Lavoro

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Leggendo il giornale, mi imbatto nella notizia diramata dall’INAIL: 306 morti sul lavoro nei primi quattro mesi del 2021 con un incremento del 9,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Mi domando se quando parlavamo di ritorno alla normalità avessimo mai pensato che ci saremmo trovati di fronte a questa situazione che di normale non ha nulla.

Eppure, al tema del lavoro si sono dedicati in molti, non solo in tempi recenti ma fin dai secoli passati. Il lavoro è considerato dall’uomo il mezzo per realizzarsi e per procurarsi di che vivere, naturalmente il lavoro nel tempo si è trasformato seguendo lo sviluppo della società.

Le società arcaiche non parlavano di lavoro, l’attività agricola e la caccia erano le principali fonti di approvvigionamento ma anche una forma di riconoscenza per i doni offerti generosamente dalla natura e di cui l’uomo poteva godere.

In Grecia il lavoro manuale era disprezzato, infatti veniva affidato agli schiavi, si riteneva che danneggiasse la bellezza del corpo che invece gli uomini liberi potevano fortificare nelle palestre.

Il cristianesimo rivaluta il lavoro, san Benedetto fonda la sua regola << ora et labora >>, preghiera e lavoro sono le basi del monachesimo benedettino. Il lavoro, però, per il cristiano è sempre considerato un’attività inferiore rispetto ad altre e non deve diventare fine a se stesso, deve solo procurare i mezzi per vivere.

Con il cristianesimo il lavoro acquista comunque dignità, ma è nell’età moderna, che il lavoro diventa centrale nella vita dell’uomo.

Nelle Utopie di T. Moro e T. Campanella, il lavoro diventa fondamentale per l’uomo e per la società. Marsilio Ficino, filosofo vissuto in quel tempo, considera l’uomo<< in certo qual modo un Dio e signore della materia, poiché, tutte, egli le lavora, le cambia, le trasforma>>

Sempre nell’età moderna i riformatori Lutero e soprattutto Calvino sostengono il lavoro, considerano l’ozio peccaminoso.

Lutero riteneva che Dio avesse dato ad ogni uomo una condizione, artigiano, contadino calzolaio… In quella condizione ognuno sarebbe rimasto, la vita monastica era considerata una scelta egoistica di isolamento e di sottrazione ai doveri verso gli altri.

Calvino, invece, riteneva che nel successo in ambito lavorativo si potesse cogliere un segno della predilezione divina; da qui nelle zone in cui si diffuse il calvinismo, ci fu una corsa alla crescita e all’accumulazione attraverso un lavoro continuo, metodico e razionale.

Anche Max Weber in una sua opera mise in relazione la nascita del capitalismo e il calvinismo. Le tesi di Weber non sono state condivise da molti storici che non vedono un legame diretto tra religione e capitalismo ma certamente il calvinismo conteneva in sé elementi che spinsero ad un cambiamento della società.

L’età moderna fornisce comunque due considerazioni che si affermano rispetto al lavoro. La prima esalta la creatività del lavoro che ha un valore intrinseco e viene visto quasi come sfida e dominio tecnico sulla natura. L’altra considera il lavoro come fatica, castigo che solo nella riuscita e nei prodotti che crea trova il suo senso; quindi il lavoro è duro ma bisogna farlo se si vogliono ottenere profitti.

Questo secondo modo di intendere il lavoro forma la concezione borghese liberale.

Il primo filosofo liberale fu l’inglese J. Locke (1632 – 1704) che riteneva che le cose ottenute con il lavoro diventassero proprietà, ciò perché è come se l’uomo incorporasse il suo lavoro nell’oggetto e ponesse in esso qualcosa di suo che escluda il diritto degli altri uomini.

<< Il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente suoi. Qualunque cosa dunque egli tolga dallo stato in cui la natura l’ha creata e l’ha lasciata ad essa incorpora il suo lavoro e vi intesse qualcosa che gli appartiene, e con ciò se l’appropria […] Tale lavoro essendo indiscutibile proprietà del lavoratore, nessun altro che lui può aver diritto a ciò cui esso è stato incorporato >> Locke, Trattato sul governo, cap. V

Locke sostiene, precedendo Adam Smith, che sia il lavoro a costituire la misura del valore delle cose; così nel valore del pane c’è il lavoro di chi ara la terra, di chi crea gli arnesi, del fornaio, mentre la natura e la terra non hanno valore.

L’Ottocento sarà considerato il secolo d’oro del lavoro, in Europa, infatti, iniziando dall’Inghilterra, si afferma la rivoluzione industriale che determinò un aumento del benessere e della ricchezza materiale ma anche un peggioramento delle condizioni di vita di molte persone.

La società dell’antico regime fu spazzata via e il mondo iniziò a cambiare profondamente sia nel modo di vivere che nel modo di pensare

Il lavoro si svolgeva nelle grandi fabbriche che ricevettero un impulso alla produzione con l’introduzione della << linea di assemblaggio semovente >>, la catena di montaggio introdotta da H. Ford e con il << modo ottimale >> (one best way) di F. Taylor; entro queste coordinate, il lavoro diventò ripetitivo, frantumato, automatico.

Anche questo processo coinvolse la riflessione di filosofi dell’Ottocento che videro nel lavoro un mezzo per emanciparsi, G.Hegel o come causa di alienazione, C. Marx.

Hegel, nella Fenomenologia dello spirito, presenta il lavoro dell’uomo come modo per trasformare la natura e ciò produce un duplice effetto. Infatti la natura si umanizza perché in essa rimane traccia dell’uomo, ma anche l’uomo si modifica attraverso il lavoro, perché lavorando acquista il senso della propria dignità, si realizza e ritorna in se stessa.

Così, proprio nel lavoro, dove sembrava ch’essa fosse un “senso estraneo”, la coscienza, mediante questo ritrovamento di se stessa attraverso se stessa, diviene “senso proprio Hegel, Fenomenologia dello spirito, IV A, 31

Hegel ha considerato il lavoro in generale, non ha guardato al lavoro reale nelle fabbriche, come invece farà Marx che troverà proprio nel lavoro il motivo dell’alienazione dell’uomo.

Anche per Marx il lavoro è uno strumento necessario per la realizzazione dell’uomo, tuttavia nella società capitalistica, il lavoro è alienato perché il prodotto nel quale il lavoratore ha posto parte del proprio essere non gli appartiene, gli è estraneo. In ciò l’uomo non realizza se stesso ma perde una parte di sé.

L’uomo si aliena dal genere umano perché lavorando perde la possibilità di trasformare la natura secondo un suo progetto, propensione connaturata all’uomo. Ancora, l’uomo è alienato perché il suo prodotto è la sua stessa vita appartengono al capitalista.

Ben lungi dal realizzarsi, l’uomo è dunque sfruttato ed espropriato; il lavoro alienato gli consente di soddisfare solo i bisogni fondamentali e non esclusivamente umani, quelli legati alla nutrizione e alla generazione.

<< L’operaio diventa tanto più povero quanto più produce ricchezza, quanto più la sua produzione cresce in potenza ed estensione. L’operaio diventa una merce tanto più a buon mercato quanto più crea delle merci […] Il lavoro non produce solo merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere >>. Marx, Manoscritti economici – filosofici

Nel Novecento molte cose sono cambiate, le condizioni di lavoro migliorate, la nostra Costituzione (1948) e lo Statuto dei lavoratori (1970) hanno contribuito alla tutela dei lavoratori.

Da quando, però, in tempi più recenti si parla di globalizzazione e flessibilità, il lavoro progressivamente perde valore. Un modo di lavorare flessibile, infatti, ha portato ad una frantumazione del ciclo produttivo che non avviene più nella grande fabbrica ottocentesca, ma richiede mobilità, capacità di seguire le richieste del mercato, precarietà, mansioni variabili. Il lavoro ha perso soprattutto il valore intrinseco ed è diventato solo un modo per avere un compenso.

Cambia il lavoro così come cambia la società, ma in un mondo in cui esistono sistemi di sicurezza, tecnologie, strumenti capaci di proteggere i lavoratori sentiamo sempre e ancora di morti sul lavoro.

E’ triste pensare che chi si impegna per migliorare con il proprio lavoro la vita degli altri, sostenere economicamente la propria famiglia con lavori pesanti, spesso mal pagati e privi delle necessarie garanzie, debba finire i suoi giorni a causa di ciò che non ha funzionato, di una distrazione umana, di orari di lavoro prolungati oltre misura, di attenzioni mancate, di colpevoli superficialità, nella generale indifferenza dopo l’emozione del momento.

L’operaio non tornerà più a casa, la sera, non vedrà più i bambini saltargli al collo felici per il suo rientro, non ritroverà gli affetti consueti, non potrà godere delle dolcezze che la vita gli avrebbe offerto, per chi resta … solitudine e dolore.

Voglio sperare che non si risparmi sulla sicurezza per aumentare i guadagni, o sarò costretta a pensare che sia sempre il denaro, lo sterco del diavolo, come veniva chiamato nel Medioevo, a muovere gli uomini e le loro azioni.

Non intendo dire con questo che con il lavoro non si debba guadagnare, al contrario, ritengo che ogni lavoro dovrebbe avere un giusto salario e consentire un dignitoso modo di vivere ma la ricerca di un maggiore benessere e l’arricchimento legittimo e personale non devono creare danno ad altri.

Gabriella Colistra

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