mi torna in mente sempre più spesso. Quando Cartesio scriveva, il mondo iniziava a fare giganteschi passi in avanti: era il luogo in cui, grazie alla medicina, si curava sempre meglio il corpo; attraverso l’industria si trasformava il paesaggio e la vita; attraverso la morale si regolavano i comportamenti.

Con il passare dei secoli, le scelte dell’uomo volte al profitto che deve essere sempre più grande e l’idea che l’uomo possa avere un pieno dominio e controllo sulla natura ha prodotto guasti terribili che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Inquinamento dell’aria, ghiacciai che si sciolgono, oceani pieni di plastiche, mari pieni di rifiuti, terreni che franano sotto piogge torrenziali sono frutto di secoli di incessante sfruttamento delle risorse naturali come se la Natura fosse inesauribile nelle sue risorse e indifferente alle azioni degli uomini.

Da qualche anno poi, si è aggiunto il virus infido che la medicina fatica a debellare, forse anche lui prodotto dalla dissennatezza umana, è qui a farci sentire piccoli, incapaci di prevedere i suoi mutamenti, impotenti di fronte a ciò che i nostri occhi non vedono ma sappiamo che silenziosamente muta per ingannarci, sembra voglia deridere la nostra smisurata arroganza e la nostra infinita miseria.

Non voglio negare la legittimità dell’entusiasmo che accompagnò la rivoluzione industriale, il miglioramento delle condizioni di vita di tanti uomini, il progresso, le speranze per un futuro che appariva splendido. Non si conoscevano ancora le conseguenze che ne sarebbero derivate quindi non ritengo gli uomini del passato colpevoli di alcunché, ma nel momento in cui si comprende che alcune scelte hanno conseguenze pericolose, perseverare diventa una responsabilità morale verso l’umanità.

Ed è qui che ritorna il consiglio di Cartesio: ricordare che è più facile cambiare sé stessi piuttosto che il mondo.

Cambiare si può, si deve, ma bisogna volerlo. Così, si comprende che alcuni non vogliono, non accettano di ridimensionare le loro ambizioni, lo dimostrano le posizioni dilatorie assunte dai grandi della terra; quando si porranno il problema sarà troppo tardi.

Dobbiamo trovare da subito soluzioni ai problemi nessuno dei quali ci è alieno perché in un mondo globalizzato possiamo costruire muri, monumenti all’egoismo umano, per fermare persone ma non potremo fermare aria, vento, pioggia e ogni altro inquinante trasportato da questi elementi.

Cartesio ricorda che il potere che abbiamo e di cui possiamo servirci è il pensiero, serviamocene per prendere decisioni opportune e fare scelte conseguenti per assecondare la natura, non per pretendere di dominarla.

Usare l’intelligenza per vivere in modo da non rovinare tutto ciò che tocchiamo. Spogliamoci del superfluo inutile e cerchiamo di vivere inseguendo valori nuovi, non cediamo più al facile consumismo sprecone ma diamo un’accorta valutazione di ogni cosa di cui ci circondiamo.

Non è facile, non sarà facile che l’uomo cambi, è più facile che solitudine, contrapposizioni, inimicizie nascano tra gli uomini per le differenze di vedute, per convinzioni non condivise.

Concludo con un pensiero di Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo che ha studiato a lungo tali problemi, nel 2008 scriveva:

<< Il progresso è diventato una sorta di “gioco delle sedie” senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in una sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d’oro il progresso evoca un’insonnia piena di incubi “di essere lasciati indietro”, di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta >>.

Non è facile cambiare, dopo questa riflessione sento che il mio consueto ottimismo vacilla… ma non crolla.

Gabriella Colistra

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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