Claude Monet (parte terza)

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Claude Monet (parte terza)

“La terrazza a Sainte-Adresse”

Olio su tela 98×130 cm

Metropolitan Museum of Art di New York.

Claude Monet trascorse l’estate del 1867 nella località turistica di Sainte-Adresse, una cittadina di mare sul Canale della Manica, dove la sua famiglia aveva una proprietà.

Durante il suo soggiorno si dedicò alla realizzazione di un buon numero di quadri in cui l’artista volle trasmettere l’atmosfera spensierata e frizzante della Francia.

In “La terrazza a Sainte-Adresse” le figure rappresentate sono il dottor Alphonse Lecadre e sua figlia Jeanne-Marguerite. L’uomo seduto è il padre del pittore, ma l’identità dei personaggi non è basilare.

La vera protagonista è l’atmosfera intrisa di luce e animata da una leggera brezza che muove le bandiere, senza turbare la quiete del momento.

“LA TERRAZZA A SAINTE-ADRESSE”

Una donna e un uomo discorrono in privato, osservati da una coppia di anziani in primo piano, seduti sulle sedie della terrazza.

I quattro personaggi, vestiti elegantemente, come dicevo, sono gli stessi parenti di Monet.

Il sole è forte e la presenza dei gladioli e dei nasturzi nel giardino fa supporre che sia primavera inoltrata.

La striscia di cielo è serena e le donne si proteggono entrambe con un ombrellino parasole.

Tra il verde di un giardino rigoglioso che sembra quasi riproporre i colori della Normandia, luogo d’infanzia di Monet, tanti piccoli tocchi di colore puro e toni brillanti, esaltano la scena.

Due grandi bandiere sventolano a causa della brezza dell’oceano.

Il sole oramai basso sull’orizzonte proietta lunghe ombre sulla pavimentazione grigia.

Dalla terrazza i villeggianti possono ammirare l’azzurro canale della Manica, solcato dalle numerose imbarcazioni che si muovono tra le onde dove il movimento dell’acqua e dell’aria sono percepibili dal fumo delle barche a motore.

L’opera, per l’epoca, è veramente straordinaria, in quanto utilizza una veduta dall’alto, priva di un unico punto di fuga.

CONCLUDENDO:

Nel 1868, in una lettera all’amico pittore Frédéric Bazille, definisce questa splendida tela come “un quadro cinese in cui ci sono delle bandiere”.

L’espressione “cinese”, che allora era usata come sinonimo di giapponese, ci fa capire che il reale intento dell’artista è quello di dipingere una scena alla maniera orientale molto in voga all’epoca.

La composizione infatti presenta evidenti somiglianze con “Il padiglione di Sazai del tempio dei cinquecento Rakan” (nella foto),

celebre dipinto di Katsushika Hokusai di cui Monet possedeva una copia.

Bruno Vergani

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