Fine della storia

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La parola “fine” che ho usato nel titolo potrebbe indicare sia la fine, la conclusione verso cui si dirige il corso della storia, oppure un fine come scopo che la storia tende a realizzare. Studiare il processo storico è compito della filosofia, in particolare di quella che è chiamata filosofia della storia. I filosofi del passato hanno in genere fortemente creduto che la storia avesse un fine.

Già sant’Agostino quando scrisse tra il 413 e il 426 De civitate Dei (La città di Dio) aveva in mente che un disegno provvidenziale guidasse la storia umana. Infatti nello scontro tra la città terrena, governata da cupidigia, e la città di Dio che vive pellegrina in terra, quest’ultima trionferà e giungerà il tempo di “un eterno sabato” di “un giorno senza sera”, quella sarà la beatitudine eterna di cui gli uomini potranno godere.

 In ciò si coglie il fine ultimo, la certezza della felicità raggiunta attraverso sofferenze e lacerazioni.

Anche Giambattista Vico vissuto tra il Seicento e il Settecento vuole studiare i principi di una “scienza nuova”, la storia, e comprendere le leggi eterne che regolano il corso delle società umane. Traccia così la “storia ideale eterna” che si sviluppa attraverso tre momenti: età degli dei, età degli eroi, età degli uomini, che determinano un passaggio dalla barbarie alla ragione. Lo sviluppo non è lineare ma ciclico attraverso corsi e ricorsi storici.

 Ancora nell’Ottocento, G. Hegel A. Comte e K. Marx tracciarono un quadro progressivo che fa inserire le loro concezioni della storia all’interno della filosofia della storia.

Secondo Hegel, il processo storico portava ad un sempre più alto grado di libertà realizzato attraverso il consapevole contributo dell’uomo ma anche inconsapevolmente quando l’uomo è spinto da passioni e interessi particolari ad agire. È questa << l’astuzia della ragione>> che piega ogni azione dell’uomo, anche quella che appare più istintiva, alla Ragione che governa il tutto.

 Comte guarda alla storia come progresso delle scienze della natura e della società. Attraverso i tre stadi teologico, metafisico e positivo, si può giungere ad un’organizzazione del sapere a cui corrisponde un’organizzazione della società nel suo sviluppo storico.

Per Marx, attraverso lo studio di struttura e sovrastruttura, cioè delle basi materiali (struttura) che generano le forme della vita associata (sovrastruttura), si potrà giungere all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e all’antagonismo delle classi.

Nel Novecento, le tragedie che lo contrassegnarono determinarono la fine di ‘ottimistiche’ visioni della storia; i filosofi iniziarono a pensare che i fatti non si potessero inserire in nessun quadro di riferimento e che la storia fosse un casuale incontro o scontro di miriadi di situazioni indipendenti tra loro.

Sono molti quelli che si opposero alla filosofia della storia, tra di essi il primo fu F. Nietzsche che inserì le critiche alla storia nel più vasto ambito di critica alla decadenza e civiltà occidentale.

Anche Benedetto Croce un filosofo, certo non radicale come Nietzsche, non ebbe fiducia nello ottimismo dei filosofi che lo avevano preceduto, questa fiducia era stata << sconquassata e infranta dalla storia effettuale>>.

Nonostante per Croce si parli di << storicismo assoluto >> perché tutto ciò che l’uomo può conoscere è storia, questa non ricerca forze che muovano la storia dal di fuori, essa è mossa da una razionalità immanente che fa sì che lode e biasimo per un’azione compiuta si possano avere solo nel momento in cui si compie l’azione.

Il tribunale della storia conosce e comprende non condanna né assolve, né loda né biasima.

Walter Benjamin affida ad un quadro di Paul Klee, Angelus novus, il suo messaggio sulla storia.

È tragica la figura dell’angelo che guarda indietro, dove sono cumuli di rovine, mentre un vento impetuoso lo spinge verso il futuro. L’angelo forse andrebbe verso il futuro ma il passato lo attrae troppo, impedendogli il cammino verso il progresso; quella di Benjamin è una storia discontinua, interrotta, lacerante e lacerata.

Sulle riflessioni di Croce e Benjamin pesano molto le due guerre mondiali, in particolare per Benjamin. Ebreo, si trovava in Francia quando questa fu occupata dai tedeschi, tentò di sfuggire perché ricercato, fermato alla frontiera tra Francia e Spagna si uccise nel 1940.

Karl Popper, filosofo viennese, più conosciuto come epistemologo, nel 1945 scrisse La società aperta e i suoi nemici, un’opera in cui dichiara decisamente che la storia non ha un senso. Per Popper non si può parlare di storia universale perché nessuno sguardo può afferrare tutta quella molteplicità di situazioni, meglio parlare di storie individuali o di singoli popoli che presentano elementi comuni. Tutti, tra le altre storie, hanno una storia del potere politico ed è quella che viene di solito considerata come storia del mondo. Inoltre, secondo il filosofo, questa è la storia che viene insegnata nelle scuole per cui l’errore interpretativo viene perpetuato.

Non avendone in sé, saremo noi a dare alla storia il nostro senso e nostri fini. Popper si augura che la scelta sia per la democrazia, l’unica forma di governo capace di lavorare per migliorare il mondo e renderlo meno brutto di quanto sia. La democrazia crea una << società aperta >>, l’unica in grado di opporsi alle insidie dei totalitarismi e di costituire una società che abbia come valori fondanti la giustizia, la libertà, l’uguaglianza e la lotta contro il crimine internazionale.

 Sempre Popper scrive:

<<Si vive in democrazia quando esistono istituzioni che permettono di rovesciare il governo senza ricorrere alla violenza, cioè senza giungere alla soppressione fisica dei suoi componenti. È questa la caratteristica di una democrazia >>.

<<La differenza tra una democrazia e una tirannide è che nella prima il governo può essere eliminato senza spargimento di sangue, nella seconda no >>.

Come si può vedere da ciò che ho scritto ogni epoca sviluppa una diversa concezione della storia suggerita dagli avvenimenti esterni e dalle personali convinzioni del filosofo. Credo che anche ognuno di noi, su questo tema, abbia le sue opinioni personali derivate da riflessioni ed esperienze di vita.

Penso che sarà sempre più difficile scrivere libri di storia; quando il nostro tempo diventerà storia, gli storici si troveranno di fronte una tale parcellizzazione di fatti e una tale molteplicità di dati che sarà un lavoro difficilissimo ricomporre tutto in un quadro unitario che abbia un senso. Pur se il tempo oggi corre veloce, non avremo la possibilità di veder storicizzarsi il presente, nel frattempo, piacevolmente continuo a leggere e a ragionare sul nostro tempo e … poi si vedrà.

Gabriella Colistra

Leggi il mio articolo precedente:

La filosofia del mattino

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