Le recinzioni ed i fiori profumati, i grandi alberi d’agrumi frondosi e dalle essenze inebrianti, le reti protettive che accoglievano le galline che chiocciavano assillanti, la dolcissima Signora Rosetta ed il suo accogliente appezzamento di terreno.

Pochi ettari curatissimi ed arati come se fossero stati dipinti, intrisi di tutto l’amore possibile per la generosa natura feconda, fautrice d’una beltà che impreziosisce ciascun frutto maturo ed iridescente, tanto da rassomigliare ad un diamante prezioso e particolarmente succulento.

La Signora Rosetta è una carissima amica.

Nel corso dei molteplici anni, ricevemmo così tanti inviti alla sua ricca mensa da non essere nelle condizioni di quantificare il numero delle occasioni condivise.

E tutte le volte, la tavola imbandita a festa e stracolma di vivande d’ogni genere era l’emblema di un vero e proprio tripudio di tutti gli infiniti colori della terra, poiché null’altro era consentito pregustare a chicchessia, fuorché le squisite pietanze che erano sistematicamente arricchite dalle sue freschissime e genuine coltivazioni.

Ho sempre accettato di buon grado la piacevolissima compagnia della mia cara Rosetta e le ragioni non risiedono di certo in una motivazione dalle caratteristiche univoche.

Il trascorrere del tempo fece in modo che io e la mia famiglia la apprezzassimo per la sua contagiosa simpatia e per lo smisurato sentimento di fervida generosità.

Ma il vero particolare che in un ben preciso spaccato della mia vita fece sì che il numero delle nostre frequentazioni si accentuassero, risiedeva nel fatto che Rosetta avesse un cane.

Motivazione desueta e bizzarra, non è forse così?

La verità è che si prospettava, da parte mia, un’esigenza che consideravo imprescindibile ed assolutamente prioritaria.

Desideravo, a qualsiasi costo, che mio figlio Francesco superasse la paura nei confronti del miglior amico dell’uomo.

Francesco era letteralmente terrorizzato dalla figura di qualsiasi cane gli si presentasse innanzi.

Assumeva un atteggiamento evitante e di fortissimo timore che gli impedì, per tanto tempo, di godere dell’affetto che solo gli animali sanno manifestare, di un bene autentico e privo di interessi , senza particolari intenti né volgari doppi fini.

Rosetta mi aveva informata del fatto che il suo cane, uno splendido esemplare femmina di labrador di nome Bianca, fosse in dolce attesa già da un bel po’ di tempo e che la data del parto non sarebbe stata ormai molto lontana.

La bellissima Bianca, dunque, si trascinava stentatamente per la ridente campagna, essendo visibilmente molto appesantita a causa della sua gravidanza, approdata ad una fase senz’altro inoltrata.

Francesco la osservava guardingo da dietro un vetro.

Nonostante lo stato evidentemente provato della cagnolina, non avrebbe mai avuto il coraggio di instaurare un approccio tranquillo con l’animale.

“Guarda, Ciccio! Ha tanti cagnetti scalpitanti dentro la sua pancia. Che ne pensi se uscissimo un po’ fuori ed andassimo ad accarezzarla e a farle un pochino di compagnia?”

“Nemmeno per sogno, mamma. Io ho paura!”

Non insistetti.

Determinati eventi, a volte, hanno bisogno di attraversare delle fasi in maniera del tutto spontanea, avulsi da imposte forzature controproducenti, onde evitare di sortire degli effetti diametralmente contrari rispetto a quelli desiderati.

Era un pomeriggio d’agosto, lo ricordo molto bene.

Quella giornata afosa inaspriva il nostro senso di irrequietezza.

Ma quell’incessante frinir di cicale, mio Dio!

Quella era poesia pura, unica nota sensibilmente intonata nel bel mezzo dell’inclemenza dell’arsura estiva.

Stavamo per assopirci soddisfatti, dopo aver consumato un lauto ed ottimo pasto.

Quel giorno, in termini culinari, Rosetta aveva indubbiamente offerto noi il meglio di sé.

Ad un tratto sentimmo un urlo decisamente acuto provenire dalla direzione nella quale stava sostando Francesco:

“Mamma, corri, sta succedendo qualcosa! Bianca sta male, si è accasciata per terra!”

Comprendemmo immediatamente il fatto che, probabilmente, per Bianca fosse giunto il momento tanto atteso.

Il buon Mario, esperto contadino e marito di Rosetta, afferrò il piccolo Francesco, ( che all’epoca degli aventi avrà avuto pressappoco sei anni) per il suo gracilissimo braccio e con aria molto severa gli intimo’ senza esitare:

” Senti ragazzo, io ho bisogno del tuo aiuto. O vieni a sostenermi o da solo non ce la farò mai”.

Francesco sgranò gli occhi come se stesse vivendo il peggiore dei suoi incubi.

Poi, come se fosse stato folgorato sulla strada del buon senso, si limitò a dire flebilmente:

“Va bene, vengo con te!”

In realtà uscimmo tutti da casa, al fine di assistere al commovente e lieto evento.

Bianca si era spontaneamente sdraiata su un fianco e la sua sofferenza era tangibile ed assolutamente naturale.

Non sapemmo mai cosa scattò negli anfratti buffi ed imprevedibili del cervelletto di Ciccio, fatto sta che una delle prime cose che fece fu quella di elargire, sulla testa del cane dolorante, numerose, rassicuranti ed amabili carezze.

Il guaire dell’animale impietosiva tutti noi, che impotenti stavamo assistendo al più grande miracolo che da sempre ci riserva la vita.

Mario la aiutò con tutte le proprie forze.

E intanto Francesco continuava ad accarezzarla tutta e a sussurrarle parole dolcissime all’orecchio:

“Non ti preoccupare, adesso con i massaggini ti passa tutto.”

Bianca diede alla luce quattro magnifici cuccioli, uno più bello dell’altro.

“Mamma, la sai una cosa? Io dei cani non ho più paura! Non avrò paura mai più”!

Fu veramente così.

Sono trascorsi quasi cinque anni da quel giorno memorabile e quasi miracoloso e la dolcissima Bianca, nel corso dei tanti mesi che trascorsero inesorabilmente, assistette alla “partenza” di tutti e quattro i suoi frugoletti.

Furono affidati a nuclei familiari differenti, data l’impossibilità di Rosetta di potersene prendere cura.

Di tanto in tanto Francesco mi chiedeva di andare a trovare la sua beniamina a quattro zampe ed io lo accompagnavo di buon grado e con il cuore felice.

Era un modo tradizionale per sorseggiare un buon caffè con un’amica, per smorzare un po’ di routinaria solitudine giornaliera.

Ed in tutte le occasioni che si susseguirono, Bianca si avvicinava a Francesco con flemma e con moltissimo garbo, poiché desiderava assicurarsi che il bambino fosse pienamente sereno e a proprio agio in sua presenza.

Dopo aver svezzato i suoi cuccioli ed essersi resa conto che fossero abbastanza indipendenti da poter vivere altrove e soprattutto senza di lei, Bianca si spense una mattina di novembre, all’improvviso, silenziosamente e senza disturbare.

Una mamma dal musetto lezioso , generosa persino nei confronti di un cucciolo d’uomo terribilmente impaurito e dal temperamento incerto… Il mio.

Francesco la ricorda con affetto inenarrabile.

Ed io le sarò grata eternamente.

                                           Maria Cristina Adragna

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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