Ero un’ebrea…

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Il mio nome è Leila Efrati. Ho sedici anni e sono la seconda di cinque fratelli.

Sono un’ebrea e detto così sembra quasi una cattiva parola.

Avanzo questa affermazione perché, ultimamente, percepisco qualcosa che non va per il verso giusto.

Mio padre è un espertissimo orologiaio.

È nelle condizioni di riparare qualsiasi oggetto presenti delle lancette un po’ matte e sgangherate e riesce, con impeccabile e disinvolta maestria, a costruirne da sé una vera e propria quantità abissale.

Vende moltissime delle sue originali e particolari creazioni ed ogni volta che rincasa lo fa sempre ed immancabilmente in compagnia del suo rassicurante e placido sorriso sulle labbra.

Ma ultimamente no, in tempi recenti non sorride più bonariamente come prima ed ha un’aria costantemente preoccupata ed insofferente.

In tutte le occasioni in cui ho tentato di parlargli mi ha zittita repentinamente, accusando delle intensissime emicranie che lo hanno catapultato in un fastidiosissimo stato di profonda ansia.

Così, al calare della sera, io e i miei fratelli facciamo finta di congedarci presso le nostre camere da letto.

In realtà rimaniamo immobili dietro la porta della cucina, proprio come se fossimo delle statuine in attesa di responsi esaustivi che captiamo a stento.

La scorsa volta, per esempio, mia sorella Margherita riuscì a percepire alcune frasi che nostro padre stava rivolgendo alla mamma.

Asseriva di avere ricevuto delle minacce da parte di alcune guardie che avevano fatto irruzione all’interno della sua bottega e che gli avevano intimato di chiudere le saracinesche in lassi temporali brevissimi.

“Anna, io non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno. Che mi percuotano a sangue, piuttosto, che infliggano su di me le peggiori pene corporali, che mi uccidano, perdio! Ma io la bottega non la chiudo.”

Udivamo nettamente i disperati singhiozzi della mamma che lo ascoltava con le mani tra i capelli corvini mentre io, Margherita e Nicoletta cercavamo di edulcorare quegli amari sentori prospettati da papà affinché Michelle e Richard, i nostri fratelli più piccoli, non subissero esageratamente l’ingiusta mestizia di quelle grevi affermazioni.

“Non è nulla, tesori miei, papà è solo molto stanco. Vedrete, domani sarà una giornata serena.”

Nessuno di noi frequentava più la scuola, non nutrivamo particolare interesse nei confronti delle discipline.

Ci piaceva trascorrere la maggior parte del tempo in compagnia di mamma, nella nostra casa di Amsterdam, la aiutavamo nelle faccende domestiche e nella preparazione di quei dolci squisiti che invadevano gli ampi corridoi di una gradevolissima essenza di cioccolato al latte.

Nel frattempo, Michelle e Richard giocavano entusiasti innanzi all’uscio di casa anche se, nelle ultime settimane, fu raccomandato loro, da parte di nostro padre, di non seguitare più di un certo lasso temporale a bighellonare per la strada.

Intanto avvertivamo, in maniera sempre più netta ed inequivocabile, che qualcosa di parecchio grave si stesse insinuando nella tranquillità che caratterizzava le nostre vite.

Mamma aveva perduto molto peso, ma si rifiutava categoricamente di farsi visitare dal medico.

Cosicché, io e Margherita, un bel giorno, decidemmo di recarci personalmente presso lo studio del Dottor Anselmi, invitando quest’ultimo a venire a casa nostra per lo svolgimento di tutti gli accertamenti che riguardassero la mamma.

“Ragazze, non posso raggiungervi presso la vostra dimora, vi chiedo perdono, non sono autorizzato a lasciare lo studio incustodito. Tornate a casa, acquistate per lei della pappa reale. Vedrete, la ripresa sarà repentina. Ed ora, vi prego, uscite immediatamente da qui e non lasciate che nessuno comprenda che siate venute a trovarmi giusto in loco. Fatelo con attenzione e cautela, abbiate accortezza, per carità di Dio! “

Margherita ed io uscimmo dallo studio del Dottor Anselmi con un magone insopportabile.

Percepivamo noi stesse come due appestate in un mondo di persone normali, due pericolosissime untrici di non so di che diamine di malattia.

Eppure eravamo sanissime, composte, educate e ben vestite come di consueto.

Io avevo sentito addirittura parlare di un certo “giuramento di Ippocrate”.

Ma quale Ippocrate ed Ippocrate dei miei stivali, Santo Iddio!

Il dottor Anselmi si era rifiutato di prestarci il suo richiesto e necessario ausilio e questo accadimento non era mai sussistito, perlomeno sino a quel momento.

“Leila, non farci caso. È un periodo in cui ci capitano dei fatti oltremodo desueti. Sorvola, te ne prego, al bando l’amarezza.”

Margherita deteneva una flemma ammirevole.

La sua diplomazia sarebbe riuscita a scalfire persino l’acciaio più resistente ed io avrei voluto possedere soltanto un briciolo della sua risoluta caparbietà.

Ma per mia grande sfortuna, in maniera del tutto antitetica, provavo del risentimento per un non nulla.

Avevo tanto da imparare da mia sorella, bellissima e contesa da tutti i ragazzi che vivevano nella nostra zona.

Stavamo finalmente per aprire la porta di casa ma trovammo Michelle e Richard in lacrime, innanzi al portone.

Non ho neppure avuto il tempo materiale di chiedere ai miei fratelli cosa fosse accaduto di così tanto sgradevole poiché, da lì a qualche istante, i miei occhi si fissarono su una scritta persino sgrammaticata e realizzata con un presunto pennarello di colore nero, su un pezzo di carta che se ne stava beatamente incollato sulle vetrate della bottega di alimentari adiacente casa nostra.

La scritta riportava la seguente quanto inquietante dicitura :

“È categoricamente vietato l’ingresso agli animali e agli ebrei.”

Santa miseria, ma perché?

Eravamo gli unici ebrei presenti nel quartiere, non eravamo delle persone ricche ma avevamo contezza di cosa fossero l’educazione ed il rispetto nei confronti del prossimo.

Non avevamo mai subito un trattamento poco garbato da parte di chicchessia, mai!

E adesso, tutto ad un tratto, quasi ci ignoravano, chinavano il capo con indifferenza quando incrociavano i nostri sguardi, ci scrutavano con un incomprensibile velo di pietismo.

“Hanno dato fuoco alla bottega di papà e gli hanno rotto la testa!”

Questo è quello che affermò Richard, mentre le lacrime solcavano copiosamente il suo visino tenerissimo e costernato.

Io e Margherita ci precipitammo immediatamente di sopra.

Mamma e Nicoletta stavano medicando papà.

Aveva ricevuto un forte colpo di manganello da una guardia vigliacca e meschina ma, per sua grande fortuna, erano riuscite a fermare quasi subito il copioso flusso ematico che sgorgava dalla sua fronte.

“Ragazze mie, non c’è più niente, hanno distrutto tutto. Non è rimasta l’ombra nemmeno di un orologio. Quello che porto al polso, solo questo è rimasto. Mi hanno intimato di chiudere la bottega in men che non si dica. Il mio rifiuto ha provocato violenza e la trasformazione in cenere di tutto quello che avevamo. Non ho più un lavoro, non ho più una dignità! “

Margherita non ha saputo resistere nemmeno per un attimo ed ha spiegato a nostro padre che oramai lei, Nicoletta ed io eravamo abbastanza grandi per riuscire a comprendere quello che ci stava accadendo.

Lui ha risposto di non detenere notizie certe in merito alla questione, ma una sola cosa era chiara e lampante, proprio come lo sono i miti raggi del sole: si stava verificando una vera e propria persecuzione nei confronti di quella che in molti definivano “razza ebrea” e la nostra famiglia non sarebbe stata la sola ad incorrere in dei seri e gravissimi pericoli.

Si era confrontato con alcuni amici ebrei che abitavano in altri quartieri vicini al nostro e l’unica informazione che gli seppero fornite era stata quella che ci volessero ammazzare tutti.

“Da questa sera spegneremo ciascuna luce di questa casa, non dormirete più nei vostri letti, ci trasferiremo in cantina. Con quel po’ di denaro che ho messo di lato uscirò una volta al giorno per comprare qualcosa da mangiare, ammesso che mi sia concesso di fare ingresso all’interno delle loro botteghe maledette. Il nostro tono di voce dovrà essere dismesso, converseremo pacatamente e sottovoce, bisbiglieremo. Non scordatevi di tenere, quanto più possibile, a bada i vostri fratelli. Non devono sentirli piangere né litigare per nessuna ragione al mondo. Da questo momento in poi, questa sarà una dimora disabitata. Che Dio ci sostenga! “

Non potemmo fare altro che annuire.

Io andai a recuperare di sotto i miei fratelli più piccoli e mentre li accompagnavo al piano superiore mi chiedevo come avremmo fatto a condannare alla segregazione due bambini vivacissimi di cinque e di sette anni.

Ma si trattava di un’impellenza che non avrebbe potuto prescindere dalle azioni che avremmo messo in atto per una gran quantità di mesi e quindi avremmo dovuto seguire necessariamente i severi dettami di nostro padre, ed avremmo dovuto farlo per giunta scrupolosamente ed alla lettera.

Perché, se papà diceva che stavamo rischiando di brutto, significava che la questione era veramente molto grave.

Le giornate erano bellissime.

Lo si percepiva da quel po’ di luce che filtrava da una finestrella che c’era giù in cantina.

Certe volte avvertivo una sensazione di soffocamento molto sgradevole e malsana.

Ma poi c’era sempre Margherita che sdrammatizzava con una battuta grottesca, Nicoletta che inciampava in continuazione a causa dell’eccessivo aspetto tenebroso che caratterizzava l’ambiente angusto ed i bambini che giocavano allegramente a fare il mimo.

Così riuscivo ogni giorno a sorridere almeno per qualche istante, nonostante vedessi la mamma sempre più debole e preoccupata.

“Mamma, il Dottor Anselmi si è rifiutato di venire a visitarti”.

“Non mi sorprende, mia cara. Il Dottor Anselmi è un italo-tedesco. La madre era di Berlino.”

Erano loro, erano i tedeschi che ci volevano morti.

Ma noi non riuscivamo a capire il perché.

Papà diceva che si cominciava a sostenere che appartenevamo ad una razza inferiore, dunque non eravamo affatto meritevoli di stare al mondo.

Ci sarebbero state inimmaginabili conseguenze se ci avessero trovati.

Questo era quello che ripeteva sempre papà.

Egli usciva davvero quotidianamente per acquistare il cibo necessario al nostro sostentamento e fortunatamente tutto si svolse secondo i nostri progetti per circa dieci mesi.

Ma, una maledetta sera di novembre, avvertimmo dei rumori sospetti provenienti dal piano di sopra.

Si udivano passi veloci e concitati e delle chiacchiere sonore in una lingua incomprensibile.

Mia madre fece il segno della Croce.

Servì a ben poco.

Sarà trascorsa circa una mezz’ora ed un poderoso e violentissimo calcio inferto da un ufficiale tedesco, frantumò letteralmente la porta della cantina.

Ci trovarono in un angolo, tutti abbracciati, ed io non seppi spiegare il reale perché di quella reazione improvvisa, ma Michelle e Richard capirono che adesso avrebbero potuto urlare a squarciagola, tanto, ormai, a poco sarebbe valso tacere ad oltranza.

Non fu paura la loro.

Fu una tristissima assunzione di coscienza.

Ancor prima che potessero infierire con violenza su tutti noi, ci alzammo spontaneamente, senza opporre la benché minima resistenza.

Reagire non sarebbe valso a nulla, solo a rendere ulteriormente complicato l’andazzo già malsano degli eventi.

Fummo ingiustamente separati.

Io, Margherita, Nicoletta e mamma restammo insieme.

Papà e i miei fratelli furono condotti altrove.

“Ci incontreremo a destinazione, non temete! “… Disse mio padre.

Ci ritrovammo alla stazione.

Pareva che il forte gelo stesse per sgretolare le nostre ossa. Mi sentivo quasi morire.

Ci spinsero con una tale veemenza, all’interno di un vagone stracolmo di gente, che mia madre cadde immediatamente in mezzo a quell’incommensurabile quantità di anime in pena.

Temetti di morire per asfissia.

Tenevo d’occhio costantemente mia madre e le mie sorelle poiché avevo timore di smarrire improvvisamente le loro tracce.

Margherita afferrò la mia mano tremolante, stringendola fino a farmi quasi del male:

“promettimi che se mai ci dovessimo perdere di vista sarai in grado di cavartela anche senza di me!”

“Ma io… ma noi… Te lo prometto.”

Non riesco a capire come facesse, ma lei era detentrice di un intuito straordinario.

Ogni cosa che avesse detto o pensato avrebbe assunto le sembianze di un’immancabile verità.

Infatti, quando scendemmo dal vagone, io non vidi più nessuna di loro.

Margherita, Nicoletta, mia madre…

Ero rimasta completamente da sola.

Mi tagliarono i capelli, mi vestirono di stracci, marchiarono a fuoco la mia pelle chiarissima, imprimendo sulle mie carni uno strano ed orribile codice che bruciava da matti.

Poi, con un calcio sonoro, mi spinsero all’interno di una camerata buia colma di panche di legno disposte su diversi livelli.

C’erano tante altre donne, molte ragazze, ma di mamma e delle mie sorelle nemmeno l’ombra.

I campi di sterminio sono come delle prigioni all’aria aperta.

Eravamo costretti a lavorare sodo per un’intera giornata, persino mentre nevicava, in cambio di un tozzo di pane raffermo e di un miserrimo bicchiere d’acqua che puzzava di fogna.

Una sera, un maledetto e vile ufficiale tedesco decise che avrebbe abusato di me.

Chiusi gli occhi, rimasi immobile.

Il solo pensiero che mi salvò fu quello di Leonard, un ragazzo per il quale avvertivo una profonda attrazione e con cui mi sarebbe piaciuto fare l’amore per la prima volta.

Ed invece me ne stavo inerme ed in silenzio, in balia di quello sciagurato privo di remore, che con un sola e squallida bravata aveva soppresso tutti quanti i miei sogni e le gaudenti aspettative di un fiabesco romanticismo.

Mi lasciò in una pozza di sangue e di disperazione.

Per l’ennesima volta, Dio aveva volto il capo dalla parte opposta.

Una sera mi arrampicai su uno sgabello che mi consentiva di raggiungere uno spiraglio sottilissimo, dal quale era possibile rimirare le stelle.

Le contai una ad una.

Stavo molto male, avrò avuto la febbre a quaranta.

Sovvenne alla mia mente Margherita e la promessa che avevo avanzato.

“Mi dispiace Margherita, senza di te non ce l’ho fatta. Ti domando perdono. Avrò sedici anni per sempre.”

Caddi sul pavimento, esanime, volai via in un batter di ciglia.

Non rimembro più nulla…Non esisto da tempo immemore.

Il mio nome era Leila Efrati ed ero un’ebrea… 

                                              Maria Cristina Adragna

“Ù Prufissuri”

3 COMMENTS

  1. Complimenti per il bellissimo articolo che ho letto con molto interesse tanto e che ha suscitato in me forti emozioni per una storia triste, dolorosa e affascinante molto coinvolgente.

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