Homo homini lupus

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Nel corso del Seicento, in Inghilterra si sviluppò una corrente di pensatori che dedicarono le loro riflessioni alla politica.

Thomas Hobbes (1588 – 1679) è uno di loro e le parole che ho usato come titolo sono da lui adoperate per indicare la condizione umana. Ciò fa arguire il suo pensiero, ma riconduce anche al difficile momento storico in cui visse.

In quegli anni, infatti, la storia inglese era caratterizzata da contrasti politici e religiosi. Finito il regno di Elisabetta I, Gli Stuart saliti al trono, dovettero fronteggiare lotte interne e l’opposizione repubblicana di Cromwell.

Da giovane, Hobbes aveva studiato Tucidide ed aveva condiviso l’analisi che lo storico greco aveva fatto della decadenza della democrazia ateniese, decadenza che poteva ritrovarsi nel fatto che gli uomini si dedicassero alla politica più per realizzare interessi personali piuttosto che quelli della collettività.

Anche in Lucrezio, nel De rerum natura, aveva trovato spunti dell’egoismo prodotto dalla natura bestiale dell’uomo e del suo vano affaccendarsi nel corso della vita terrena.

Questi studi e le personali esperienze alla corte inglese confermavano quanto aveva letto e ciò lo porta ad una visione pessimistica della natura umana che ha bisogno di uno Stato che ne incanali l’energia e lo indirizzi produttivamente.

Non crede infatti, come sostenevano i greci, che l’uomo sia Zoon politikòn (animale politico) e su questa base costruivano le loro teorie politiche, convinti che l’uomo per conservare la pace fosse disposto a rispettare il patto di concorde osservanza fatto con gli altri. Hobbes infatti scrive:

<< Ma questo assioma è falso, benché accettato dai più: è l’errore proveniente da un esame troppo superficiale della natura umana. Infatti, ad osservar più a fondo le cause per cui gli uomini si consociano, e fruiscono di reciproci rapporti sociali, si noterà facilmente che questo consociarsi non avviene in modo che, per natura, non possa accadere altrimenti, ma è determinato da circostanze contingenti >>. T. Hobbes, De cive

Le circostanze contingenti per Hobbes sono dettate dalla utilità che è il criterio  sul quale, secondo il filosofo, si fonda la società. Egli infatti pensa che si possa fondare una scienza dell’uomo che abbia lo stesso rigore della geometria perché, come la geometria è prodotta dalla mente dell’uomo, così lo Stato che si costituirà sarà prodotto dalla mente dell’uomo che conosce i concetti del giusto e dell’equo.

In questo contesto, si nota che la costruzione è artificiale, non naturale, conseguenza dell’incapacità dell’uomo di vivere naturalmente in pace. Con uno Stato forte si potrà tenere a freno la vanità e l’ambizione, lo smodato desiderio di gloria che, secondo il filosofo, muove le azioni dell’uomo.

Anche un altro filosofo dell’età moderna, Baruch Spinoza, parte da una considerazione pessimistica della natura umana, pericolosa e miserevole quando viene lasciata libera di agire, anche il filosofo olandese pensa che solo la nascita di uno Stato possa tenere a freno le passioni dell’uomo ma nell’organizzazione dello stato ci sono grandi differenze.

Lo Stato a cui guarda Hobbes è uno Stato forte, assoluto e irrevocabile, accettato dagli uomini per aver salva la vita.

Spinoza, invece, muove dalla convinzione che veramente forte è uno Stato che persegua la felicità dei cittadini ai quali è concessa libertà di pensiero e il diritto di critica anche nei confronti delle istituzioni pubbliche. Un cittadino che esprima liberamente il suo pensiero non sarà mai un cospiratore, la libertà di stampa è l’antidoto migliore alla sovversione.

Quanto mi piace la lucida e coerente logica di Spinoza! Lui, che perseguitato e sfuggito ad un attentato alla sua persona, seppe guardare più in là del mondo opprimente alla sua speranza di libertà.

Insieme a lui voglio guardare più in là del grigio momento che facilmente evoca il cupo e crudele Leviatano hobbesiano, voglio credere che la ragione prenderà il posto della follia e che le opere d’arte, che rischiano di essere distrutte, rimarranno in piedi a ricordarci che il bello di una volta può ripetersi ancora, con forme, colori diversi, ma sempre bello.

Voglio pensare che in un futuro non lontano le armi tacciano e ognuno possa tornare alle usate cose, così preziose quando mancano.

Gabriella Colistra

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