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Cara maturità ti scrivo… (seconda parte)

Cara maturità…

Per mesi ho sentito ripetere su di te le solite frasi dai professori e da chi, dopo averti conosciuta appena l’anno scorso, guardava già con nostalgia al passato.

Saranno giorni che non dimenticherete mai nel corso della vita”. 

“Un momento unico e irripetibile”.

“Un’esperienza che continuerete a sognare anche a distanza di anni”.

Per noi invece sarai molto diversa, strana, improvvisata, lontana dai racconti, dai film e dalle canzoni che tanto ti hanno celebrata. 

Non ci credo ancora che una tappa così importante della vita possa passare in sordina, scivolando tra le disposizioni della fase due e della fase tre.

Perché  credimi, fino a poco tempo fa, le uniche fasi che pensavo di dover affrontare nel mio percorso scolastico, munita di guanti e maschera di protezione, erano quelle tipiche di una soluzione, all’interno del laboratorio di chimica della nostra scuola.

E allora mi chiedo: cosa mi rimarrà di te?

Che ne sarà della nostra notte alla vigilia degli scritti?

Prima di noi molti l’hanno passata stappando bottiglie di prosecco e festeggiando allegramente come se si trattasse di un addio al celibato mentre alcuni per allentare la tensione, hanno pianto davanti a uno schermo abbandonandosi al potere catartico del film di turno sugli esami trasmesso in Tv. Altri, invece, l’hanno trascorsa in ascesi, ripassando fino all’ultimo minuto e pregando il cielo, di fronte a una schiera di santini, di fare uscire proprio l’argomento benedetto.

Io personalmente avrei voluto cantare a squarciagola, insieme ai miei compagni, “Notte prima degli esami“, quando nel tepore di giugno le lucciole disegnano sul buio le loro scie luminose. Le avremmo inseguite in mezzo ai campi, come si fa con i sogni che sembrano sfuggirci, per racchiuderle tra le mani in lampade improvvisate.

E poi in una distesa di grano, ci saremmo abbracciati ondeggiando come spighe al vento prima della mietitura al ritmo di quelle parole magiche che tutti conosciamo: “Notte di lacrime e di preghiere, la matematica non sarà mai il mio mestiere… “

Non proveremo mai l’ansia che precede il giorno degli scritti alla ricerca disperata su internet di soffiate e di indiscrezioni sulle tracce o semplicemente di temi da cui prendere spunto.

Non avremo più bisogno di preparare il materiale di guerra inserendo, come munizioni, i foglietti arrotolati in una cartucciera di stoffa, cucita dalla mamma in base al cartamodello trovato in internet. Non riempiremo di scritte gli spazi bianchi tra le pagine del vocabolario con un tratto leggero di matita per non farle notare né vi appiccichereremo i post-it che racchiudono tutto il sapere dell’ultimo minuto.

Neppure il metodo più antico, quello di trascrivere sui bigliettini piegati a mo’ di fisarmonica, definizioni, formule e frasi importanti per poi nasconderli nei posti più disparati del corpo, avrà alcuna utilità.

E che ne sarà della strategia perfetta da studiare a tavolino per copiare durante la seconda prova? 

La settimana prima degli scritti, con la piantina della scuola alla mano per individuare la collocazione migliore delle risorse umane, avremmo messo a frutto le nostre competenze di scienza militare e di arte bellica. Perché anche queste, ai nostri occhi, erano pur sempre nobili discipline di studio, un vero e proprio compito autentico per la vita.

Gli ultimi giorni di scuola, li avremmo dedicati al recupero delle insufficienze attraverso la scelta oculata del compagno più adatto, cui attaccarci come le sanguisughe, oppure all’esercizio della dialettica nel perorare la nostra causa, con tanto di supplica alla professoressa, durante le interrogazioni salvifiche dell’ultimo momento.

Nella battaglia, Francesco e Martina, i più bravi in matematica, sicuramente avrebbero occupato le posizioni centrali, i pulpiti da cui diffondere il loro sapere verso la periferia abitata dai compagni avidi di conoscenza. 

Il piano B sarebbe stato comunque d’obbligo, perché si sa che le cose a volte non vanno secondo i programmi, ma mai avremmo pensato che un nemico invisibile potesse giungere a sbaragliare completamente la nostre fila, impedendoci addirittura di scendere nell’agone.

Non ci accalcheremo davanti al portone d’ingresso per conquistare le posizioni migliori, tremando come le foglie abbracciati ai vocabolari o ridendo e scherzando per nascondere la paura sotto una maschera di apparente tranquillità.

Suonata la campanella, tutti ci saremmo precipitati verso i banchi disposti in file lungo i corridoi, pronti a conquistare le postazioni strategiche per poi scoprire magari che i nostri piani d’attacco e di difesa, così ben congegnati, erano falliti di fronte alla velocità degli altri maturandi. 

Probabilmente loro, fenomeni di scienze motorie, si erano allenati a correre i cento metri in meno di dieci secondi.

Ma in altri tempi, il colpo di grazia lo avremmo ricevuto all’apertura delle buste contenenti le prove. Se è vero che la fede arriva nei momenti di disperato bisogno, allora immaginavo i miei compagni, in preda allo sconforto, appellarsi a tutti i Santi in paradiso e innalzare al cielo la loro invocazione dopo aver finito di leggere l’ultima traccia in cui avevano riposto una seppur tenue speranza.

Molte altre ancora saranno le cose che non vivremo mai e al momento non ci resta che il maxi colloquio per dimostrare a tutti che anche noi, in qualche modo, supereremo la prima vera sfida della nostra vita.

Stiamo vivendo un momento epocale, che rimarrà impresso nei libri di storia, gli stessi che ora stiamo forsennatamente studiando mentre i giorni passano veloci come la serie di formule, definizioni, nomi, date, vita, morte e miracoli di scrittori ed eroi di guerra, che entrano e a volte subito dopo, escono dalla nostra testa.

Perché, anche se probabilmente saremo ricordati come quelli dell’esame facile, ci stiamo impegnando forse più degli altri. 

Ci stiamo impegnando a fare i conti non solo con le ansie che una prova del genere naturalmente comporta ma soprattutto con le incertezze di un futuro sconosciuto e con la paura di un mondo in cui nulla sarà più come prima.

Quando ci chiuderemo alle spalle il portone della scuola forse urleremo al vento la nostra felicità ma sentiremo presto un gusto amaro dietro quella sensazione di esultanza.

Quel giorno qualcosa finirà insieme alla protezione delle pareti di una classe, al sorriso amico della tua compagna di banco o al suono della libertà evocato da una campanella.

Finirà un’epoca di spensieratezza.

Devo ammetterlo, in più di qualche occasione mi sono lamentata di te, cara maturità. A volte ti ho sentito come un peso sulle spalle, una zavorra di cui liberarmi al più presto. Altre volte, invece, pregavo che tu non arrivassi mai. 

Sapevo che saresti giunta al culmine del mio processo di crescita, per reclamare dalla pianta, come il contadino dopo un’attenta valutazione, il frutto ormai maturo, pieno di colore e di sapore. Ma io, in fondo, volevo rimanere acerba, verde, eternamente adolescente. Non mi sentivo ancora pronta ad oltrepassare il valico che conduce alla vita adulta.

Eppure, dopo questa esperienza dolorosa, credo di averlo superato quel valico e di averti conquistata, mia cara e temuta maturità, senza bisogno di un esame orale o scritto, senza una commissione che certifichi le mie competenze.

Sei stata tu a venirmi a cercare, sotto le spoglie di un virus, in una forma che non avrei mai immaginato. Mi hai insegnato il valore delle cose date per scontate, di un abbraccio o di un sorriso e di quelle immense come la libertà per la quale i nostri padri hanno combattuto. Mi hai insegnato l’importanza della solidarietà verso i più deboli e del lavoro, che a tanti è mancato in questo periodo, come mezzo per nobilitare l’uomo.

Mi hai insegnato che la vita è imprevedibile e che bisogna lottare, senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà, per un mondo migliore.

Di certo, nonostante tutto, rimarrai indelebile nella mia memoria…

Simona Riccardi@copyright2020

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Simona Riccardi
Mi chiamo Simona Riccardi e sono un'appassionata di spiritualità e di crescita personale. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione e poi quella in Scienze Pedagogiche ho scelto di diventare insegnante di scuola secondaria superiore. Ho iniziato a scrivere poesie e diari fin da piccola per dar voce a quel mondo interiore che si agitava in me e di cui cominciavo già a prendere coscienza. Dopo un lungo periodo di intima trasformazione, ho recuperato l’amore per la scrittura e ho cercato di esprimere emozioni personali e universali in una silloge poetica dal titolo “Il Mondo nell’Anima”. La raccolta, pubblicata nel giugno 2018, ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti tra cui il Premio Nazionale di Letteratura italiana contemporanea.

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