Siamo diventati indifferenti al dolore altrui quando smettiamo di riconoscere l’altro ,in questo caso un animale,come un essere vivente capace di soffrire. La tragedia dei cagnolini morti sul tetto a Sciacca è uno specchio crudele di questa deriva: quattro cuccioli lasciati sotto il sole a 43 gradi, senza acqua, senza ombra, senza alcuna possibilità di salvarsi. La loro madre, una pastore maremmano, si muoveva freneticamente tra i corpi agonizzanti, guaiva, cercava aiuto, cercava uno sguardo umano che la vedesse davvero.
Ma nessuno rispondeva.
Quelle immagini, diventate virali, non sono solo dolore: sono un grido che ci attraversa, che ci chiede come abbiamo potuto permettere tutto questo. Questa vicenda non è solo un fatto di cronaca: è un atto d’accusa contro la nostra indifferenza. Quei cuccioli erano stati abbandonati su un terrazzo rovente, circondati dalle loro deiezioni, privi di acqua, privi di riparo, privi di tutto ciò che rende la vita possibile.
Quando i soccorsi sono arrivati, quattro erano già morti tra sofferenze che nessun essere vivente dovrebbe conoscere. Gli altri erano allo stremo, piccoli corpi che tremavano per le convulsioni, che ancora speravano in qualcuno.
Il proprietario è stato denunciato, sì. Ma la verità è che nessuna denuncia potrà restituire ciò che è stato tolto . La domanda che questa tragedia ci impone è semplice e terribile: come abbiamo potuto non vedere?
Come è possibile che nessuno, prima delle segnalazioni, abbia notato quei lamenti, quel caldo insopportabile, quella sofferenza evidente?
La verità è che spesso vediamo, ma non guardiamo davvero. Sentiamo, ma non ascoltiamo. Ci siamo abituati a scorrere immagini di dolore sui social come fossero intrattenimento, a voltare lo sguardo perché “non è affar nostro” . Ed è qui che entra la mia rabbia.
Una rabbia che brucia, che stringe lo stomaco, che non lascia indifferente.
Una rabbia che nasce dal vedere che persone vicine , i vicini, quelli che abitano a pochi metri da quel tetto hanno scelto di non intervenire. Hanno sentito, hanno visto, e non hanno fatto nulla.
La rabbia è la risposta naturale di chi non accetta che la comunità si trasformi in un luogo dove il dolore può essere ignorato senza conseguenze.
E quando i vicini non rispondono, non è solo un fallimento individuale, un silenzio che pesa, che fa male.
Ogni volta che ignoriamo un grido umano o animale, contribuiamo a un mondo più freddo, più crudele, più disumano. La morte di quei cuccioli non è solo responsabilità di chi li ha abbandonati. Ma è anche il risultato di una società che ha smarrito il senso della cura, della compassione, della responsabilità. Riflettere su ciò che è successo a Sciacca significa riconoscere che l’indifferenza non è un destino ma è una scelta.
E possiamo scegliere diversamente.
Possiamo decidere di vedere, di ascoltare, di intervenire, di non lasciare che il dolore altrui resti inascoltato.
Perché la civiltà non si misura dalle parole, ma da come trattiamo i più fragili.
E perché il mondo cambia solo quando qualcuno rifiuta di restare in silenzio.
E allora vi chiedo una cosa, a voi che leggete, a voi che vivete accanto ad altri esseri viventi, a voi che avete un tetto sopra la testa e un cuore nel petto: non permettete mai più che il dolore diventi silenzio.
Non lasciate che un lamento animale si perda nell’aria.
Non convincetevi che “non è affar vostro”.Perché ogni volta che scegliete di intervenire, anche solo con una telefonata, un messaggio, un gesto, salvate una vita.
E ogni volta che scegliete di ignorare, una parte del mondo diventa più buia.Non aspettate che sia troppo tardi.
Angela Amendola






