Il Medioevo è spesso considerato un periodo opaco della storia dell’umanità, appare come un mondo lento, ostile al cambiamento, irrigidito tra corti laiche e religiose.

A conoscerlo meglio si comprende che non è così, la vita degli uomini era più libera di quanto sembri e le Università, diffuse ormai in Europa, tenevano vivi dibattiti e scambi culturali anche se sotto l’occhio vigile della Chiesa.

Dopo la caduta dell’impero romano (476) infatti, la Chiesa era apparsa l’unica istituzione capace di essere punto di riferimento per tutti e anche per quello che riguarda la cultura, i temi trattati sono spesso collegati alla religione, dalla lettura dei testi sacri alla interpretazione, alla discussione su di essi.

Tra i temi più dibattuti troviamo il rapporto tra fede e ragione, le prove razionali dell’esistenza di Dio e la grande sintesi filosofica di Tommaso d’Aquino.

Sul finire del Medioevo, incontriamo il filosofo di cui vorrei dire oggi, Guglielmo di Ockham (1280 ca. – 1349), francescano inglese che in modo asistematico ha affrontato molti temi suscitando pareri diversi ma che concordano tutti sulla ricchezza, la complessità e l’originalità della sua filosofia. Oggi ne considero una parte sola, quella che aiuta a comprendere cosa sia il cosiddetto <<rasoio di Ockham>>.

Ockham è un filosofo ed un uomo che ha capito quanto sia fragile il legame tra fede e ragione che i filosofi tomisti (seguaci di Tommaso d’Aquino) e scotisti (seguaci di Duns Scoto) hanno sostenuto e non condivide nemmeno l’idea che la filosofia sia sussidiaria rispetto alla teologia.

Egli sostiene che il sapere razionale è basato sulla chiarezza e sull’evidenza logica, il piano della teologia, invece, è orientato alla morale e fondato sulla fede; i due piani non sono distinti ma separati. Inoltre, la filosofia non è ancella della teologia che si basa sulla capacità coesiva della fede, è, invece, molto vicina alle scienze a cui lo indirizza il suo nominalismo.

Il nominalismo è quella concezione per cui i concetti astratti e universali non hanno alcun valore conoscitivo, conta solo l’individualità e la realtà.

Il nominalismo di Ockham è ontologico perché riguarda la realtà che per il filosofo è costituita solo di elementi individuali, di cose, di oggetti. E’ anche un nominalismo gnoseologico perché le cose, gli oggetti individuali possono essere conosciuti con i sensi e ciò ci fa parlare di empirismo gnoseologico, la conoscenza, cioè, nasce dalla esperienza. Il terzo aspetto del nominalismo è la logica che è intesa come la scienza che analizza le strutture del linguaggio e del discorso.

L’empirismo di Ockham si estende, naturalmente anche alle scienze, egli ritiene che la conoscenza sia basata sull’esperienza e sull’osservazione, non servono né l’autorità né la razionalità deduttiva aristotelica.

La scienza, per Ockham, è una serie di proposizioni che tra loro non hanno rapporti di subordinazione o influenza reciproca, sono quindi allontanati da questa prospettiva gli elementi qualitativi come gli universali o quantitativi come la luce che altri filosofi ritenevano il principio di ogni spiegazione essendo la luce il “punctum lucis” creato da Dio.

In questo contesto troviamo quello che per il nostro filosofo è unprincipio di economia che solo nel Seicento venne chiamato il <<rasoio di Ockham>>. Il fatto che venga così chiamato nel Seicento è un segno di quanto, nel tempo, sia rimasto vivo il pensiero di tale filosofo, ancora oggi apprezzato per alcune tesi.

Così Ockham esprime il suo pensiero: <<Entia non sunt moltiplicanda praeter necessitatem>> <<Non moltiplicare gli enti se non è necessario>>.

Consiste in ciò: nella scienza, soprattutto, bisogna tagliare tutto ciò che è inutile, inutile è tutto ciò che non viene dall’esperienza come per esempio le idee di sostanza o di causa, i concetti astratti o universali. Conoscere un oggetto significa conoscere ciò che l’esperienza ci ha rivelato, non cogliere la sostanza che è una realtà sconosciuta ed arbitraria; allo stesso modo la causa efficiente o finale, nessuna cosa, infatti, ha in sé il fine, il fuoco brucia indipendentemente da un fine presunto. Ed è così per ogni altro elemento che non sia derivato dall’osservazione sensibile.

Il <<rasoio >> che Ockham utilizzò inizialmente per la scienza, verrà ancora da lui usato più volte per le proposizioni metafisiche, soprattutto.

Questo metodo consentì al filosofo di criticare il platonismo e l’aristotelismo, contribuì a demolire metafisica e gnoseologia tradizionali.

Per i suoi scritti Ockham fu accusato di eresia e fu anche in prigione, riuscì a fuggire e nel 1328 si rifugiò dall’imperatore Ludovico II il Bavaro che si trovava a Pisa, questi lo portò con sé a Monaco di Baviera dove rimase fino alla morte.

Ho già detto che Ockham con la sua filosofia influenzò gli studiosi di altre epoche, ho, inoltre, sempre pensato pur non avendone la prova, che dietro Guglielmo di Baskerville, il protagonista de Il nome della rosa, il bellissimo libro di Umberto Eco, si celi proprio Guglielmo di Ockham.

Credo che la lezione di Ockham possa valere in molti momenti della nostra vita. Quante volte sentiamo che i legami con alcune persone non sono importanti come avevamo creduto e non riusciamo a prendere le distanze e allontanarci da ciò che magari ci crea disagio.

Quante volte ci rendiamo conto di usare parole vuote, prive di contenuto, che non trasmettono nulla, mentre sentiamo il bisogno di parole semplici e dirette che rendono chiaro il dire e manifeste le intenzioni. Talvolta ci aggrovigliamo in un labirinto di concetti e pensieri dal quale non riusciamo ad uscire, lo facciamo perché … amiamo l’ambiguità … perché … non conosciamo il senso delle cose … perché … vogliamo confondere l’interlocutore …

Quante volte abbiamo sentito dire che la svolta è “storica” ma siamo sempre lì, la riforma è “epocale” ma non succede niente, per non dire dei termini inglesi che hanno invaso il linguaggio politico e non solo; non lo si fa perché manchino i termini corrispondenti in italiano, forse si lanciano significati non chiari per tutti e chi non comprende è più facilmente manovrato; o forse perché la nostra antica esterofilia fa apparire l’uso di una lingua straniera più “chic”?

Non saprei, il caro Ockhman era inglese e scriveva in latino, i tempi cambiano, anche le cose cambiano, la vivacità e l’intelligenza del filosofo medievale restano a ricordare che si deve essere vigili, cercare di fare sempre meglio e quando si parla, bisogna parlar chiaro.

Gabriella Colistra

2 Commenti

  1. Impeccabile, come sempre, Pregiatissima Prof. Gabriella: chiara l’esposizione, piana ed affabulatrice; ma, questa volta, in modo ANACRONISTICO, proviamo a pensare a Francois-Marie AROUET (Voltaire) – 1694/1778 – leggendo Guglielmo d’OCKHAM – 1290/1349 -: PRETRES.
    “” I preti sono in uno Stato qualche cosa di simile a quel che sono i precettori nelle case dei cittadini: fatti per insegnare, pregare, dare il buon esempio, non possono avere autorità alcuna sui padroni di casa, a meno che non si dimostri che colui che paga un salario deve obbedire a quello che lo riscuote. Fra tutte le religioni, quella che esclude più nettamente i preti da ogni autorità civile, è senza dubbio quella di Gesù: Date a Cesare quel che è di Cesare. – Non ci sarà tra voi né primo né ultimo,- Il mio regno non è di questo mondo.
    Le liti (…) del sacerdozio, che hanno insanguinato l’Europa per più di sei secoli, non furono dunque altro da parte dei preti che ribellioni contro Dio e gli uomini, e un peccato continuo contro lo Spirito Santo.
    Dai tempi di Calcante, che assassinò la figlia di Agamennone, fino a Gregorio XII e a Sisto V, quei due vescovi di Roma che vollero privare il grande Enrico IV del regno di Francia, il potere mondano in mano ai preti è stato fatale al mondo.
    (…)
    Quante cose da dire su questo argomento! Lettore, spetta a te saperle dire da te stesso””. (VOLTAIRE)
    “”Cade, quindi, ogni discussione su atto/potenza, essenza/essere, materia/forma, natura specifica/individualità, anima/facoltà, ecc. ecc.; generi/specie, ossia tutte le varie determinazioni in uso tra i filosofi sono dei nuda intellecta o puri valori soggettivi, a cui non corrisponde con certezza una realtà; i concetti di causa/effetto, di fine, di legge non si sostengono più; è qui il “rasoio” di Ockham o il suo metodo di tagliare ogni presentazione complessa delle cose (Non sunt multiplicanda entia sine necessitate).
    L’occamismo appartiene alla Scolastica COME PERIODO STORICO, ma ne è fuori come programma di tendere in una maniera o nell’altra alla collaborazione della ragione con la fede.
    Grazie, per quanto sul rasoio d’Ockham; aspetto il resto.
    Michele dr. DI GIUSEPPE.

  2. Gentilissimo dr. Michele, ancora una volta le sue osservazioni risultano pregevoli e interessanti. Le vicende relative a Chiesa, religione e filosofi sono molte e fonte inesauribile di conoscenza e riflessione. Ockham, in particolare, mi piace anche perché voleva un ritorno allo spirito originale del Vangelo, coerentemente con il francescanesimo a cui aveva aderito. Fu soprattutto questo a provocare la condanna da parte della Chiesa.
    Voltaire non si smentisce mai, vulcanico e pungente. Anche lui gode del mio favore, amo questi discoli che non hanno paura di dire quello che pensano e che guardano lontano, rompono schemi e a distanza di secoli offrono ancora da pensare.
    La ringrazio e la saluto cordialmente, Gabriella Colistra

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