Il Canto del Tempo: tra l’Eterno e il Tramonto

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Abbiamo smesso di guardare in faccia la vita e la morte, e il mito della giovinezza eterna sta derubando sia i ragazzi che i vecchi del senso del presente.

C’è un orologio rotto nel cuore della nostra società. È un meccanismo che non segna più le ore con la saggezza di una volta, ma che rincorre un’illusione pericolosa: quella di un presente infinito dove la parola “fine” è stata bandita, censurata, nascosta dietro i vetri asettici di una clinica o sotto i filtri di uno smartphone. Abbiamo rimosso il concetto di limite e, paradossalmente, proprio per questo abbiamo smesso di saper vivere davvero.

Solo qualche decennio fa, la vita e la morte abitavano sotto lo stesso tetto. I bambini crescevano osservando i nonni invecchiare; vedevano la pelle farsi sottile, il passo farsi incerto, il respiro cambiare ritmo. Non era un trauma, era una lezione. Quel contatto quotidiano con la fragilità insegnava ai giovani che il tempo è una moneta preziosa e non infinita. Si imparava il valore di un pomeriggio, il rispetto per l’esperienza, la sacralità di un saluto.

Oggi quel filo si è spezzato. I giovani di questa generazione sembrano galleggiare in una bolla di immortalità apparente. Sprecano i giorni, li usano male, li lasciano scivolare via senza assaporarli, convinti che ci sarà sempre un “domani” pronto a ricaricarsi come la batteria di un telefono. Senza la percezione della morte, la vita perde mordente, diventa piatta: un consumo frenetico di istanti che non lasciano traccia.

Ma la vera tragedia si consuma tra le fila di chi giovane non lo è più. In un mondo che ci vuole tutti sempre sani, sempre belli e pronti a performare, la vecchiaia è diventata una colpa da espiare a colpi di finzioni. Molti anziani oggi hanno smesso di abitare il proprio tempo con quella fierezza tipica di chi ha attraversato tempeste e uragani.

Invece di vivere l’attesa con la serenità di chi guarda a quel cielo dove amici e amori hanno già tracciato la rotta, si lasciano paralizzare dal terrore. Cercano di scappare dall’ombra, e scappando perdono la capacità di godersi la luce ferocemente intensa dell’ultimo tratto di strada. La “resistenza” dei vecchi di una volta era una scelta attiva di amore e dignità; quella di oggi rischia di diventare una penosa rincorsa a un’alba che non può tornare.

Bisognerebbe avere il coraggio di fermarsi. Comprendere che dare valore alla generosità, alla fratellanza e al tempo speso con chi amiamo non è un lusso, ma una necessità biologica e spirituale. Dovremmo restituire spazio alla verità: la vita è immensa proprio perché è fragile.

I vecchi hanno il dovere di tornare a essere fari, mostrandoci che si può aspettare il tramonto continuando ad amare con una forza che i giovani, nella loro inconsapevolezza, non possono ancora conoscere. E i giovani hanno il dovere di alzare lo sguardo, di capire che ogni ora sprecata è un pezzo di destino che non torna.

Solo accettando che siamo tutti, giovani e vecchi, sulla stessa nave diretta verso l’orizzonte, potremo ricominciare a darci la mano. E a camminare non più con paura, ma con quella pace che appartiene solo a chi sa di aver vissuto ogni istante per davvero.

Letizia Caiazzo

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