Quando mio padre decise di varcare inaspettatamente la soglia del cielo, rimasi in mesta contemplazione del nulla profondo ed abissale.

Il lungo e forzato periodo di “clausura che ci coinvolse in modo massiccio non forniva di certo aiuti di sorta ai fini dell’elaborazione del mio gravissimo lutto e le giornate trascorrevano lentamente, vittime inconsapevoli di un turbinio di acerrima omologazione.

Durante i primissimi giorni che caratterizzarono la sua assenza, lo sognai spessissimo.

I miei risvegli riuscivano a rincuorare la parte ancor vagamrnte lucida che riusciva a detenere il predominio : ma il mio alter ego delirante mi suggeriva di mangiare solo un tozzo di pane al giorno,così, tanto per non morire.

Mio padre non avrebbe desiderato questo per me, nemmeno se la cosa fosse stata l’unica alternativa alla dissoluzione di un dolore attanagliante ed insostenibile.

Il trascorrere del tempo fece in modo che non si rivelasse più nel bel mezzo della mia esperienza onirica, che non mi sorridesse teneramente come era sua consuetudine da trentasette anni, che non mi chiamasse più “amore mio”, che evitasse di fornirmi qualsivoglia tipologia di segnale possibile.

Ho sempre creduto nell’aldilà.

Penso seriamente che continuino ad esistere delle entità che non smettono mai di manifestare assiduamente la propria vicinanza ai rispettivi cari, sebbene esista una sorta di velo sottilissimo che impedisca loro di valicare i confini tra l’anima concitata ed il nostro corpo, dimensione meramente fisica che attende invano un segno maggiormente intriso di potenza e di grande amore.

E così trascorsero parecchi mesi senza un’immagine che mi riconducesse a lui, senza quella voce che non dimenticherò giammai, neppure se dovessero palesarsi, all’interno delle mie orecchie, ondate di brusii intollerabili e fallaci.

Finché, un giorno qualunque, trascorsa l’estate e facendo ritorno in città, accesi la radio.

È la prima azione che compio, nel momento in cui salgo sulla mia macchina.

Non vivrei senza il potere consolatorio della buona musica.

La prima canzone che proposero su “radio Italia” fu un bellissimo brano di “Adelmo Fornaciari”, in arte  “Zucchero”, il cantante da sempre favorito da mio padre.

Non attribuii, in quella specifica occasione, una valenza particolare all’accadimento.

Sovvennero alla mia mente tanti e tanti ricordi meravigliosi, ma nulla di più.

Non riuscii ad interpretare quel brano come se fosse stato un segnale ben preciso e lasciai che l’accaduto decadesse senza sforzi nell’oblio, evitando di porre ad esso un’eccessiva attenzione.

La mattina seguente compii la mia solita azione routinaria, accesi la radio e…

“Fornaciari” mi pregio’ dell’ascolto tanto gradito della sua voce celestiale.

Questa volta mi piacque cogliere un segnale di tipo diametralmente opposto e domandai seriamente a me stessa se non si trattasse della presenza mattutina di mio padre.

Chiesi a mio figlio, seduto sul sedile posteriore dell’automobile, come lui stesse percependo l’accaduto da due mattinate a quella parte.

Egli risposte con una certa sicumera: “mamma, questo è il nonno che ci saluta.”

Sì, me ne stavo convincendo persino io.

Ma è pur vero che esistono milioni di coincidenze quotidiane.

È solo che io non ho mai creduto e non ho nessuna intenzione di credere alle coincidenze.

Magari, questa mia convinzione, sarà dovuta all’attivazione di un meccanismo di difesa che mi consente di attutire la forte mancanza che sovrasta il mio essere e che fa in modo che non continui a soffrire troppo.

Il fenomeno, che oserei definire ai limiti della dimensione metafisica, si protrasse per una settimana intera.

Ma ciò che di pregnante e di sbalorditivo accadde l’ultimo giorno in cui mi fece avvertire il suo esserci, consistette nel fatto che, i saluti giornalieri di mio padre si conclusero con il branoIl volo“, una canzone di “Zucchero” che lui amò in maniera particolare.

Adorava qualsiasi canzone del suo vastissimo ed eccellente repertorio, ma “Il volo” non avrebbe avuto eguali tra milioni e milioni di brani.

E fu in quell’occasione che dovetti necessariamente accostare il mezzo ai margini della strada , poiché le mie lacrime cominciarono a solcare il viso copiosamente.

Provai un misto di dolore e di gioia immensa, soprattutto per il fatto che la canzone esordisce nella seguente maniera , recitando queste dolcissime , magnifiche parole:

“Ho camminato per le strade
col sole dei tuoi occhi,
ci vuole un attimo per dirsi addio.”

Eh già, ci vuole veramente un attimo, un istante brevissimo ed intriso di indicibile gravità, e tutto si dilegua in un assurdo ed inconcepibile battito di ciglia.

Mio padre non sapeva cantare, definendo se stesso una“campana mal costruita.”

Così, ogni tanto, mi chiedeva di intonare qualcosa per lui.

Non ricordo l’esatto numero di volte in cui gli cantai proprio” Il volo”, ma quel che ricordo senz’altro è che furono tante, talmente tante da pregarlo di farmi smettere.

Il saluto quotidiano di mio padre rimane tuttora uno dei fenomeni maggiormente desueti nei quali mi sia mai imbattuta.

Quando le mattine seguenti non trasmisero più “Fornaciari” in radio, cominciai ad avvertire una sorta di voce all’interno della mia anima.

Fu come se mio padre mi stesse chiaramente e senza fronzoli dicendo, con tono certamente dimesso : “mi dispiace,”cosa duci”, ma non lo posso fare più, non me lo consentono. Ma ti prometto che prima o poi troverò il modo di rimettermi in contatto con te.”

Sognare è meraviglioso, specie se il sogno alimenta una speranza che si era smarrita chissà dove.

Temevo mi avesse abbandonata, deluso da una figlia che credeva fosse perfetta in ogni senso, ma che perfetta non lo è mai stata.

Ciao papà, quando potrai lanciami un altro segnale.

Io non mi muovo da qui, aspetto sempre e solo te, attendo un raggio di sole dall’unico uomo che mi abbia veramente amata più della sua stessa carne.

INDIMENTICABILE

Quando realizzai
che non t’avrei mai più veduto,
sedetti sulla tua poltrona
con la mente avulsa
da qualunque sentore.

Non è quest’insulsa morte
che mi logora
sino allo stremo,
quanto i residui
approssimati ed insani
di rimembranze che
non danno tregua.

Dissolta in un momento
fu l’esistenza ingannevole e labile,
trascorressero secoli eterei…

Sei e sarai indimenticabile!

Maria Cristina Adragna 

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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