Nel periodo delle feste natalizie e poi in quelle per il nuovo anno, ho notato sui social molti post su favole e fiabe, queste incontravano evidentemente il gradimento da parte dei lettori e le loro pubblicazioni son continuate e forse continuano ancora.

Fiabe e favole che un giudizio frettoloso rinchiuderebbe nello spazio del folclore o della letteratura per l’infanzia sono state oggetto di molti studi e analisi.

La fiaba è un racconto fantastico di origine popolare che ha al suo interno un mondo meraviglioso e magico popolato di fate, maghi, folletti, streghe. Ha come fine il semplice diletto e il coinvolgimento dell’immaginazione; nasce dal racconto individuale che si mantiene nel tempo e una stessa fiaba si arricchisce di elementi suggeriti dai vari contesti in cui si trova, conservando però il nucleo originale.

La favola ha lo stesso contenuto fantastico della fiaba ma ai personaggi come fate e folletti si aggiungono animali parlanti e piante. Sotto il contenuto fantastico la favola nasconde una verità e suggerisce attraverso satira, esortazioni e spiegazioni una soluzione alle leggi o ai pregiudizi che regolano i rapporti umani, quindi finiscono per assumere un fine morale o etico.

Per questa loro diversità anche la pedagogia ha detto la sua su fiabe e favole.

Le fiabe vanno raccontate ai bambini perché esse favoriscono l’affermazione individuale e il bambino, che si identifica spesso con il protagonista della fiaba che riesce nella sua impresa, sente rafforzarsi l’autostima.

Nella favola, invece, viene messa in evidenza la regola, si sottolinea la punizione che deve subire colui che non ubbidisce o non si conforma alle norme morali e questo non aiuta i bambini a liberarsi delle ansie e delle paure infantili.

Anche la psicoanalisi ha ritrovato nella fiaba una via d’accesso privilegiata all’inconscio, luogo in cui si trovano le fiabe che rivelano gli archetipi nel modo più puro e più genuino.

Fiabe e favole che hanno popolato la nostra infanzia hanno tutti questi poteri, e forse noi, commentando una favola riveliamo qualcosa di profondo di noi stessi senza rendercene conto. Leggere una bella favola è piacevole ad ogni età, non solo quando siamo bambini; sognare e immaginare è bello sempre e quasi necessario oggi che tanti problemi e difficoltà attraversano la nostra vita.

I filosofi, razionali per definizione, non sembra amino le favole e le fiabe anche se nell’età moderna troviamo alcuni grandi filosofi che in un modo o nell’altro si confrontano con il fantasioso.

Giordano Bruno, il filosofo finito al rogo e conosciuto soprattutto per la sua vicenda umana, nelle opere fece riferimento ad alcune favole piegandole ai fini del discorso filosofico, come fa per il mito di Atteone e Diana che troviamo ne De gli eroici furori.

Francis Bacon, filosofo inglese, riteneva che le favole si collocassero a metà strada e potessero fare da intermediarie tra l’oblio di un passato lontano ed un presente in cui abbiamo avvenimenti verificabili. Interessato ai problemi pratici e con grande fiducia nelle scienze, compose New Atlantis (1627), scritto “futuristico”, in cui immagina che nella città di Bensalem governino gli scienziati e si viva seguendo il progredire della scienza volta al benessere morale e materiale degli abitanti.

Giambattista Vico, filosofo napoletano, le favole furono ritenute da uomini del passato rozzi e ignoranti vere narrazioni di vicende umane e divine. << I primi uomini della gentilità essendo stati semplicissimi quanto i fanciulli, i quali per natura son veritieri, le prime favole non poterono fingere nulla di falso; per lo che dovettero necessariamente essere, quali sopra ci vennero diffinite, vere narrazioni.>>

 Furono i filosofi, in tempi successivi, a dimostrare con la ragione la falsità di quei racconti.

La tesi di Vico è stata generalmente accolta e condivisa anche in tempi successivi.

C’è però il tempo in cui, pur amando fiabe e favole, dobbiamo confrontarci con il reale e il nostro tempo mi sembra abbia grossi problemi reali.

Da quasi un anno ormai, la nostra vita è scandita da bollettini sulla salute, veniamo indirizzati a quello che dobbiamo fare o che non possiamo fare. Persone rispettose delle regole inveiscono contro coloro che si riuniscono a fare feste, rave party, brindisi o altro, provocando il moltiplicarsi dei contagi ed altre chiusure. Siamo quotidianamente edotti sul rosso, l’arancione, il giallo, anzi il giallo rinforzato e c’è sempre più insofferenza in chi ascolta e cerca di adeguarsi. Da questo presente un po’ opprimente, credo che dobbiamo spostare lo sguardo sul futuro che ci sarà e che non ci consentirà di rifare tutto ciò che abbiamo fatto fino ad oggi.

Si sono levate, nelle appena trascorse festività, due voci che mi sembrano più autorevoli di altre, in questo frangente: la voce di papa Francesco che invita a non piangersi addosso, piuttosto, aiutare chi ha bisogno; la voce del presidente Mattarella che invita ad essere costruttori.

Smettiamola, quindi, di lamentarci di ogni cosa, come se tutto ci fosse dovuto e non dovessimo noi, in certi casi, rimboccarci le maniche e aiutare chi ha bisogno, magari un amico in difficoltà, una persona sola, un bambino che vuole giocare…

Mi tornano in mente le parole del papa che più volte negli ultimi anni ha condannato i politici che incitano all’odio, mentre mi scorre davanti agli occhi il vergognoso assalto dei trumpiani al palazzo del Congresso americano e penso che il papa in un momento storico come questo sembri il più accorto, il più attento a ciò che succede ma non sarà lui a poter compiere da solo quella rivoluzione delle coscienze che sento necessaria.

Particolarmente significative trovo le parole del presidente, forse perché la parola da lui usata “costruttori” mi ha fatto subito pensare alla solidità del mattone, forte e più forte unito ad altri per costruire la solidità di una casa. Così penso debba essere il futuro che verrà, poggiare su basi nuove e solide, con uomini capaci di avere idea di cosa si vada a fare e non incerti nel procedere a vista. Credo che lo dobbiamo a tutti quelli che se ne sono andati, portati via da un virus infido; a tanti medici che hanno dato la vita, dando valore di missione al loro lavoro; a quelli che ancora combattono una quotidiana battaglia nelle corsie degli ospedali.

A dire la verità, gli uomini e le donne che occupano posti di responsabilità non mi pare abbiano doti di statisti capaci di cambiare il destino di un popolo. E’ anche possibile che in un momento come questo emerga un’ingegnosità inaspettata che sappia indicare la direzione giusta da seguire.

Intanto sogno un mondo più pulito, realmente e metaforicamente, una natura più rispettata, il territorio in cui viviamo più tutelato e messo in sicurezza e vorrei che in nome della sicurezza non si creassero nuovi ghetti, nuove strumentalizzazioni dell’uomo che deve essere sempre libero, fine non strumento di un’azione. Vorrei che ci fosse più giustizia sociale, che gli uomini riconoscessero di essere tutti uguali e di dover avere tutti gli stessi diritti.

Forse, è anche questa una bella favola e concludo come si concludevano una volta le favole:

“Stretta è la foglia, larga è la via

Dite la vostra che ho detto la mia”

Gabriella Colistra

I filosofi e l’amore

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