Pensieri su tecnica e tecnologia

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La parola tecnica risale al greco téchne ed esprime la capacità pratica e manuale di produrre oggetti e strumenti. L’esecuzione materiale presuppone una precedente attività intellettuale e solo quando i due elementi si uniscono parliamo di tecniche.

Nella filosofia più antica non si parla di tecniche perché i filosofi si dedicarono allo studio della natura per comprenderne il funzionamento non per intervenire su di essa modificandola. Essi usarono il termine téchne per indicare l’arte con accezione estetica, come insieme di regole e principi che conducono al raggiungimento di un fine; oppure usarono il termine per indicare la medicina, la poesia, l’agricoltura e la caccia, attività a cui si dedicavano gli uomini del tempo.

Ricordo quanto scriveva Tolomeo:<< So di essere mortale, creatura del giorno; ma quando indago sulle infinite spire ruotanti delle stelle i miei piedi non posano più su questa terra ma accanto a Giove stesso mi sazio di ambrosia, il cibo degli dei>>.

Il motivo che determinò un ritardo dello sviluppo della tecnica fu la presenza di molti schiavi che svolgevano tutti i lavori manuali per cui non si pensò di produrre strumenti che avrebbero facilitato il lavoro. Inoltre, le attività manuali erano per lo più disprezzate infatti nelle scuole medioevali si dividevano le arti liberali (quelle a cui si dedicavano gli uomini liberi) e le arti meccaniche. Anche la Chiesa con Tommaso D’Aquino considerò le arti meccaniche servili in quanto occupavano il gradino più basso delle attività umane, il gradino più vicino alla vita quotidiana e materiale.

E’ solo nel Rinascimento che viene riconosciuto il valore della tecnica grazie a Leonardo da Vinci che fu artista, scienziato, ingegnere che coltivò sia la ricerca teorica che l’applicazione pratica ma soprattutto grazie a F. Bacone che fu il primo a comprendere l’importanza della scienza teorica per trasformare la realtà.

Per Bacone le condizioni dell’umanità sono destinate a migliorare e questo avverrà grazie alla scienza e alle sue applicazioni tecnologiche.

<<La scienza e la potenza umana coincidono, perché l’ignoranza della causa preclude l’effetto, e alla natura si comanda solo ubbidendole: quello che nella teoria fa causa nell’operazione pratica diventa regola>> F. Bacone, Novum Organon

In un opera utopistica Nuova Atlantide (1627) Bacone descrive uno stato utopistico governato dagli scienziati:<< Il fine della nostra fondazione è la conoscenza delle cause e dei moti segreti delle cose, e l’ampliamento dei confini dell’impero umano per l’effettuazione di tutte le cose possibili >>.

Fu questo il periodo in cui si comprese l’importanza dello sviluppo delle tecniche e si superò l’avversione dei secoli precedenti nei confronti di ciò che era meccanico e non esclusivamente intellettuale. Da questo momento la fiducia nella scienza e nella tecnica diventò incondizionata e si affermò l’idea che la tecnica producesse esclusivamente progresso.

Così sarà per secoli, la tecnica e le sue applicazioni forniscono strumenti per produrre, per costruire, per curare, determinando così la rivoluzione industriale, migliorando la vita nelle città, ponendo in essere opere che esaltano l’ingegnosità dell’uomo e trovano la loro celebrazione nelle esposizioni universali che periodicamente venivano realizzate nelle più importanti città del mondo. La prima fu a Londra nel 1851 ed era insieme mostra, fiera, occasione d’incontro tra visitatori e produttori.

Pasteur, chimico francese, nell’Ottocento scriveva:<< Niente può dare maggiore felicità a colui che dedica la propria vita alla scienza, che accresce il numero delle scoperte, e il calice della sua gioia è colmo quando i risultati dei suoi studi trovano immediate applicazioni pratiche>>.

Sul finire dell’Ottocento, però, l’immagine della tecnica e delle tecnologie come segno di progresso inarrestabile viene messa in discussione, prima di tutto dai filosofi che iniziano a chiedersi se la tecnica abbia in sé un valore positivo o negativo. L’idea prevalente è che il valore della tecnica sia quello che l’uomo dà ad essa ma si levano anche voci di critica nei confronti di una tecnica che investe l’uomo e talvolta lo travolge.

A tal proposito, mi torna in mente il filosofo Heidegger che, nel Novecento, considerò la tecnica come elemento che impegni l’uomo in tutto il suo essere e lo porti a voler dominare la natura e il mondo. La tecnica, secondo Heidegger ci dà l’illusione di poter sfruttare la natura, ma, nota il filosofo c’è una grande differenza tra l’antico ponte di legno che collegava le sponde di un fiume e ne rispettava il corso e la centrale idroelettrica che imbriglia le acque e le fa diventare parte della costruzione stessa.

Saranno le guerre del Novecento a mostrare il volto peggiore del progresso tecnologico, soprattutto la seconda guerra mondiale, nella quale fu usata l’energia nucleare capace di distruzione di massa e morte. Sull’equilibrio del terrore, cioè sulla minaccia di usare l’energia nucleare in caso di conflitti, si fondò la guerra fredda con i due blocchi contrapposti: quello sovietico e quello statunitense-occidentale.

I filosofi si interrogano sulle responsabilità dell’uomo nell’uso delle sue scoperte, un conto è costruire un cannocchiale che consenta di guardare più lontano, un altro conto e costruire strumenti di distruzione di massa.

Secondo W. Heisenberg (1901 – 1976), fisico tedesco, le responsabilità ricadono soprattutto sui fisici atomici che potrebbero essere chiamati come consulenti dai governi quando questi devono decidere su importanti questioni. Il fisico potrebbe declinare la responsabilità ma chi gli assicura che poi non si sentirà responsabile di non aver deciso, di fronte a cattive decisioni prese da altri e che lui avrebbe potuto fermare.

Nonostante per tutto il Novecento si siano levate voci contro la scienza e la tecnica, viste come strumento di dominio del mondo fisico e della società, la tecnica ha proseguito il suo cammino fornendo ritrovati utili al miglioramento della vita ma anche producendo danni all’ambiente tanto da far nascere la questione ecologica che mette in discussione il modello di sviluppo economico.

Un altro aspetto della tecnica che pone interrogativi sul suo valore sono le biotecnologie che pongono soprattutto problemi etici perché non riguardano il mondo fuori di noi ma toccano la nostra vita, la nostra coscienza ed anche in questo caso cogliamo i due aspetti della tecnica: accettiamo con favore la tecnica che consente le cure invasive o il trapianto di organi, guardiamo con sospetto l’ingegneria genetica che genera vivaci scontri tra i sostenitori di tesi diverse, tesi che dipendono spesso da convinzioni personali o religiose.

In questi ultimi anni, si è posta un’ulteriore questione per l’uso delle tecnologie elettroniche (cellulari, tablet, tv, ecc.), soprattutto recentemente, quando anche la scuola è diventata on line.

I giovani, dai bambini dell’asilo agli adolescenti delle scuole superiori, sono travolti dagli strumenti tecnologici. Appena svegli, collegamento audio – video con insegnanti e compagni di classe, ore di improbabili proficue lezioni, giochi sotto banco, tanto il povero insegnante non vede, video dichiarato non funzionante per poter fare lezione sonnecchiando a letto, occhi che traballano sulla lavagna on line, e dopo ore di…lavoro defatigante, relax con telefonino, tablet o altro strumento imbonitore di contenuti.

Passività è il danno che vedo in tutto ciò, la dipendenza da qualcosa che orienta i pensieri, li ingabbia, li fa nostri ma non abbiamo scelto, come pensiamo, siamo stati selezionati da un algoritmo.

La passività è soprattutto dei più giovani ma anche degli adolescenti che usano telefonini e tablet per ogni occorrenza: ricerca per studio, acquisto di biglietti, prenotazioni ed altro, possono diventare incapaci di vivere senza questi strumenti che possono provocare danni alla vista, al corpo ma soprattutto allo spirito. I ragazzi cercano compagnia e trovano solitudine, sono loro stessi, a volte, ad isolarsi dalla realtà per immergersi in un mondo virtuale che fa perdere i corretti legami con il mondo reale; diventano ansiosi, insonni, depressi.

Gli psicologi da tempo mettono in guardia contro una eccessiva esposizione dei bambini più piccoli alla tecnologia elettronica poiché questa provoca ritardi cognitivi, deficit dell’attenzione e un’impulsività che spesso si trasforma in scatti d’ira. Il sonno viene disturbato e tutta la vita risulta condizionata.

I telefonini ed altri supporti elettronici, in questo ultimo anno, sono stati per molti una salvezza, hanno aperto una finestra sul mondo e hanno fatto vedere i volti di persone care lontane ma come spesso accade, c’è il risvolto della medaglia. Per questo motivo vigiliamo sui più giovani, cerchiamo di preservare il loro futuro, rendiamoli consapevoli dei rischi che corrono ed educhiamoli al rispetto per sé stessi prima che per gli altri.

La scuola può fare molto ma deve essere in presenza, solo in quel modo si può stabilire una reale relazione interpersonale che consentirebbe di stabilire una relazione educativa che in una giornata a scuola, tra lezioni, chiacchiere, confidenze, momenti di pausa ha infiniti modi di manifestarsi e circolare.

Gabriella Colistra

Pensieri in viaggio

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