Responsabilità ed etica

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In questi giorni siamo stati profondamente colpiti dalla tragedia legata alla caduta di una funivia. In tempi relativamente brevi si è compresa la causa di ciò che è avvenuto, per dirlo con poche parole: modifiche, consapevoli e quindi colpevoli, all’impianto per trarne un vantaggio economico.

Criminali! In galera! Sono stati questi i primi accalorati commenti nei confronti dei responsabili dell’impianto. I responsabili appunto, ma cos’è la responsabilità? La filosofia ha lungamente riflettuto su tale tema e lì vado a cercare risposte.

Il termine responsabilità viene dal latino respondere, rispondere, e il suo significato è chiaro: il responsabile è colui che deve risposte delle azioni che compie e delle conseguenze che queste provocano. In tal senso, la responsabilità contiene in sé l’idea dell’imputabilità, ma sia la responsabilità che l’imputabilità devono presupporre che l’individuo sia libero di scegliere.

Tra i primi a parlare di responsabilità fu Aristotele che considerò che le consuetudini e le leggi premiano chi agisce bene e puniscono chi sbaglia, sempre che, chi agisce sia consapevole delle proprie azioni. Tra gli esseri viventi, solo l’uomo ha questa possibilità, gli animali sono mossi dall’istinto, quindi se una belva aggredisce la preda non può essere giudicata.

In passato vi erano anche coloro che non credevano ad una reale libertà dell’uomo, sono questi i sostenitori del determinismo, di quella dottrina, cioè, che afferma che ogni cosa avviene per una causa necessaria, indipendentemente dalla singola azione dell’uomo.

La riflessione sulla responsabilità diventa particolarmente importante nel Novecento, quando l’uomo raggiunge alti livelli di sfruttamento della natura e realizza notevoli progressi nelle conoscenze scientifiche che gli consentono di costruire strumenti ed oggetti che potrebbero rivelarsi dannosi per l’uomo stesso.

Interessante, a tal proposito, è la posizione di Sartre, filosofo che si oppone radicalmente al determinismo e ritiene che l’uomo sia assoluta libertà di agire, anzi, <<è condannato ad essere libero>>, e in conseguenza di ciò ha una responsabilità assoluta nel suo agire. Anche l’azione decisa da un altro, che io consapevolmente condivido mi rende responsabile del mio agire. Sembra dica così quando, parlando della guerra, considera che non l’ha decisa lui, ma osserva: <<non essendomi sottratto, l’ho scelta>> e quindi ne è diventato responsabile.

Il filosofo Hans Jonas (1903 – 1993), nel libro Il principio di responsabilità (1979), sostenne che la riflessione sulla responsabilità così com’era stata condotta fino ad allora non bastasse più. Era giunto il tempo di pensare ad una << etica della responsabilità >>, riflettere cioè sulla consapevolezza che chi agisce deve prefigurarsi gli effetti futuri della sua azione, non solo i vantaggi immediati.

Il progresso dell’uomo è tale che potrebbe generare l’autodistruzione del genere umano, pertanto il discorso deve spostarsi da un piano logico ad uno metafisico, che significa guardare al destino dell’essere umano.

Umana è ogni forma di responsabilità, da quella dei genitori che fanno di tutto per dare un’infanzia felice e una buona educazione ai figli, al politico che deve volere il bene della collettività. La responsabilità non ha mai fine, ci sarà sempre qualcuno di cui saremo responsabili, anche noi stessi.

La responsabilità guarda al futuro sia a livello individuale che collettivo e il futuro non dovrà essere determinato dall’uomo ma dev’essere da questi reso possibile. Per questo motivo ogni azione ed ogni scelta devono essere tali da aprire scenari futuri e non tali da chiudere possibilità per quelli che verranno.

Jonas ritiene che l’uomo abbia responsabilità nei confronti dell’ambiente naturale, delle piante, degli animali, di un mondo che le generazioni future dovranno trovare nelle migliori condizioni possibili. Così nel vertiginoso sviluppo delle tecnologie l’uomo ha responsabilità di non produrre guasti nei confronti degli uomini di oggi e di quelli di domani, sia nelle macro – dimensioni sia nelle micro – dimensioni.

Tutto questo per Jonas è dovuto all’uomo che da quando nasce ha in sé una finalità che richiede di essere attuata, rispettata. Questa posizione richiama il finalismo che era già in Aristotele, ma non è forse vero che il mondo di oggi, supertecnologico e avveniristico ha un cuore antico che ancora vive e insegna?

I principi formulati da Jonas hanno incontrato molti consensi ma anche diverse obiezioni sia da coloro che ritengono non sia necessaria una riflessione sulla responsabilità, come se l’uomo fosse responsabile per natura, altri che ritengono che la responsabilità sia già contenuta nei principi delle confessioni religiose.

Il principio di responsabilità di cui parla Jonas, ha un fondamento ontologico perché basato sulla finalità che egli attribuisce all’uomo e un fondamento metafisico perché la sua visione è rivolta al futuro.

Alcuni filosofi hanno ritenuto che per un’etica della responsabilità sia necessaria una fondazione razionale. Per avere una stessa idea di responsabilità c’è bisogno di un accordo che si basi sulla razionale condivisione di alcuni principi così che l’etica sia un vincolo per agire responsabilmente. Naturalmente le norme espresse devono essere coerenti a ciò che la collettività esprime e devono incontrare il favore della totalità dei partecipanti.

Mentre la filosofia discute di responsabilità per l’uomo e per il politico, il mondo piange perché molti si sottraggono alle proprie responsabilità. Bene fa la filosofia a voler definire confini e regole e a voler attribuire un valore morale alla responsabilità.

Petroliere che perdono in mare il loro carico generando pericolo per l’ambiente, ponti che crollano provocando morti, funivie che precipitano travolgendo vite umane e sogni di bambini, morti sul lavoro per leggerezze o colpe gravi, in questi e in molti altri casi è chiaro che è venuto meno il senso di responsabilità che avrebbe dovuto guidare le scelte degli uomini. Se poi notiamo che le mancanze sono dettate dalla ricerca di un profitto maggiore, sentiamo ancora di più il bisogno di affermare che principi di moralità siano alla base dell’agire.

Saranno altri a giudicare per i disastri a cui ho fatto cenno, non so come andrà a finire ma so che il mio interiore giudizio sarà anche morale. Non sarà tanto la pietà che suscita la morte di inconsapevoli vite che tornavano a respirare aria di libertà ed hanno trovato la morte quanto il disprezzo nei confronti di chi ha venduto per quattro soldi un prodotto guasto e carico di cieca avidità.

Non credo che questi soggetti abbiano mai letto Jonas o qualche altra pagina di filosofia, che mette al primo posto l’uomo, considerato sempre come fine e mai come mezzo in alcuna azione, e non sanno nemmeno cosa si sono persi.

In tanto dolore, la lotta del piccolo Eitan e l’ammirazione per il padre che gli ha salvato la vita, perdendo la sua, sono quelle piccole fiammelle che attenuano il dolore e indicano la direzione verso cui andare.

Gabriella Colistra

9 COMMENTS

  1. Prima di Aristotele vi fu ricerca intorno al Bene (vedasi Socrate e Platone), ma non una vera scienza morale.
    Aristotele distingue virtù etiche, da virtù dianoetiche.
    L’etica studia ciò che deve essere nella condotta umana, analizzando la natura umana.
    Le virtù dianoetiche, invece, si sostanziano di conoscenza, che usando la ragione deve saper regolare tutte le attività ad essa inferiori (le virtù etiche). La ragione, infatti, ha la sua attività costitutiva, e tale attività è il conoscere. L’esercizio razionale di tale attività è la virtù dianoetica, superiore in valore alle virtù etiche.
    Ovviamente non vi può essere imputabilità senza libertà. Essa, però, ha molti significati: libero arbitrio. Per Spinoza, per esempio, libertà importa l’agire unicamente in conformità della propria natura. La Sostanza, per lui, è assolutamente libera; l’uomo, quando agisce in conformità delle passioni, è schiavo (non libero).
    Nell’idealismo, invece, s’identifica con la creatività dello spirito.
    Filosofia della libertà è per lo Schelling la dottrina che spiega il passaggio dell’assoluto all’empirico non per processo razionale, come era nell’Hegel, ma per divenire irrazionale, per affermazione cioè di libertà.
    La libertà, quindi, implica la volontà: l’attività consapevole.
    Psicologicamente, tre sono i momenti della volontà (concezione del fine da raggiungere, la deliberazione intorno ai mezzi per raggiungerlo, la decisione a determinare la quale entra la libertà).
    La volontà, perciò, interessa la vita morale.
    Intelletto o volontà?
    Intellectus altior et prior voluntate? (san Tommaso / Spinoza) oppure Voluntas imperans intellectus? (Duns Scoto, Cartesio ed è fondamentale nello Schopenhauer).
    Il bene (nella sfera religiosa) è tale, non in quanto tale appare all’intelletto divino, ma perché Dio lo vuole.
    Ottima, professoressa Gabriella, la Sua applicazione al nostro presente; mentre ho solo richiamato alcuni temi filosofici che mi sono stati suscitati dalle problematiche da Lei riferite o sottintese.
    Nuovamente grazie del Suo impegno.
    Michele dr. DI GIUSEPPE

  2. Gentile dr. Michele, come sempre le sue osservazioni sono puntuali e vanno al cuore dei temi trattati. Volevo soffermarmi, questa volta su Hans Jonas, filosofo contemporaneo, che ha scritto pagine bellissime sull’etica della responsabilità da lui evocata soprattutto di fronte a manipolazioni genetiche e intelligenza artificiale. Come scrivo, però, il mondo di oggi ha un cuore antico, senza gli studi e gli scritti del passato non sapremmo nulla, ben venga, dunque ogni spunto di riflessione.
    La ringrazio tanto per la sua attenzione.
    Gabriella Colistra

  3. Il saggio ” Il principio responsabilità ” (Das Prinzip Verantwortung ) di Hans Jonas pone la coscienza come ” epicentro ” della morale; per cui ogni scelta avviene nel centro della propria coscienza.
    Il valore dell’elezione non viene stabilito dalla qualità o dalla quantità di ciò che facciamo, ma per la purezza dell’intenzione. Giusto, pertanto, applicare il principio di responsabilità ad ogni azione dell’uomo che ” deve ” prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti. Ecco perché è principio cardine di un’etica razionalista applicata in particolare ai temi dell’ecologia e della bioetica.
    Dopo la crisi della ” razionalità etica ” (provocata da Friedrich Nietzsche), s’è tentato di fondare l’etica nell’ontologia da parte del ” teorico dell’etica della responsabilità” Jonas.
    L’imperativo ecologico dell’etica della responsabilità è, quindi, “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”; Oppure, tradotto in negativo, ” Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita “, constatando le conseguenze della sbrigliata tecnologia odierna ( P. R. cap. I, La mutata natura dell’agire umano ).
    Purtroppo, resta da utilizzare solo la paura per le possibilità “quasi escatologiche” per la formulazione di un “principio euristico” “capace di proibire certi ‘esperimenti’ di cui è capace la tecnologia” (cap. II, Questioni relative al fondamento e al metodo).
    Jonas è costretto, per fondare la sua etica, di ripensare il concetto di natura, dandole una finalità intrinseca, ritenendola quale sua essenza ed anche della vita stessa (cap. III, Sugli scopi e la loro posizione nell’essere).
    Si estende, così, ” la sede ontologica dello scopo da ciò che si manifesta ai vertici della soggettività a ciò che si nasconde nel mare dell’essere” e si tende a fondare metafisicamente il “valore” ed il “bene” nell’essere stesso e si costituisce un nuovo tipo di “dovere” umano, “che sorge solo con la paura di ciò che ne costituisce l’oggetto”: la responsabilità metafisica verso “la pienezza vitale della terra” (cap. IV, Il bene, il dover essere e l’essere: la teoria della responsabilità).
    L’utopia del progresso illimitato ed il predominio sulla natura è manifestamente autodistruttivo, per cui il socialismo reale – detto da Jonas “marxismo” – ed il capitalismo sbrigliato sono schiavi della tecnica. Per “disciplina sociale” occorre – nell’attuale emergenza – imporci alcune rinunce per preservare un futuro all’umanità (cap. V, La responsabilità oggi: il futuro minacciato e l’idea di progresso).
    “Coraggio della responsabilità” ed anche “dovere della paura” fondano l’etica di Jonas (cap. VI, La critica dell’utopia e l’etica della responsabilità).
    L’imperativo kantiano era:” Devi perché devi “, ovvero ” agisci per senso del dovere, esclusivamente in rispetto della legge, senza preoccuparti del perché delle tue azioni “.
    Quella di Jonas può definirsi etica dell’emergenza, per la sopravvivenza; non della perfezione.
    In questo orizzonte, “limitato, anzi del tutto chiuso” (perché non ancorato ad un ente fondante tutta l’etica), mosso sì dal coraggio della responsabilità ed anche dalla paura della catastrofe cosmica, si può concedere , forse, solo una “speranza” in un futuro, garantito dalla cautela (lato migliore del coraggio) nell’agire.
    Professoressa Gabriella, se chiedessimo a Jonas – un pò sardonicamente – “perché dobbiamo sacrificarci per le generazioni future”, quale potrebbe essere la risposta?
    Michele dr. DI GIUSEPPE

  4. Gentile dr. Michele,
    la risposta se l’è già data, perciò mi astengo. Credo sia possibile costruire un’etica a partire dalla coscienza, non tutti aspirano alla perfezione, la responsabilità mi pare un gradino di tutto rispetto, considerando il discorso di Jonas. La morale Kantiana ha il difetto di essere impraticabile, egli stesso era consapevole che la volontà santa non è degli uomini, è solo dei santi, appunto. La paura quale motore dell’agire umano è da sempre. Gli uomini, un tempo, avevano paura dei tuoni e dei fulmini, da lì l’inizio della civiltà. Comprendo e rispetto la sua posizione come rispetto quella di Jonas a cui riconosco il merito di aver toccato temi importanti quale la salvaguardia del pianeta e la sopravvivenza del genere umano. Speriamo che le sue sollecitazioni, risalenti ad anni passati, siano ascoltate; proprio ieri era la Giornata mondiale dell’ambiente e mi sembra che sia all’attenzione di tanti il problema del futuro sulla terra.
    La saluto con stima e cordialità,
    Gabriella Colistra

  5. Grazie, pregiatissima professoressa Gabriella, per il Suo riscontro;
    ” Platone considerò la follia – che nella sua forma filosofica è inferiore alla ragione – come divina mania che supera i limiti del razionale: solo per essa (la follia), infatti, poeti, amanti e filosofi possono raggiungere la visione dell’essere” (Nota storica, dalla prima Lezione
    – L’ORIGINE DELLE ATTUALI PROSPETTIVE DEL PENSIERO FILOSOFICO – di Karl JASPERS, RAGIONE ED ESISTENZA).
    Gli ALOGOI (v. Aristotele) procedono senza e perfino contro la ragione.
    ” Tutte le ribellioni contro quella razionalità illuministica sono ancora solo come – (mi piace trascriverLe, gentilissima professoressa Gabriella, la seguente similitudine, dalla stessa fonte di cui sopra) – un tuono lontano che annunzia il temporale di cui si sente il rimbombo, anche se la tempesta non è ancora scoppiata “.
    Sto leggendo ” Ragione ed esistenza ” ed il confronto tra Kierkegaard e Nietzsche è appassionante e ” quello che distingue rispettivamente i loro pensieri mette in maggior luce ciò che essi hanno in comune ” (Jaspers);
    Mi pare illuminante “l’umiltà” e l’onestà intellettuale con la quale Jaspers valuta le varie teorie o ipotesi dei Pensatori, così mi piace ritenere la proposta di Hans Jonas, da Lei molto chiaramente denotata.
    Con stima e devozione, Suo Michele DI GIUSEPPE

  6. Gentile dr. Michele,
    mi piace considerare la filosofia come luogo privilegiato di dialogo e rispetto delle opinioni altrui. Kierkegaard e Nietzsche sono tra i meno rispettosi del mio enunciato, eppure interessantissimi e affascinanti come quegli alunni un po’ discoli ma amatissimi da me insegnante, perché se non c’è qualcuno che dice no e non mette in crisi le certezze, non guardiamo più in là, in un altrove altrettanto attraente e coinvolgente.
    La ringrazio sempre per la sua attenzione, cordialmente, Gabriella Colistra

  7. Quest’ultimo commento per rispondere alla necessità, che si sente un pò dovunque, di “giustificare” razionalmente, dopo il fascino e l’illusione della dialettica di Barth e l’ermeneutica di Bultmann.
    Da qui “l’inquietudine dalla quale sono oppressi moltissimi nostri contemporanei, quando, tormentati fra speranza e l’angoscia, si interrogano sull’andamento attuale del mondo” (come profeticamente si esprime la Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, nn. 4-10).
    “Soprattutto i giovani, non poche volte impazienti, diventano magari ribelli per lo scontento”, n. 7.
    Solo un cenno, dal fosco pessimismo all’ottimismo: Schopenhauer, Edoardo von Hartmann, F. Kafka, J. P. Sartre e K. Jaspers che ritiene la realtà sia inconoscibile, perché, insieme con un aspetto logico, presenta un aspetto alogico, da lui definito “passione della notte”, il quale con una foga demoniaca travolge l’aspetto logico insieme con noi nell’abisso della morte, distruggendo ogni cosa ciecamente, fatalmente;
    Contrariamente alla corrente pessimistica, c’è chi pensa che esista una via di scampo al dolore, che sia possibile la salvezza, ma s’attende “dai soli sforzi umani una vera e piena liberazione del genere umano” (Gaudium et spes, n. 10): secondo F. Nietzsche, per raggiungere la salvezza, occorre trascendere l’esistenza umana attuale per realizzarne una più ricca e potente; bisogna superare l’esistenza ristretta e misera, rifiutando ogni mito, specialmente quello di Dio, e creare il superuomo. Questo il supremo ideale, qui sta la salvezza.
    E’ pleonastico soffermarsi sul marxismo, o, per meglio dire, sul materialismo storico e dialettico, per cui la libertà è l’aspirazione costitutiva dell’uomo, il contenuto della vocazione umana.
    Il lavoro, professoressa Gabriella, sarà (oppure è) il mezzo di salvezza, augurandoci che non sia come per Sisifo. Concludendo, secondo A. Camus “l’assurdo è la nozione essenziale e la prima verità” (Le myte de Sisyphe).
    Scusandomi per la logorroica prolissità, ma sempre con stima sincera, Suo ammiratore Michele.

  8. Gentile dr. Michele, grazie per quest’ultima carrellata di filosofi, alcuni dei quali apprezzo, altri meno, ma come sempre amo perché attraverso il confronto con le loro tesi si compone la mia convinzione. Mi soffermo solo sul lavoro di cui ho scritto qualche giorno fa. Il lavoro può aiutare l’uomo per sostenersi economicamente; se a lui gradito, renderà più lieve la fatica ma certo non è nel lavoro che si esaurisce la nostra vita. C’è molto altro e forse, come sostiene un mio amico, anche l’inutile è utile perché è spesso l’inutile a dare senso e valore al nostro esistere.
    La saluto con stima immutata e cordialità,
    Gabriella Colistra

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