Pensieri in viaggio

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Giorni fa percorrevo in auto l’autostrada verso Sud, destinazione Reggio Calabria.

Non guidavo io, quindi guardavo stancamente in giro, in una giornata piovigginosa corrispondente al grigiore dell’anima; un percorso fatto spessissimo offre poco di nuovo ma ad un certo momento vedo sulla destra e sulla sinistra fabbriche in attività: da una parte un comignolo fumava come se all’interno fuochi accesi producessero prelibatezze alimentari, dall’altra parte un capannone industriale, molte macchine nel parcheggio, camion che sembravano pronti a muoversi per portare in giro merci.

Pensai che fosse una cosa confortante vedere attività vivaci in zone e in momenti difficili.

Non avevo finito il pensiero, quando accanto al capannone vedo chiuse in un recinto all’aperto un gregge di pecore che, incurante del lavoro di alcuni e dei miei pensieri in movimento, brucava tranquillamente l’erba e mi è subito venuto in mente quanto scriveva il filosofo Nietzsche:

<< Osserva il gregge che ti pascola innanzi: egli non sa cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piolo dell’istante, e perciò né triste né tediato >>.

Nietzsche, in questo passo, contrappone vita e storia, come se la vita fosse caratterizzata dall’oblio e si esaurisse nel presente e la storia fosse invece memoria e si fondasse sul ricordo. Sostiene questo perché è convinto che se sulla vita incombesse la storia, con le sue memorie, con i suoi avvenimenti, la vita stessa ne verrebbe danneggiata, impoverita morirebbe.

Anche se Nietzsche è uno dei miei filosofi preferiti, su questo punto non sono d’accordo con lui, il passato può essere un peso ma indubitabilmente è nella nostra vita e non possiamo eliminarlo.

Come abbiamo gli occhi e i colori di nostro padre, la bocca e il sorriso di nostra madre, così abbiamo nel nostro presente ciò che è stato il nostro passato.

Ogni evento importante della vita lascia una traccia che è andata a costruire il nostro essere e le risposte che diamo o le domande che rivolgiamo rivelano realtà, pensieri, attese.

Intorno, proseguendo il viaggio, colline, prati, terreni incolti, casupole sparse, ma il pensiero torna alle pecore e al capannone che mi sembrano segno della mia terra: tentativi di modernità e tradizione, una bellezza sfolgorante di certi paesaggi e il degrado di altri, gente perbene e onesta e uomini dediti al malaffare e alla malavita.

In una parola: contraddizioni.

Chi è stato in questa regione conosce la bellezza di tanti luoghi, delle rocce che finiscono in mare creando spiaggette incantevoli raggiungibili solo con la barca o a nuoto; l’incanto delle nostre montagne ricche di alberi secolari e paesaggi mozzafiato.

Forse, però, ha visto anche i cumuli di rifiuti in tanti luoghi, le case e le opere pubbliche incomplete, i paesi abbandonati. Verrebbe da dire che la natura ha creato meraviglie e la mano dell’uomo ha distrutto e danneggiato.

Ci sono tante persone che lavorano onestamente, che rispettano le leggi e si impegnano per aiutare la collettività e tante altre che delinquono, commerciano droga, praticano estorsioni ed usura a danno di molti, contribuiscono a diffondere una mentalità mafiosa che si insinua nel tessuto sociale generando clientelismi e prevaricazioni a vari livelli. Tutto questo determina arretratezza e ritardo nello sviluppo. La regione, infatti, è sempre tra le ultime nelle stime statistiche nazionali.

Bella e disperata questa terra! Altro che l’edulcorata e vuota immagine della Calabria del corto di Muccino!

Io credo che se non si vive in Calabria, se non ci si scontra quotidianamente con la realtà, non la si può comprendere. Se non si conosce la fatica del vivere che tocca ad ognuno di noi dove ciò che è dovuto è concesso come favore, non si può comprendere questa regione.

Dietro una curva, appare Scilla, e qui, che meraviglia!
Incontro il mito!
Di fronte, in Sicilia, Cariddi e in mezzo lo stretto di Messina, una cartolina artistica.

Scilla, cantata da Omero, mostro che vive in una spelonca, ha sei teste, dodici piedi e tre file di denti <<ricolmi di morte nera>>, si nutre di delfini e di marinai.

Nessuno riesce a sfuggirle. Cariddi, forza aniconica, non ha alcun aspetto, è solo un orrendo gorgo che talvolta sputa, altre volte risucchia acqua e in questi gorghi affondano e si perdono le navi.

Sento le urla dei sei marinai che Scilla divorò di fronte ad Ulisse che li aveva sacrificati perché la nave fosse salva. Silla in origine era una fanciulla bellissima, fu resa mostruosa dalla maga Circe per rivalità in amore.

Finito il mito, Scilla ritorna bellissima come sempre, incantevole anche nella malinconia di questo giorno piovigginoso; in queste zone, in estate, viene praticata la pesca del pesce spada da marinai guidati da un’antica e tramandata conoscenza delle tecniche.

Tra poco saremo sul più bel chilometro d’Italia, così almeno lo definì D’Annunzio, a me poco simpatico ma certo esperto di bellezza ed il lungomare di Reggio è un chilometro e settecento metri di autentica bellezza.

Alberi secolari ed eleganti palazzi da un lato, il mare e la Sicilia dall’altra è una mirabile unione di bellezza, aria di mare e luce che raramente si possono trovare in altri luoghi.

Basta però, andare verso le periferie e lo spettacolo cambia, e non in meglio; credo che chi ci viva abitualmente si nutra di bellezza e miseria, di amicizie ed affetti, di inimicizie e rancori.

Il bello è in tutta la Calabria, le cose negative coesistono e in chi ha la consapevolezza di ciò generano disagio e sofferenza. In alcuni momenti vorrei essere come la pecora di Nietzsche, brucare beatamente e vivere felice di quello che ho, ma non riesco a chiudere gli occhi, voltarmi dall’altra parte per non vedere che siamo immersi in contraddizioni.

Abbiamo il più grande terminal italiano per il transhipment che periodicamente entra in crisi; chiudono stazioni ferroviarie ma i nostri giovani continuano a partire; Pitagora, vissuto a Crotone, uno dei più grandi filosofi dell’antichità, matematico per giunta, non ci ha insegnato a far quadrare i conti della spesa ma nemmeno quelli con la vita.

Così tra individualismo e socievolezza, caparbietà e cedevolezze, passioni e razionalità trasciniamo la vita aspettando un “Deus ex machina” che venga a salvarci.

Non verrà nessuno, potremo farlo noi, ma se non acquisiremo senso civico e della collettività, se non decideremo di voler costruire il nostro futuro abbandonando arcaici difetti, resteremo oscillanti tra miseria e nobiltà.

Dovremo farlo non dimenticando la nostra storia, la vita di ogni uomo non è nulla senza il passato, senza il mondo in cui è vissuto, senza ricordi non siamo niente.

Gabriella Colistra

Idee in cammino

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