Novembre

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Novembre. Passata la festa di Halloween, festa soprattutto commerciale e macabra nei suoi rituali che non appartengono alla nostra cultura, festeggiamo nel primo giorno del mese tutti i santi e il giorno successivo tutti i defunti.

Anche se nella nostra memoria sopravvivono sempre i nostri cari che non ci sono più, nel giorno dei morti tornano più vivi a ricordarci che anche noi un giorno non saremo più perché la morte, come ben sappiamo, è l’unico evento assolutamente certo, conseguenza dell’essere nati.

Proprio per questa ragione e per il mistero del morire, la morte è un tema presente nella riflessione di moltissimi filosofi.

Già nell’antichità Platone diede molta importanza alla morte perché questo era il momento in cui all’uomo venivano riconosciuti meriti e demeriti. In base a questi, la sua vita sarebbe continuata nel mondo delle idee dove avrebbe contemplato la verità; oppure, come avvenne al soldato Er, morto in battaglia, avrebbe dovuto scegliere a sorte un’altra esistenza in cui incarnarsi.

Platone quindi credeva nell’immortalità dell’anima che nel Fedro immagina come una biga alata trainata da due cavalli guidati da un auriga. Sarà in un viaggio verso il mondo delle idee che se prevarrà il cavallo bianco, l’anima volerà nel mondo ideale, se prevarrà il cavallo nero, il carro precipiterà verso la terra e, per il momento, non ci sarà salvezza.

Platone immagina anche come sia il mondo in cui si andrà dopo la morte. Idea viene da ideῖn che vuol dire vedere e rappresenta la realtà soprasensibile, l’essere puro, che solo pochi privilegiati potranno possedere pienamente.

Con lo scorrere del tempo, l’immagine di ciò che ci sarà dopo la vita scompare e si fanno strada filosofie meno immaginifiche e più realistiche.

La morte diventa un tema fondamentale nel Novecento con M. Heidegger. Egli ritiene che l’uomo sia immerso in una esistenza in cui prevalgono progetti e scelte come se la sua fosse una vita infinita, quindi “si decide per” e “si disperde in”, vivendo in effetti una vita inautentica, piena di falsità nel suo svolgersi.

Solo quando comprenderà che ogni possibilità si infrange di fronte all’ineluttabilità della morte, l’uomo potrà vivere autenticamente, riconoscendo che << la morte in quanto possibilità non dà niente all’uomo da realizzare >>.

La morte, quindi, ferma ogni progetto, e sapere che essa prima o poi ci sarà cambia anche il nostro modo di intendere la vita, svela la nullità di ogni progetto e dà nuovo valore ad ogni scelta.

Il << vivere per la morte >> costituisce quindi il senso autentico dell’esistenza perché ci stacca dall’essere sommersi dai fatti e dalle circostanze ma come scrive lo stesso filosofo << L’essere – per – la – morte è essenzialmente angoscia >>.

Percepire l’angoscia ci dà il senso della nostra finitezza e dei nostri limiti, non volendoli riconoscere, sprofondiamo nuovamente in un mondo di cose e di distrazioni. Lo sa bene Heidegger che scrive:<< L’esistenza anonima e banale non ha il coraggio dell’angoscia dinanzi alla morte >>.

Di fronte a tanto angosciante dolore, forse è meglio fare un passo indietro e tornare ai filosofi greci.

Epicuro, vissuto nel IV sec. a. C., riguardo alla morte sostiene che essa sia un male solo per chi nutre false opinioni su di essa.

Per Epicuro, l’uomo è composto di anima e di corpo che sono aggregati di atomi, quando questi si dissolvono, la coscienza e la sensibilità dileguano fino a cessare e dell’uomo restano solo macerie disperse.

La morte, quindi, non deve fare paura perché non ci accorgeremo del suo sopraggiungere e non sentiremo nulla; dopo la morte di noi non resterà nulla, si dissolverà ogni parte sia fisica che spirituale e, consiglia Epicuro, non affliggiamoci, al piacere che la nostra vita ci ha dato, non è necessario l’eterno.

Coloro che credono nel ritorno delle cose, pensano che in un ciclo futuro del mondo, si ritornerà. Seneca infatti scrive: << Con animo sereno deve uscire dalla vita chi è destinato a ritornare >>.

A volte, però, il filosofo sembra pensare all’immortalità dell’anima come quando nella lettera 65 scrive:

<< L’anima non permette che le venga assegnata un’esistenza limitata:<< Tutti gli anni sono miei >> dice, << non c’è età preclusa ai grandi ingegni, non c’è tempo che non sia accessibile al pensiero. Quando arriverà quel giorno che separerà questo composto di divino e umano, lascerò questo corpo dove l’ho trovato, ed io ritornerò fra gli dei. Neppure adesso ne sono completamente separato, ma mi trattiene il grave peso terreno >>.

Per i cristiani, l’anima è immortale e sopravvive al corpo, fu sant’Odilone di Cluny che nel 928 d.C. stabilì che un giorno, il 2 novembre, fosse dedicato al ricordo dei defunti.

In questa commemorazione si coglie la speranza cristiana che troviamo nella Bibbia là dove Giobbe, nonostante le sue tormentate vicende, dice:<< Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà nella polvere >>.

Per i credenti non ci sarà dissoluzione nella polvere, il destino dell’uomo e quello di vedere Dio. Con la preghiera per i defunti, in pratica, si chiede ai defunti di intercedere per noi, nella speranza di poterli incontrare, un giorno.

Il filosofo Croce, vissuto nel Novecento, diceva che non possiamo non dirci cristiani, questo mi fa pensare che il giorno dedicato ai defunti sarà anche per i non credenti un giorno di riflessione e di ricordo delle persone che abbiamo amato, con cui abbiamo fatto un tratto di strada insieme e che oggi non ci sono più.

Fortunati coloro che hanno qualcuno che li ricordi e ne tenga viva la memoria! Credo che per ogni persona, il pensiero della dimenticanza sia il più doloroso da immaginare, ma coloro che non sono più non hanno pensieri né sensibilità; forse, immersi nel loro silenzio non hanno alcun interesse nei confronti dei colori e del fragore umano.

Gabriella Colistra

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