Etica

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La parola etica deriva dal greco “ethica” e nel linguaggio filosofico indica una dottrina o una riflessione sul comportamento dell’uomo rispetto al conseguimento del bene e dei doveri morali verso sé stesso e verso gli altri e fornisce anche i criteri per giudicare le azioni degli altri. Userò con lo stesso significato la parola morale anche se in realtà ha un significato leggermente diverso.

Un atteggiamento etico si può trovare già nel sec. V a. C. quando, in occasione del processo a Socrate, si giudicò ingiusta la condanna a morte comminata ad un uomo che per altri era onesto, giusto e non meritevole di condanna.

L’esigenza di definire i contenuti dell’etica è forte in Aristotele che scrisse due importanti opere morali: Etica Nicomachea ed Etica Eudemia.

L’Etica Nicomachea è la più nota e anche quella più apprezzata. La tesi di Aristotele è questa: gli uomini vogliono conseguire la felicità che da loro è considerata bene supremo.

Molti uomini, sostiene il filosofo, pensano che la felicità risieda nel piacere e nel godimento ma si sbagliano, infatti il piacere fisico rende l’uomo simile alle bestie.

Altri uomini, invece, pensano che la felicità risieda nel riconoscimento pubblico della loro bontà e della loro virtù. In questo caso, però, il compiacimento dell’uomo per la lode ricevuta è fine a sé stessa, non riguarda tanto l’azione compiuta.

Per Aristotele la felicità risiede nel corretto uso della ragione e nelle attività in cui essa è guida intelligente dell’agire umano. I beni più grandi sono quelli spirituali, non quelli materiali, quindi saranno le azioni virtuose che daranno felicità all’uomo che le compie.

<< Che, poi, la virtù su cui si deve indagare sia quella umana, è evidente; infatti umano è il bene e umana è la felicità che cerchiamo. E diciamo <<umana>> non la virtù del corpo ma quella dell’anima; e diciamo anche che la felicità si configura come attività dell’anima >>.                                  Aristotele, Etica Nicomachea, I,13, 1102a

Aristotele ha posto le basi teoriche del discorso sull’etica ma, nel corso della storia, filosofi e teologi hanno continuato a riflettere sul bene e sul giusto ed hanno dato interpretazioni rispondenti alle loro convinzioni.

Abbiamo quindi l’etica socratica, l’etica edonistica, l’etica kantiana, quella utilitaristica e quella nietzschiana.

L’etica socratica è intellettualistica, vuol dire che per Socrate bisogna conoscere il bene per poterlo fare; quindi, non si nasce virtuosi, ma lo si diventa ed essendo la ragione l’essenza dell’uomo, è attraverso l’esercizio di questa che l’uomo diventa migliore e capace di comportamenti virtuosi.

L’etica edonistica è quella che pone il piacere e il soddisfacimento di esso alla base di ogni azione. Tale atteggiamento considera l’azione nella sua presenza e quindi momento per momento si fa ciò che piace. Poste queste condizioni, diventa inaccettabile l’esperienza del dolore che mette in luce il fallimento dell’azione pratica, per tale motivo l’edonismo porta spesso al pessimismo.

La morale kantiana presuppone che l’uomo sia razionale ed autonomo, cioè capace di dare a sé stesso la regola del proprio agire. Non tutte le azioni, se pur razionali sono morali; sono morali quelle che ci fanno sentire parte di una comunità che riunisce esseri razionali convinti che siano necessarie leggi morali che regolino le relazioni comuni. In questa situazione l’uomo si sente libero perché non è più condizionato dall’esperienza sensibile e dai bisogni materiali.

L’etica utilitaristica è quella che ritiene che la felicità risieda nella soddisfazione dei bisogni, il criterio per definire la soddisfazione è l’utile. Jeremy Bentham, filosofo iniziatore di tale corrente scrive: << Utilità è un termine astratto che esprime la capacità o la tendenza di una cosa a preservarci da qualche male o a procurarci del bene >>. Bene e utile quindi aumentano il benessere dell’uomo aumentando il piacere e allontanando il dolore.

All’ottimismo che caratterizza l’utilitarismo, si oppone in modo radicale il filosofo F. Nietzsche che critica le teorie etiche del passato e parla di due morali: quella del signore e quella dello schiavo. La prima si caratterizza per la tenacia, la seconda per il risentimento. Signore e schiavo non indicano due condizioni sociali ma due modi di essere: il signore è nobile d’animo, coraggioso, ha apertura intellettuale, è sincero e sa cosa sia il bene. Il servo è incattivito dal risentimento contro l’oppressore, per reagire contro tale condizione non cercherà di creare nuovi valori ma tenterà di sovvertire l’ordine e rendere schiavi i signori.

C’è infine ultima, ma non per importanza, la morale cristiana basata sulla fede religiosa. Il cristianesimo ha diffuso il valore dell’uguaglianza tra gli uomini, la ricerca della giustizia sociale, la solidarietà, l’attenzione per gli ultimi e oggi la voce autorevole di papa Francesco invita a non dare eccessivo peso ai beni materiali, non saranno quelli a dare la felicità. E ancora, l’attenzione per la bellezza del creato che gli uomini dovrebbero impegnarsi a mantenere.

Le tesi che ho fin qui illustrato molto sommariamente hanno costruito, sommandosi e integrandosi, il nostro sistema di valori in cui ci riconosciamo e che consideriamo il migliore.

Forti di questa convinzione spesso guardiamo altri modelli di valori come se tutti, prima o poi, si dovessero adeguare al nostro, ma mi chiedo sempre più spesso se sia possibile un’etica universale, cioè se tutto il mondo possa mai vivere in concordia, riconoscendosi in valori comuni.

Basta guardarsi intorno per pensare che non sarà così.

Le recenti riunioni per il clima, segnate dall’assenza dei grandi “inquinatori”, come li hanno definiti i giornalisti, e da coloro che hanno partecipato con tanti distinguo ci fanno capire che nessuno è disposto a cambiare la propria politica per il benessere della collettività.

Il clima è un problema urgente e i confini nazionali non impediscono all’inquinamento di diffondersi, dovrebbe quindi essere nell’interesse di tutti rivedere, per quanto possa essere difficile, i propri modi di produrre e di vivere. Al contrario, ognuno sembra appiattito sull’oggi del proprio paese, senza pensare mai al futuro che lascerà alle prossime generazioni.

Allo stesso modo è per l’etica, essendo soddisfatti di ciò che si ha non si fa nulla per combattere ed alleviare le violazioni e le sofferenze che vivono uomini e donne in tante parti del mondo.

Una risposta viene data da M. de Montaigne che nei suoi scritti introduce il relativismo culturale sostenendo che ognuno chiama barbarie ciò che non è nei suoi usi mentre ritiene perfetti il suo governo, la sua religione le opinioni e gli usi del paese in cui vive.

Il relativismo di Montaigne porta con sé l’accettazione della diversità, non una piena condivisione di valori morali. Meglio questo che niente, ma il bisogno di comportamenti morali è presente nel nostro tempo, quanto più ci si sente privi di valori tanto più si diffondono le etiche. Dall’etica ambientale a quella professionale, dall’etica delle imprese al rispetto degli animali, dall’etica nella produzione alimentare all’etica della responsabilità che in qualche modo le contiene tutte.

Non so se mai, in un mondo interconnesso e globalizzato, i valori morali possano diventare universali ma proprio perché è facile che viaggi e migrazioni portino a coesistere persone con un bagaglio etico diverso, il problema bisogna porselo e non ricorrere a soluzioni momentanee ed emergenziali. Con i diversi da noi per usi, costumi e religione si dovrà imparare a convivere, per questo bisognerà cercare di comprendere, rispettare, accettare.

Da parte di tutti, non solo dei migliori.

Gabriella Colistra

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