Mi trovavo sul treno, con lo sguardo abbandonato oltre il finestrino. Il paesaggio scorreva rapido, dissolvendosi in una successione di campi, filari d’alberi e casolari lontani.
Poi, all’improvviso, li vidi.
Tra il giallo delle messi mature, affioravano i papaveri: piccole fiamme rosse, un incendio di porpora tra gli steli del frumento.
Bastò quell’istante, fugace come il viaggio stesso, perché il tempo sembrasse rallentare. La corolla, d’una stoffa così lieve da sembrare tessuta dal soffio d’uno zefiro, sfida l’ardore del sole con l’arditezza del suo colore vermiglio.
Non sono fiori eleganti o costruiti, non hanno il rigore del giglio né la superbia della rosa.
Possiedono una grazia effimera, un’eleganza che trema su uno stelo gracile e flessuoso, ricolmo d’una linfa soporifera.
È un fiore che non tollera cattività.
Eppure, la loro forza sta proprio in questa semplicità. I petali sembrano fatti di carta velina stropicciata, così delicati che, se provi a coglierli, appassiscono quasi all’istante tra le dita. Vivono poco, un po’ ribelli.
Perché in questa loro breve esistenza, essi incarnano il trionfo della vita che sorge indomita anche tra i sentieri più polverosi, custodi di un oblio antico e di una bellezza che non conosce compromessi.
Nei papaveri riconosco la pienezza dell’estate. Nel loro rosso ardente vibra un’eco antica e familiare, come stagioni luminose che ritornano puntuali nel cuore. La loro breve fioritura rinnova, ogni volta, l’incanto del tempo che ritorna.
Piera Messinese






