Minoranze nel Mondo: le foto di Mario Benenati

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Mario Benenati

e

le sue “Donne e minoranze nel Mondo”

 

Il curioso e simpatico Sergio, la mia inseparabile guida in terra siciliana, il mio angelo custode saluta Salvo Zappulla, avvia la sua monovolume e mi guarda.

Che c’è? Non conosci la strada del ritorno?

No, no, la conosco molto bene.

É che con la complicità di Maria Carmela Miccichè ho una sorpresa per te ma ho timore della tua reazione.

Già, tu sei la mia guida, non il mio capitano. In ogni caso visto che siamo in periodo natalizio, è il 22 dicembre, e dovremmo essere tutti più buoni, ti lascio fare.

Che bello! Sicuro?

Dai dimmi di cosa si tratta, anche perché non posso dispiacere Maria Carmela, la tua complice ma mia amica.

Ci tocca fare circa due ore di viaggio con tappa ad Avola e arrivo a Scicli. Sono un centinaio di kilometri da Sortino a Scicli. Regge la tua schiena?

Regge, regge, tranquillo. Ma non mi hai detto ancora perché Scicli. Capisco Avola per il tuo amore per il Nero d’Avola…ma Scicli? Dai, non dirmi nulla, così la sorpresa acquista un sapore più intrigante.

Sergio sorride, è contento…chissà cosa mi nasconde!

Dimmi solo per che ora dovremmo essere a Scicli…

Per le 16,30. Abbiamo tutto il tempo per fermarci ad Avola, mangiare qualcosa, acquistare del Nero e immergerci nella terra del Commissario Montalbano.

 “Scicli, una città barocca del Val di Noto, sorge nella parte sudorientale della Sicilia, in una vallata incastonata fra tre colline a circa 25 km da Ragusa. Patrimonio UNESCO dal 2002, tappa d’obbligo per chi visita il Sud Est della Sicilia e per i fan de “Il Commissario Montalbano”.

 La città ha origini antichissime e venne ricostruita in chiave barocca in seguito al terremoto del 1693.

Scicli significa fare un tuffo nel passato, tra palazzi, chiese barocche e antiche stradine, e immergersi nell’atmosfera vivace delle sue vie storiche.

Scicli, come scrive Elio Vittorini, “forse è la più bella di tutte le città del mondo”.

Un dedalo di antiche viuzze, che si inerpicano sui costoni di colline rocciose, sovrasta il centro della città, ricco di maestose chiese barocche e palazzi nobiliari. Una città dall’architettura elegante e armoniosa dove lo stile barocco e tardobarocco regna indiscusso nel suo centro storico, ben visibile nelle facciate delle numerose chiese, che si incontrano ad ogni angolo della città.

Tra le più belle vi è sicuramente la Chiesa di San Bartolomeo: “una perla dentro le valve di una conchiglia”, disse l’architetto Paolo Portoghesi quando la vide.

In effetti, la sua pietra calcarea bianca e il contesto in cui è inserita, tra due alti

costoni rocciosi, giustificano    questa definizione.          

La chiesa si trova nella cosiddetta “cava” di San Bartolomeo, uno dei più antichi quartieri della città, che sorge in posizione opposta alla seconda “cava” di Scicli, quella che prende il nome dalla Chiesa di Santa Maria La Nova.

Questi due quartieri furono per secoli “in lotta” tra loro per avere la meglio nelle celebrazioni sacre più importanti.

Per questo motivo, ancora oggi, vi sono delle feste “doppioni”, ciascuna appartenente ai due quartieri un tempo rivali.

Nel quartiere di Santa Maria La Nova si trova una chiesa oggi sede di esposizioni e di un museo, la Chiesa di S. Maria della Consolazione, di cui alcune parti sono precedenti al terremoto del 1693 e risalgono al 1600 circa.

Scicli si trova a valle di tre colli su cui sorgeva un tempo l’antica città, di cui restano alcune testimonianze come la Chiesa di San Matteo, chiesa madre della città fino al 1874, e i ruderi di una fortificazione medievale chiamata Castellaccio.

Devastata dal terremoto del 1693, la chiesa è stata in seguito ricostruita, ma venne abbandonata all’incuria e ai saccheggi per molti anni, motivo per cui si conserva ben poco della chiesa settecentesca.

 Oggi, tuttavia, è diventata uno dei simboli principali di Scicli. Tra i monumenti da visitare il Convento della Croce, un bellissimo complesso risalente al 1528, che sorge in cima al Colle della Croce.

Scicli è ricca di palazzi storici, due dei quali sono visitabili e si trovano in via Francesco Mormino Penna. 

Palazzo Bonelli, elegante residenza ottocentesca con interni di grande sfarzo, e Palazzo Spadaro, costruito a partire dal 1700, con alcune stanze in stili diversi e una bellissima facciata con balconi bombati in ferro battuto e decorazioni rococò.”

 Ehi, giornalista, basta leggere, siamo ad Avola.

 Ehi, angelo custode, prendo velocissimamente un caffè…tu racimola quello che desideri ad incominciare dal tuo Nero d’Avola e via… la mia curiosità ormai è a mille.

Però non ti pago i vizi, per il resto provvedo io.

 Rieccoci in viaggio… e, in men che non si dica, a Scicli.

Uno sguardo e leggo “via Francesco Mormino Penna”, una delle più belle vie della Sicilia e il cuore tardobarocco di Scicli.

E il mistero della sorpresa incomincia a svelarsi…

Siamo a Palazzo Spadaro, alle ore 17,30 c’è l’inaugurazione della mostra fotografica “Donne e minoranze nel mondo” di Mario Benenati, una mostra visitabile sino al 6 gennaio 2020 di 76 fotografie che raccontano storie di donne di dieci straordinarie minoranze asiatiche.

Grazie, Sergio, chapeau per la tua scelta e complimenti a Maria Carmela.

Onore al merito. Non si poteva andare via dalla Sicilia e perdersi questa mostra.

Tu sai quanto amore ho per le minoranze etniche.

Spero soltanto che possa intrattenermi con Mario Benenati per uno scambio di riflessioni e opinioni.

 Sistemato tutto, caro Vincenzo… ci ha pensato la tua amica, mia complice, Maria Carmela.

VF_ Ciao, non vorrei sbagliarmi… tu sei Mario Benenati?

MB_ Esatto, non ti sbagli…, caro Vincenzo.

Sono Mario Benenati, 63enne, cardiologo, appassionato di viaggi e di fotografia.

VF_ Altro?

MB_ Ho pubblicato recentemente “Scicli via Loreto”, un romanzo autobiografico e negli ultimi anni mi sono dedicato alla ricerca di minoranze a rischio di estinzione, di riti tribali e di feste in ogni continente, con viaggi dedicati. L’interesse per l’antropologia mi ha portato a raccogliere il materiale fotografico e di documentazione accumulato negli ultimi vent’anni  e a presentare questa prima mostra a Scicli, mia città natale, “Donne e Minoranze nel Mondo” che racconta dieci straordinarie etnie asiatiche.

Nella prossima primavera a Modica presenterò altre straordinarie etnie africane. Ho in progetto di pubblicare in un volume quanto sto esponendo in questa mostra, che è stata organizzata, con il patrocinio del Comune di Scicli, dal Circolo Culturale Vitaliano Brancati, dalla Consulta Femminile del Comune di Modica, dalla Casa delle Donne di Scicli e sponsorizzata dalla Confeserfidi, dalla Fondazione Confeserderfidi e dai Supermercati CRAI.

Photo Editor la professoressa Barbara Cucinotta”.

VF_ Perseguitati, cacciati dalle loro terre, uccisi.
Sono ancora tanti gli uomini e le donne appartenenti a minoranze etnico religiose che devono affrontare, ogni giorno, soprusi e vessazioni?

MB_  Nel mondo si contano migliaia di minoranze, accomunate da aspetto fisico, storia, lingua, tradizioni, religione e dalla pressoché costante contrapposizione con la maggioranza dominante o con la Nazione di residenza.

Quasi tutte vivono gravi condizioni di povertà, discriminazioni, privazioni di diritti fondamentali, persecuzioni, saccheggio delle ricchezze dei loro territori, fattori che portano, nei casi estremi, alla loro scomparsa.

 VF_ Le minoranze etniche, ovvero sottogruppi di popolazione che hanno in comune lingua, storia e tradizioni che non coincidono con quelle del gruppo sociale maggioritario che abita nel loro stesso territorio, sono presenti in tutti i continenti.

MB_ Siano essi indigeni, originari della terra che abitano, poi occupata da immigrati, o migranti, popolazioni che abitano, temporaneamente o stabilmente, un territorio del quale non sono originari, sono in totale 300 milioni e sono sparsi in 70 paesi del mondo.     

Per le minoranze quasi sempre si prospetta l’alternativa tra la difesa strenua delle loro tradizioni e l’omologazione, con la promessa o la speranza di miglioramenti materiali della loro esistenza che quasi mai si realizzano.  

Nel programma di sviluppo dell’ONU le minoranze etniche e le donne sono considerate tra i gruppi più svantaggiati della terra.

Sono soggetti frenati da barriere economiche, da mancata protezione sociale, da fenomeni di intolleranza ed esclusione, da scarso potere contrattuale e da perdita di identità.

Come afferma l’art. 2 della Dichiarazione Universale sui Diritti dell’Uomo, il fatto di appartenere a un gruppo etnico, religioso o sociale definito non deve e non può comportare il mancato godimento dei diritti fondamentali.

VF_ Tuttavia, nella maggior parte dei paesi del mondo il legame tra povertà e minoranza etnica è inscindibile. Essere parte di una minoranza etnica significa troppo spesso non avere accesso all’istruzione, perché non si comprende la lingua ufficiale del paese, non avere la possibilità di acquistare o possedere terra, non avere una casa né il minimo sindacale come il diritto all’assistenza sanitaria.

MB_ Ancor di più se si è donna.

Essere donna appartenente ad una minoranza infatti moltiplica lo svantaggio.

Le donne sono molto spesso l’essenza della minoranza: sono loro che ereditano e trasmettono alle loro figlie usi, costumi e tradizioni, conservandoli gelosamente e mostrandoli orgogliosamente.

E sono più restie a lasciare le loro abitazioni per trasferirsi in città o emigrare e, soprattutto, ad accettare l’integrazione e l’omologazione

VF_ Il senso vero di questa mostra?

MB_ Le minoranze etniche che raccontiamo fotograficamente sono autentiche opere d’arte dell’Umanità, la cui diversità va difesa strenuamente e non combattuta, tutelata e non esorcizzata, invertendo il disumano processo in atto che sta portando all’annientamento delle minoranze sul nostro pianeta, nonostante l’impegno profuso dagli organismi internazionali come l’ONU e dalla stessa UNICEF che lavora tenendo presente l’art. 30 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, che tutela il diritto del bambino indigeno “ad avere una propria vita culturale, di professare e di praticare la propria religione o di far uso della propria lingua insieme agli altri membri del suo gruppo“.

VF_ Una battaglia, la tua e in chi ha creduto in questa mostra, per favorire la nascita di una società interculturale dove le diverse tradizioni e culture dei gruppi presenti dialoghino tra loro e lavorino per l’integrazione.

MB_ Hai centrato appieno l’obiettivo della mostra. Grazie per averlo così bene messo a fuoco.

E qui interviene, con una nota molto significativa, apparsa su Il Giornale di Scicli, la scrittrice Lucia Trombadore: 

“Donne e minoranze nel mondo” non propone al pubblico una carrellata di volti femminili destinati a suscitare la curiosità dello sguardo occidentale, bensì un itinerario in quell’universo femminile che si approssima a collassare dentro gli stereotipi estetici del mondo globale.

E questo perché i volti massicciamente tatuati o volutamente imbruttiti delle donne di alcune enclave asiatiche o anche africane, così come il loro inconfondibile abbigliamento estremamente variopinto e ricco di elementi simbolici e culturali non deve essere decodificato alla stregua di una bizzarria etnica utile al couturier a caccia di nuove idee per la collezione primavera- estate.

Ogni segno, ogni tratto, ogni colore, infatti, è innanzitutto un’attestazione di appartenenza ad un clan, ad un luogo, ad un ruolo sociale e pertanto inequivocabilmente cifrato.

Una sorta di “codice a barre”?

Ebbene sì, perché nella stragrande maggioranza dei casi esse sono “merce” di scambio, da sottrarre ad ogni furto e sottrazione indebita, che determina una gravissima perdita e compromissione per la sussistenza della comunità di appartenenza.

L’altro, il diverso, l’estraneo è inevitabilmente ostile e pericoloso per la sopravvivenza della specie e per la tutela dell’identità, pertanto le donne hanno l’obbligo di tradurre sia la loro “minoranza di genere”, sia l’estrema marginalità e precarietà politico-sociale delle loro etnie costantemente a rischio di estinzione sotto la pressione politica e sociale esercitata dai grandi sistemi nazionali.

Tale percorso fotografico, allora, offre una navigazione di cabotaggio, di promontorio in promontorio, di faro in faro, di sponda in sponda, fino all’approdo finale che consente di ricostruire il senso di un confronto necessario e significativo della cultura occidentale e capitalistica con tutti quei “sistemi di senso” ai margini della omologazione contemporanea.

 VF_ A te la palla, caro Mario, per parlarci nel dettaglio e minuzia di particolari delle dieci minoranze etniche asiatiche cui appartengono le foto delle donne in mostra…

MB_ Spero di non annoiare i lettori di ScrepMagazine…

 VF_ Assolutamente, questi non sono argomenti che annoiano.

Aiutano invece ad alimentare la fiammella dei valori e della cultura antropologica con notizie non facili a reperire in quel gran mare che è il web e ad evitare la “sommersione etnica” messa in campo da vari governi e la distruzione di un patrimonio tanto prezioso quanto fragile che va strenuamente difeso e salvaguardato.  

MB_ Ed ecco a voi, cari lettori  di SCREPmagazine, le dieci straordinarie etnie asiatiche…

i Bishnoi: sei milioni di individui che vivono nel Rajasthan, nel Nord Ovest dell’India.

Popolano il Deserto del Thar, uno dei luoghi più inospitali della Terra, dove le temperature possono arrivare sino a 65° C.

Sono chiamati i “Guardiani della Terra” perché sono considerati la prima popolazione ecologista della storia.

Bishnoi significa “ventinove” perché 29 sono i loro comandamenti, nel più assoluto rispetto della Natura, consegnati nel 1485 dal Guru Jambhoji.

Nel 1730 per impedire il taglio degli khejadi, i loro alberi sacri, una madre e le sue due figlie si fecero uccidere abbracciate ai loro alberi.

Insieme a loro i soldati trucidarono altri 360 Bishnoi, accorsi per impedire il disboscamento.

Le donne Bishnoi proteggono la gazzella indiana a rischio di estinzione, allattando al seno gli esemplari orfani.

gli Apatani, circa 60.000 e vivono nell’Arunachal Pradesh, nell’India Nord-orientale.

La loro religione è animista, praticano sacrifici animali e divinazioni con i loro visceri.  

Per evitare di essere rapite da tribù nemiche, le donne furono deturpate nel viso con tatuaggi per mimare brutte rughe e l’innesto di tappi di legno nel naso fino al diametro di 5-7 centimetri.  Oggi queste pratiche sono assolutamente vietate.

La loro agricoltura è un modello di efficienza e sostenibilità: non usano animali né macchine per le coltivazioni e i raccolti.

Praticano ancora lo schiavismo.

Non hanno una lingua scritta e quella orale sta scomparendo.

i Konyak, un tempo agguerriti tagliatori di teste, abitano il Nagaland, estremo orientale dell’India, in territori di montagna estremamente difficili da raggiungere sia per l’impraticabilità delle strade sia per i divieti imposti agli stranieri.

Sono grandi fumatori d’oppio che fu introdotto dagli inglesi nel XIX secolo per vincere il loro spirito guerriero.

Oggi il 95% dei Konyak si dichiara cristiano ma questo non ha impedito la decapitazione dei nemici sino agli anni ’90 e la pratica di riti animistici.

I tatuaggi facciali sono stati guadagnati dagli uomini dopo aver portato nel villaggio la testa di un nemico.

Sopravvivono oggi solo una trentina di guerrieri tagliatori di teste e il più giovane ha 65 anni.     

Le donne Konyak hanno un ruolo molto più importante nella società, rispetto alle altre delle popolazioni vicine.

I Bonda, detti i “Pigmei dell’Odisha” per la loro statura o i “Nudi delle Montagne”, sono tra le tribù più primitive: il loro assoluto isolamento ha mantenuto intatti i loro costumi e le loro tradizioni.

Vivono in remote colline dell’Odisha.

Utilizzano tecniche di semina e di coltivazione molto primitive e cacciano ancora con arco e frecce avvelenate.

Sono noti per fare largo uso di bevande alcoliche e per la loro aggressività. L’accoppiamento tra consanguinei, le lotte fratricide, l’alta mortalità infantile li hanno ridotti a circa 5000 individui.

Le Bonda si sposano dopo i 20 anni con ragazzi di 10-15 anni per evitare la vedovanza precoce e la dote è pagata alla famiglia del ragazzo.

Le donne frequentano settimanalmente il mercato di Onkudelli, dove barattano i loro gioielli, la loro birra e i prodotti della loro terra con altri cibi e oggetti vari.

I Ladakhi sono 250 mila buddhisti tibetani che risiedono tra il Karakorum e l’Himalaya, nello stato dello Jammu e Kashmir.

Stretti tra hinduisti e musulmani, vivono a 4000 metri di altitudine, in un territorio tra i più freddi al mondo con temperature fino a -50°C.

Dopo l’occupazione del Tibet da parte dei cinesi nel 1949, è diventato il cuore del Buddhismo himalayano, il rifugio di molti tibetani in esilio e la sede delle scuole buddhiste per i piccoli monaci figli di tibetani.

Sono così osteggiati dai cinesi per il sostegno al Tibet, ma anche dagli indiani che ne temono l’indipendenza e dai pakistani che vogliono convertirli all’Islam.  Centrale nella famiglia è il ruolo della donna che fino allo scorso secolo sposava, insieme al marito, i suoi fratelli.

Dal 1948 la poliandria è vietata dalla legge indiana, ma nei villaggi più sperduti è ancora praticata.

I Kondh sono circa un milione suddivisi in tre sottogruppi: i Desia Kondh, i Kutia Kondh ed i Dongaria Kondh.  

I Desia Kondh sono di bassa statura, carnagione scura e naso camuso.

Tra di loro si distinguono le Mallia Kondh, dette donne tigri per i tatuaggi del loro volto.

Credono che per sortilegio le donne possano, di notte, essere trasformate in tigri ed uccidere i familiari e i loro animali.

Il tatuaggio le rende immuni dal maleficio.

Anticamente durante le celebrazioni dei Meriah, le feste di primavera, venivano effettuati sacrifici umani in onore di Dharani Penu, la dea madre-terra.

Gli inglesi, nel 1860, vietarono i sacrifici umani, ma questi continuarono sino alla metà del secolo scorso.

Oggi sono stati sostituiti dal sacrificio di bufali, capre e polli e sono le donne che officiano i riti.

I Dongria Kondh sono un’etnia particolarmente bellicosa.

Le donne si distinguono per i tre anelli che portano al naso e per un affilato falcetto che portano tra i capelli.

Le giovani Kondh, tra i 10 e i 15 anni, trascorrono le notti in dormitori comuni e sono visitate dai giovani degli altri villaggi, con i quali liberamente si accoppiano e, dopo varie esperienze, si sposano. 

I Dongria hanno lottato con tutti i mezzi perché la Vedanta, potente compagnia mineraria indiana, non distruggesse la loro montagna sacra per estrarre bauxite.  È pericoloso tentare di fotografare gli uomini, sempre armati e spesso ubriachi.

I Torajan arrivarono nel Sulawesi dall‘Oceano circa 5000 anni fa.

Portarono le loro barche in secca e le alzarono su pali per ripararsi sotto.

Furono cacciati verso le montagne, ma i Torajan continuarono a costruire le loro case a forma di barca.

Oggi sono circa 650.000 e la loro vita ruota intorno al culto dei morti.

Quando una persona muore, i Torajan dicono che è ammalata e la tengono in casa  tuttoil tempo necessario per preparare un degno funerale, anche per parecchi anni.

Durante il funerale vengono sacrificati centinaia di bufali, vitelli e maiali, acquistati dalla famiglia e portati dai partecipanti.

Solo un imponente funerale permetterà al defunto di raggiungere l’Aldilà, evitando la sua dannazione e maledizioni ai parenti e ai discendenti.

L’indebitamento per le spese del funerale era molto frequente e poteva portare alla schiavitù dei membri della famiglia.

Sino all’arrivo dei conquistatori olandesi nel funerale si effettuavano sacrifici umani.

Come per i funerali, i luoghi di sepoltura sono davvero straordinari.

I Miao vivono nel Sud della Cina e nelle nazioni vicine.

Solo in Cina sono 10 milioni di persone.

Provengono dalla Siberia e sono stati confinati nel Sud della Cina, cacciati e sterminati dagli Han.

Rifugiatisi nelle montagne hanno difeso le loro tradizioni strenuamente.

Sono animisti e hanno 4000 anni di storia.  

I Miao Chiangjiao sono stati “scoperti” nel 1994.

Vivono a 2000 metri di altitudine in 12 villaggi.

Le donne si distinguono per la tipica acconciatura a otto fatta con i capelli degli antenati, sostenuta da un lungo pettine a mezzaluna e tenuta insieme da fili di lana bianca.

L’acconciatura pesa dai tre ai sei kg e le figlie la ereditano dalle madri.  Sopravvivono circa 4000 Miao Chiangjiao e oggi sono un forte richiamo turistico anche per i cinesi.

I Chin vivono nello stato Chin e Rakhine del Myanmar.

Oggi sono circa 450.000, divisi in 52 tribù.

Da animisti sono stati convertiti al cristianesimo battista (90%).

Isolati nelle montagne, più influenzati dall’India che dalla Birmania, sconosciuti ai viaggiatori sino a pochi anni fa e ancora oggi raggiungerli è particolarmente difficile. 

Vivono di agricoltura e oltre il 70% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà.

Molti Chin, perseguitati per la loro origine etnica e per la loro religione, vessati dai lavori forzati e derubati dei loro raccolti dai militari, sono fuggiti in Malesia o in India.

I più temerari si sono arruolati nell’esercito ribelle (Chin National Front). Carattere distintivo delle donne dell’etnia sono i tatuaggi facciali che furono proibiti dal governo birmano nel 1961.

Oggi solo le donne mature e, soprattutto, le anziane sono testimoni di questa tradizione.

I Padaung, (ovvero “lungo collo”), sono una minoranza tibeto-birmana, giunta in Myanmar nel IV secolo a.C.

Oggi sono circa 7000, solo in parte residenti nella regione originaria tra il Kayah e lo Shan.

Le donne sin dall’età di 5 anni portano al collo anelli di ottone (un tempo d’oro) il cui peso abbassa le clavicole e crea l’effetto ottico di un collo straordinariamente lungo.

Per questo sono dette “donne giraffa”. 

Durante il colonialismo inglese (1845-1948) le donne Padaung furono portate in Inghilterra: diventano oggetto di attrazione nei circhi e talvolta avviate alla prostituzione.

Con la dittatura militare in Myanmar si teorizzò la pulizia etnica, confiscando i loro terreni e i loro beni, deportandoli lontano dai loro villaggi, carcerandoli e costringendoli ai lavori forzati.

Oggi le “donne giraffa” in Thailandia e in Myanmar sono recluse in “zoo umani” ed esibite ai turisti.

Nell’ultimo decennio, con l’intervento delle organizzazioni umanitarie e l’ammorbidimento del regime militare, a circa 20 mila Padaung è stato permesso di espatriare, soprattutto in Nuova Zelanda.

Alcune donne hanno pubblicamente tolto gli anelli in segno di protesta.

VF_ Un bel viaggio di storie e di vite segnate da destini, riti, costumi che ancora oggi si perpetuano…

MB_ Sì, un mondo che non tocchiamo e che quasi sempre lasciamo agli altri presi come siamo a occuparci di fanfaluche e cianfrusaglie che nulla aggiungono alla cultura e alla storia dei popoli.

 Ci raggiunge Maria Carmela Miccichè che, prevedendo la mia domanda, lancia in resta parte con la sua riflessione e dice:

“Guardando con attenzione i volti delle donne di questa mostra “eccezionale”, gli sguardi soprattutto, mi viene da pensare ai volti delle donne della mia famiglia, alle donne che non ci sono più, alle donne di cui ho sentito parlare, che non ho mai conosciuto, alle donne che non hanno lasciato un volto da ricordare ma solo un piccolo pezzo di vita come madre di qualcuno, un nome e un cognome, lontane antenate.
Forse, un viaggiatore del tempo le avrebbe potute ritrarre come queste meravigliose donne e raccontare le loro tradizioni, il loro quotidiano, ma io adesso sono qua e ho brandelli di ricordi, aneddoti, racconti della loro esistenza.

In fondo appartengo alla loro famiglia. Appartenere, sentirsi parte di qualcosa che unisce: eppure la mia vita è diversa, i miei gesti, e anche le tradizioni sono cambiate, però mi rende sicura il fatto di avere avuto una famiglia, una storia.
La gestualità: mia nonna che impastava la farina con l’acqua e il lievito.

Ricordo perfettamente la piramide di farina con il buco in centro, il modo di raccogliere anche i pezzettini piccoli di pasta che scappavano ai bordi della spianatoia ”u scanaturi”.

Credo che questi ricordi, siano comuni a tanti di noi: il profumo che c’era nelle strade per Natale, profumo di biscotti, di ‘mpanate.

Il ricordo delle donne che cucivano a mano i fiori delle violaciocche per la cavalcata di San Giuseppe, le donne che facevano le fasce e le “burritte”, le donne che si vestivano con abiti nuovi per il “Gioia”, le stesse che avevano riempito i canestri di cassate.

Adesso tutto può sembrare folclore, ma io ricordo quando si chiamava appartenenza, appartenere a qualcosa che univa: gesti, suoni, profumi, sentimenti.

Eravamo la stessa gente dello stesso luogo, con le nostre usanze.
I riti, o se la parola ci spaventa, le usanze, passavano da una donna all’altra, dall’ingrediente particolare della pasta per le cassate, alla preghiera per “togliere i vermi” o a quella per “levare il sole”: le donne detenevano l’appartenenza e la passavano ad altre donne più giovani.

Ecco, guardando i volti delle donne di questa mostra ho pensato a me stessa, a come sarei adesso, senza sentirmi parte di qualcosa.

Ecco perché credo che questa mostra sia eccezionale per diversi motivi.

La bellezza delle immagini: la loro nuda realtà, nessun filtro e nessun ritocco emozionale.

Ciascuno potrà vedere i colori, lo sfondo o lo sguardo, scegliendo come porsi. 

L’eccezionalità dell’evento: non è facile né usuale conoscere questi popoli e sapere dove vivono, i luoghi, sconosciuti ai più, sono in questo mondo e forse il mondo non è ancora tutto a portata della nostra mano? Forse non sappiamo tutto e non conosciamo tutta la geografia?

L’eccezionalità di trovarci davanti a tanti interrogativi che ci riguardano, che riguardano il passato di ciascuno di noi e il futuro del mondo: da dove veniamo? Dove stiamo andando?

E’ questa la strada giusta?

Succede un po’ a tutti che, per non sentirci minoranza, barattiamo la nostra paura con l’essere uguali agli altri e paghiamo un prezzo che si chiama “memoria”.

I nostri bambini si vestono da fantasmi e girano dicendo “dolcetto o scherzetto?”:

è un gioco, un evento commerciale ma non perdiamo la memoria della nostra festa dei morti?

Non perdiamo l’appartenenza?

L’omologazione non è invece solo una maggioranza che mette a rischio l’identità e la storia delle varie comunità?  Al contrario della vera civiltà che è il profondo rispetto per la memoria, che è l’unica conquista che non ha bisogno di guerre?

 VF_ Quanti interrogativi, quanti dubbi, quanti se, quante incertezze, quante riflessioni, quanti pensieri, caro Mario, ha sollevato e solleverà ancora nel tempo la tua mostra, una mostra che non può e non deve fermarsi a Scicli  ma deve viaggiare, deve percorrere le vie della Terra per far sì che il tuo messaggio possa diventare virale e giungere ai cuori freddi di certi governanti, riscaldarli e renderli accondiscendenti nei confronti di queste minoranze per salvaguardarle e tramandarle il più a lungo possibile.

Vincenzo Fiore

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

3 COMMENTS

  1. Complimenti Vincenzo, sempre interviste di alto livello ma smettila di fare il tirchiaccio e viaggiare sulle spalle di quel poveretto, compra il biglietto e viaggia in treno.

    • Caro Salvo, grazie per i complimenti ma almeno in Sicilia continuerò a viaggiare sulle spalle di Sergio!
      Ha spalle larghe e robuste ed è in grado di reggere non solo il mio peso.
      Comunque gli offro sempre quello che desidera ad eccezione dei vizi…quelli sono e saranno sempre a carico suo!
      Un abbraccio e un caro saluto!

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