Là, dov’è il nostro cuore

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Settembre. Fine delle vacanze e ritorno a casa per coloro che erano partiti e proprio ascoltando interviste ai viaggiatori sulla via del ritorno mi ha colpito una persona che affermava: << La vacanza è stata molto bella ma sono felice di ritornare a casa.>>

Eh sì! Sono convinta che anche una bellissima vacanza non possa annullare il pensiero della propria casa se è vero che lì si trova tutto ciò che è stato incontrato e conservato negli anni, tutto ciò che costituisce la vita di ognuno, il luogo dell’essere più autentici.

E’ lì che i figli lontani tornano, anche se per pochi giorni e li vedi entrare nelle loro stanze rimaste immutate e cercare con mano sicura gli oggetti che risvegliano vecchi ricordi. E’ lì che lunghe tavolate animate da vivaci discussioni hanno sentito parlare di progetti futuri e di felicità. Ed è lì che ancora oggi adorabili nipotini ti abbracciano e ti dicono che è bellissimo stare nella casa dei nonni.

Mentre questi pensieri mi tenevano compagnia, mi è tornato in mente un racconto di Martin Buber (1878 – 1965), filosofo tedesco di origini ebraica che, nel libro Cammino dell’uomo secondo l’insegnamento chassidico, narra di ritorni e di tesori nascosti.

Nel pensiero di Buber sono presenti elementi che rimandano alla corrente dello storicismo tedesco di fine Ottocento e alla tradizione religiosa chassidica. Al centro della sua filosofia è posto l’uomo inserito nel contesto storico- sociale, naturale e spirituale. In tale contesto, il dialogo dialettico costituisce l’elemento privilegiato del rapporto Io – Tu, rapporto tra un uomo e un altro uomo piuttosto che il rapporto Io – Esso, in cui il rapporto è di un uomo con un oggetto.

In un rapporto dialogico autentico l’uomo prende coscienza di sé e dell’altro che riconosce come persona e non come oggetto. La nostra vita è spesso piena di oggetti che pensiamo possano riempire i vuoti esistenziali, invece, è spesso povera di rapporti interpersonali.

Tornando al racconto, ve lo propongo qui di seguito:

<< Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia.

Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale.

Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato.

Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera.

Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese.

Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni!

Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”.

E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua, scavò con impegno e dissotterrò il tesoro con il quale visse felicemente una lunga esistenza e costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”.

“Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”.>>

Il racconto trasmette un messaggio che forse comprendiamo tardi: ciò di cui abbiamo bisogno è spesso più vicino di quanto crediamo. Non comprendendo ciò ci affanniamo alla ricerca di qualcosa che sempre ci sfugge acuendo il senso di mancanza e di incompletezza che rende la nostra vita inautentica, lasciandoci ai margini di una vita autentica.

Invece il tesoro, la felicità è lì, nelle piccole cose quotidiane e preziose che rendono la nostra vita degna di essere vissuta. Quello che sento come mio ambiente, il vivere giorno per giorno deve essere al centro delle nostre cure, del nostro amore. In poche parole, amare la vita che abbiamo perché è quella che noi stessi abbiamo voluto e costruito, lì sarà il nostro tesoro.

Certo, so bene che alcune esistenze sono difficili, infelici; alcune situazioni familiari sono lontane dalla gioia e dalla felicità, ma questo è argomento di un altro discorso.

Oggi, nella dolcezza di questo settembre che ha portato giorni più freschi, colori più belli, mentre le foglie di alcuni alberi hanno iniziato la loro danza leggiadra prima di giungere a terra, voglio pensare ad un mondo bello, felice come lo sento e come vorrei che rimanesse, libero dal bisogno, soprattutto.

In altre parti del mondo si profilano situazioni drammatiche: le libertà sono tolte, i diritti calpestati. Penso con tristezza che anche la gente che fugge lascia ricordi e tesori che nella vita futura dovrà faticosamente ricostruire; ritengo che chi li accoglierà dovrà favorire questo processo di ricostruzione avendo la consapevolezza di avere di fronte un’umanità sofferente e lacerata.

Solo se riusciremo a creare un dialogo con l’altro riusciremo a vivere una vita autentica, ci ricorda Buber, altrimenti si farà sentire il senso di incompiutezza che è sempre in agguato a regalarci infelicità.

Gabriella Colistra

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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