Insignis femina, virilis femina

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Le donne, nella storia, sono state voci silenziose che non hanno trovato luoghi che le accogliessero, i rari libri venivano pubblicati con pseudonimi perché non si comprendesse che erano libri scritte da donne.

Le università non le ammettevano e a loro era vietato lo studio di molte discipline tra queste le scienze, la storia e soprattutto la filosofia.

L’unica scrittura permessa era quella privata, poesie e romanzi che venivano custoditi e su cui si posava la polvere della dimenticanza e del tempo. Scrivere, però, rivelava il desiderio di esprimersi e di esserci. Pubblicare gli scritti fu il passo successivo, pubblicare con il proprio nome è una cosa importante anche se il pensiero femminile viene sempre rapportato a quello maschile.

Sto parlando del periodo medioevale ed è proprio nel Medioevo che si incontrano una figura di donna e il suo libro che consentono di parlare di un precoce accento femministico nella letteratura femminile.

La donna di cui parlo è Christine de Pizan e il libro è La Città delle Dame, scritto nel 1405. Il testo, nato in clima medioevale, partecipa nel suo esprimersi del nascente Umanesimo.

L’autrice, Christine de Pizan, nata a Venezia nel 1365, ha una vita che, come in ogni uomo ne segna il destino. Ha quattro anni, quando con la famiglia si trasferisce a Parigi dove il padre, medico, sarà medico e astronomo alla corte del re Carlo V.

Il padre, un uomo amante delle lettere, le fornisce una buona base culturale che approfondirà con molte letture, sarà infatti assidua frequentatrice di biblioteche dove passerà ore immersa nella lettura. Vive i suoi anni giovanili in un ambiente ricco e aperto, impara anche a conoscere le insidie celate dietro il formalismo della corte, e conosce anche il dolore. È adolescente quando il padre muore. Sposatasi, dopo qualche anno perde il giovane e amato marito; si ritrova sola, ha perso le persone che amava di più e ha figli piccoli da mantenere.

In quel momento la disperazione è grande, la condizione di donna senza mezzi economici, le fa prendere coscienza del problema di essere donna. Ricordando quei momenti scrive: <<Nella mia follia mi disperavo che Dio mi avesse fatto nascere in un corpo femminile>> e proprio riflettendo su tale condizione si convince che sono le autorità politiche e religiose che producono il malessere che la colpisce.

Christine è colta, superato il dolore appare molto determinata a fare, come se fosse un uomo ciò che le piace: scrivere, denunciare i guasti di una società piena di luoghi comuni come la presunta << imbecillità >> delle donne che imporrebbe di tenere queste lontane da alcuni studi e da alcuni lavori.

Lentamente, Christine diventa orgogliosa della propria femminilità, il lavoro di scrittrice la vede ora impegnata ad allontanare le calunnie che pesano sule donne << profondamente cattive e inclini al vizio >> e con il suo libro, a cui ne seguiranno altri, conquista una fama duratura in un ambito in cui si vedevano solo uomini; lei apre strade, consapevole del proprio lavoro.

La città delle Dame è una città costituita da donne, è una sorta di utopia politica in linea con quelle che più tardi scriveranno altri autori. Le fonti di cui si serve l’autrice sono nei libri scritti da uomini, lei sente il bisogno di depurarli dai pregiudizi che trova tra le righe. Nelle pagine dei sermoni o dei trattati morali scritti da uomini, si traccia il quadro di donne fastidiose, petulanti, così Christine sente di doversi opporre a quanto scrivono certi predicatori per i quali il corpo di Cristo risorto sarebbe apparso alla Maddalena non perché Cristo volesse privilegiare la donna ma perché le donne sono pettegole e avrebbero diffuso più in fretta la notizia.

Le donne che popolano la città immaginata da Christine de Pizan sono prese tra le donne nobili d’animo, le letterate e tra le sante. Legge il testo in latino di Boccaccio, Le donne famose, che riporta la biografia di molte donne inchiodate al pregiudizio che le ha segnate. La regina degli Assiri, Semiramide è incestuosa; Medea è un’assassina; Penelope è sottomessa e fedele; Lucrezia è pacata, laboriosa e fedele; Elena è icona dell’eterno femminino.

Così le vede il mondo maschile che non vuole riconoscere il genio e l’intelligenza, la capacità d’iniziativa che ognuna di esse ha mostrato nel corso della sua vita. Christine de Pizan vuole vedere la donna nella sua completezza, non in un’immagine che il pensiero maschile ha trasmesso.

La città delle Dame si apre con la visita che l’autrice riceve da parte di tre donne: Ragione, Rettitudine e Giustizia che le consigliano di costruire una fortezza per difendere le donne perseguitate da falsità e pregiudizi e criticano, con varie argomentazioni, la tradizione letteraria misogina.

La città è protetta dalla Vergine Maria, le donne che lì vivono hanno una voce, a volte dura, raccontano di sé, del mondo, della vita e dalle loro parole viene fuori coraggio, equilibrio, razionalità, pietà, nobiltà d’animo, odio per la guerra, guerra i cui artefici sono sempre gli uomini con le loro “virtù”.

Nella città delle dame, le donne leggono, imparano, discutono, la loro intelligenza è capace di fare ciò che fa l’uomo, anche studiare filosofia e dominare il linguaggio e la materia. Questo è possibile perché uomo e donna sono uguali “per natura”, sono le diverse opportunità che sono offerte all’uomo e alla donna a segnare le differenze.

Per questo modo di pensare e di agire il cancelliere Gerson   definì Christine insignis femina, virilis femina ed io ho usato questo appellativo per dare il titolo a questo mio scritto.

Grande personaggio Christine de Pizan! La sua fama, in Francia, dove rimase fino alla morte, fu grande. Lo dimostra il fatto che Filippo II, duca di Borgogna volendo uno storico che parlasse del regno del fratello Carlo V, si rivolse a Christine. Lei, vissuta alla corte di Carlo V, scavò nei suoi ricordi, interrogò personaggi della corte e con la sua voce parlò di economia, di avvenimenti militari, dell’interesse del sovrano per la cultura e della sua pietà.

Forse sperava che questo, insieme ai suoi scritti, avrebbe migliorato la condizione delle donne, cosa che non avvenne. Venne invece un tempo difficile per le donne, dalle dame delle corti cinquecentesche all’Inquisizione che lanciò una feroce caccia alle streghe.

Nel tempo molto è cambiato, le donne nella nostra cultura studiano, scrivono, partecipano, parlano, ragionano, sono libere. Non per tutte è così, dalle spose bambine alle bambine che non possono andare a scuola perché la cultura fa paura a chi le vorrebbe sottomesse, alle donne che continuano a subire in tutto il mondo discriminazioni e violenze di ogni tipo, molto c’è ancora da fare.

Christine de Pizan era indomita e resistente alle avversità, non si piegò mai perché sapeva di poter tenere testa in una discussione anche agli uomini.

Oggi festeggiamo la liberazione dal fascismo e questo ci ricorda che niente è per sempre, sta a noi agire per conservare ciò a cui teniamo e lasciare andar via ciò in cui non ci riconosciamo. Niente è garantito per sempre, la libertà va difesa perché potrebbe sfuggirci, dipende da noi mantenere le libertà acquisite e voler vivere in un mondo libero e pacificato.

Gabriella Colistra

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