“A proposito del Marchese de Sade” di Francesco Viscelli

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“Sei un sadico!”.

Quanti di noi almeno una volta nella vita non hanno sentito questa esclamazione indirizzata a qualcuno resosi responsabile di qualche cattiveria o malvagità?

Credo pochissimi o nessuno.

Ma da dove, o per meglio dire, da chi prende nome questo termine, sinonimo di crudele, perverso?

Per conoscerlo occorre fare un viaggio a ritroso nel tempo fino alla Francia del XVIII sec. e recarsi nel Palazzo del Principe di Condè, a Parigi, dove il 2 giugno 1740 nasceva Donatien Alphonse François, Marchese de Sade.

Ambiente aristocratico dunque, ed infatti egli passò la sua infanzia giocando con altri bambini appartenenti alla classe nobiliare.

Pare che durante l’adolescenza abbia subito molto l’influenza, in gran parte negativa, di un suo zio paterno, Abate di Ebreuil, ricordato come studioso, ma ancora di più come libertino.

Raggiunta la maggiore età, in quanto di nobili natali divenne ufficiale di cavalleria ed è accertato che partecipò alla Guerra dei Sette Anni (1756-1763).

Congedato, com’era regola pressoché codificata per i giovani aristocratici, ma il fenomeno non è estraneo nemmeno oggi sia pure in ambito borghese, rinunciò all’unico vero amore della sua vita, di nome Laura, per sposare la nobile ricca ereditiera Renèe Pelagie de Montreuil.

Una volta diventato ricco, iniziò per lui una vita di dissolutezze e di violenze a sfondo sessuale che lo videro protagonista delle più aberranti perversioni, di cui sarebbe quasi impossibile fare un elenco completo e che ebbero come vittime persone d’ambo i sessi e di ogni categoria sociale: perfino una suora, sua cognata, dicono le cronache che fu costretta a subire la sua violenza.

Per questi fatti più di una volta finì in carcere, ma, uscitone, ricominciò daccapo la sua malvagia opera, finché non finì, nel 1800, all’Ospizio di Charenton, a Saint-Maurice, Ile de France, dove trascorse gli ultimi 14 anni della sua vita e scrisse molte delle sue opere.

Ma la più celebre, credo rimanga ”Le 120 giornate di Sodoma” o “La Scuola del libertinaggio”, romanzo abbozzato mentre era prigioniero alla Bastiglia e rimasto incompiuto, vera enciclopedia di tutte le perversioni.

A questo punto è quasi naturale chiedersi: come fa un essere umano a godere del dolore morale e fisico procurato ad un’altra persona?

Una spiegazione degli psicanalisti è che l’uomo sente il bisogno di provare a se stesso la propria esistenza.

Risposta che può soddisfare fino ad un certo punto, dato che ci sono tanti altri modi meno crudeli per fugare il dubbio della propria esistenza.

Sade, considerato uno degli esponenti dell’Illuminismo più radicale, ribalta i valori tradizionali di virtù e vizio, assegnando a quest’ultimo la palma della vittoria, Sade, sostengono vari studiosi, ebbe un’ influenza più o meno forte su scrittori e poeti del XIX e della prima parte del XX sec., da Flaubert a Dostoevskij, da Rimbaud ai surrealisti.

Apollinaire ebbe a definirlo ”lo spirito più libero che sia mai esistito”, confondendo, a mio modo di vedere, la libertà con la violenza ed il libertinaggio.

Il Nostro si proclamava filosofo illuminista, in realtà lo fu soltanto per quanto riguardava le idee sull’ ateismo e sul materialismo, come dimostra anche l’isolamento degli altri esponenti del movimento.

Egli fu soprattutto un asociale, vedendo negli altri solo prede da catturare e far soffrire.

Fu un eccessivo in tutto: tanto più violento è l’atto, tanto più grande è il piacere.

Ebbe della natura una visione negativa: essa è crudele ed il male è l’unico modo per servirla adeguatamente.

Lo studioso Jean Deprun, che nel suo articolo introduttivo alle opere del Marchese scrisse che Sade dell’ Illuminismo poteva essere solo figlio naturale, nel doppio senso di illegittimo e non molto somigliante.

La mia personale opinione è che questo tristo individuo abbia tentato di dare base filosofica a quelle che erano solo delle sue anomale e malefiche pulsazioni che lo spingevano a sopraffare e far soffrire gli altri per una propria personale ed intima soddisfazione nonché affermazione del proprio ego, e che quindi, più che come filosofo, vada considerato come soggetto interessante per gli studiosi di psichiatria e di psicoanalisi.

Morto Sade, è finito il sadismo?

Affatto, a leggere le cronache del nostri giorni che puntualmente ci riportano episodi di bullismo e di cyberbullismo, che affondano le loro radici per così dire ideologiche nella ”filosofia” del Marchese.

Francesco Viscelli

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