Vacanze in remoto di tanti anni fa…ultima puntata

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Vacanze in remoto di tanti anni fa

Vacanze in remoto… di tanti anni fa

ultima puntata

Il campeggio è un camping stanziale, come si usa dire in gergo, dove la gente viene per fare le sue sacrosante ferie.

Un po’ come quello che facevamo noi e tanti altri sulle spiagge italiane.

Come vicini di tenda una coppia di tedeschi, con due giovani figli.

Corrado fa da interprete, e di sera ci infiliamo in lunghe conversazioni sul modo di vivere nella Germania dell’Est, con i nostri vicini che chiedono più libertà rispetto a quella in atto ma convinti di vivere abbastanza bene.

E tutti i “si dice” negativi? Solo e soltanto  propaganda negativa per gettare acqua sporca sul loro Paese.

Cerchiamo di dissuaderli dal loro credere e pensare: nulla da fare!

Sono tedeschi! Duri e incorreggibili.

Walter si alza per prendere qualcosa dall’auto e nel mentre fa cadere un rotolo di carta igienica.

Curiosità assoluta, ci chiedono cosa sia e a cosa serve… risata generale, non la conoscevano. In compenso, conoscono gli spaghetti.

Un giorno il capofamiglia tedesco ne volle un piatto,  ormai si era creata una discreta amicizia.

Walter glielo preparò abbondante: lo mangiò tutto, lasciando il resto della famiglia a bocca asciutta.

E forse per questa ingordigia passò il resto del pomeriggio in un bagno di sudore, con un continuo farsi lunghe docce gelate.

Probabilmente  una iperglicemia da coma. Ma se la cavò egregiamente.

Il tempo trascorreva abbastanza monotono tra bagni in un mare pieno di meduse per fortuna innocue, passeggiate e grandi scorpacciate di frutta, soprattutto di un’uva meravigliosa che cresceva praticamente per terra.

Ma ci stavamo stancando, non era la vacanza agognata e per la quale avevamo fatto migliaia di chilometri.

Un mattino ci guardiamo e la sintonia è immediata: raggiungere Sofia, la capitale,  per vederla, scoprirla e visitarla.

Alle 10 siamo già pronti, paghiamo il conto e partiamo direzione Burgas da dove avremmo avuto la possibilità di due itinerari: o la parte alta, quella più vicina alla Romania, o la parte bassa attraversando Plovdiv, raggiungendo la città da “sotto”.

La decisione fu presa una volta arrivati a Burgas, dove ci fermammo per comperare qualcosa da mangiare.

Fu li che mi accorsi, controllando la carta stradale che eravamo a 130 Km. circa dalla Turchia.

Ci scambiamo sguardi straniti, la tentazione è forte, ma il tempo ormai sta per scadere e i soldi cominciano a calare, anche se ne abbiamo speso molto meno di quello che avevamo preventivato.

Abbandonammo l’idea, maledicendo la Romania che ci aveva fatto  perdere un sacco di tempo per niente.

Sofia era una bellissima città, immersa nel verde dei suoi parchi, il più famoso dei quali si chiamava “Loewen Park”, che si poteva visitare su di un trenino che lo attraversava da cima a fondo tra animali di ogni specie, e assolutamente protetti.

Ci sistemammo in un campeggio e cominciammo la nostra “visita” particolare alla città.

Con molto tatto chiedemmo all’ufficio informazioni, se ci fosse la possibilità di andare in qualche mercatino di qualsiasi tipo, dall’usato al cibo, per veder un po’ di cose strane.

Per fortuna la ragazza capì al volo quello che volevamo e strizzandoci l’occhio ci diede delle dritte, spiegandoci anche di non fare troppo i curiosi, altrimenti avremmo incontrato anche guai.

Le visite cominciarono in una piazza non molto grande, dove un negozio di libri faceva da catalizzatore per una decina di bancarelle che vendevano la stessa merce. Rimanemmo delusi ma in fin dei conti cosa ci aspettavamo?

Libri stampati in italiano?

A ogni paese il suo alfabeto! Ma con il cirillico non avevamo dimestichezza.

Il giorno dopo troviamo un altro mercatino di cibarie varie.

Dovevo assolutamente trovare della marmellata di rose che una persona mi aveva caldamente richiesto.

Trovata!

Ne compero tre vasi. E’ trasparente, sembra gelatina.

Una mattina, mentre siamo a zonzo in una parte della città non ancora visitata, vediamo un sacco di gente ben vestita passare per una porta ed entrare in un ambiente dopo aver salito alcuni gradini.

Dalla facciata sembrava una chiesa ma è stretta tra alcune abitazioni,  impossibile.

La cosa ci incuriosisce, io voglio entrare, Corrado e Walter no, mostrano  titubanza, temono “rogne”.

Faccio spallucce ed entro, i due paurosi mi seguono.

In effetti è una chiesa, ed è piena di gente.

Ce ne restiamo in disparte vicino alla porta d’uscita quasi invisibili anche se qualcuno girandosi ci vede.

Sarà un matrimonio, pensiamo, vista la coppia che si trova vicino a una struttura che somiglia ad un altare.

Infatti è una cerimonia di rito ortodosso, probabilmente della  chiesa di Costantinopoli.

La seguiamo affascinati, ascoltando la lingua ostica, a tratti cantilenante

Una cerimonia  molto diversa dalle nostre cerimonie di matrimonio, la gente più partecipe, specie nella preghiera.

Non è come da noi dove la funzione religiosa viene considerata come una rottura di balle in attesa del pranzo: insomma non c’è l’ipocrisia a cui siamo abituati in Italia.

Questa la prima riflessione!

Ce ne andiamo prima che finisca, tutti e tre colpiti da quanto visto.

Restiamo in silenzio e per un po’ nessuno di noi ha voglia di commentare.

“Comunque la sposa era bella – dico io – e, in ogni caso, ne avremo una in più da raccontare.”

Finisce lì.  Poi ancora silenzio.

A sera decidiamo di cenare in un ristorante abbastanza quotato a quanto ci dicono.

Ci portano il menù, scritto in inglese, per fortuna, e facciamo un salto sulla sedia quando  alla voce “primi” si legge: “Risi e bisi”.

Ci guardiamo sbalorditi e, siccome la curiosità è grande, ordiniamo la pietanza, mentre Corrado parte con una delle sue storiche frasi:

Bitte, haben sie etwas  Bulgarian spezialitat um zu essen?

Il risultato fu un “Risi e bisi” consistente in un risotto molto liquido, con tre, dicasi tre piselli al suo interno, delle fette di carne con una salsa abbastanza disgustosa e le immancabili patate di contorno.

Io e Walter coltiviamo l’idea di abbandonare Corrado al suo destino e finire le ferie in santa pace ma non se ne fa nulla.

I Bulgari sono persone abbastanza simpatiche; quarantenni e anziani taciturni, i giovani molto più espansivi anche se con la paura di essere visti a fare cose “non legalizzate”.

Solidarizziamo con alcuni ragazzi e ragazze che gironzolano nei paraggi del Campeggio o che incontriamo per strada e che fermiamo con la solita scusa di qualche informazione su dove andare, qualche sigaretta, un po’ di inglese masticato male da tutte e due le parti e il gioco è fatto.

Mi viene in mente mia nonna che quando voleva offendere qualcuno gli diceva: ”bulgaro”.

Chissà perché!

Non ci vedevo il nesso ma forse dipendeva dal fatto che una figlia dei Savoia aveva sposato un erede al trono di Bulgaria…

Ormai siamo agli sgoccioli, il tempo è passato in fretta ed è ora di cominciare a pianificare il rientro in Italia.

Decidiamo di puntare verso nord, attraversare il Danubio che fa da confine con la Romania e costeggiare il fiume e rientrare in Jugoslavia.

Ci permettiamo anche una breve sosta, nuovamente a Bucarest, giusto per capire se, avendola attraversata di notte e in fretta, per caso non meritasse più attenzione ma la sensazione iniziale è rimasta negativa.

Saltiamo senza rimpianti la strada dei Carpazi, mandando a quel paese il Conte Dracula e i suoi concittadini e, costeggiando il Danubio, rientriamo in Jugoslavia. Ripercorriamo all’inverso la stessa famigerata Superstrada, solo che a un certo punto ci fermiamo per il traffico bloccato.

Notizie un po’ confuse parlano di un grosso incidente con il rischio di dover passarvi la notte.

Ennesima consultazione della cartina e scopriamo di essere più vicini all’Italia di quanto pensassimo.

Decidiamo quindi di tagliare in diagonale, saltare Zagabria e Lubljana e uscire all’altezza di Abbazia, rientrando in Italia dall’Istria.

Detto, fatto!

Sono le 16!

Ci lanciamo nell’ennesima avventura, anche perché uscivamo dalle strade internazionali e andavamo all’arrembaggio.

Alle 19 è già buio, abbiamo fame!

Ci fermiamo in uno sputo di paese. Non abbiamo dinari, non abbiamo più cambiata una lira per non buttare i dinari che non hanno valore.

Ci indicano un’osteria che è abbastanza affollata visto che è sabato sera.

Sembriamo selvaggi, barba lunga, due giorni senza doccia.

La curiosità è alta, sembra la scena di un film del grande west, quando entra lo straniero nel saloon.

Spieghiamo che abbiamo fame ma che abbiamo solo lire… va tutto bene, ci si dice!

Benedetta lira!

Ci servono un cosciotto di maiale, piccolo devo dire, lessato.

Praticamente una porchetta tagliata grossolanamente in quattro pezzi con pane e birra.

Mangiamo con voracità e ce ne andiamo.

La stanchezza è tanta, provo a guidare ma mi rendo conto che gli occhi per ben due volte si chiudono, e alla seconda corriamo il rischio di uscire fuori strada.

Nessun altro vuole prendere in mano il volante, decido quindi di fermarmi  vicino a una casa per sicurezza.

Dormiamo.

Dopo non so quanto tempo Walter mi scuote il braccio, ombre si aggirano intorno alla macchina.

Accendo il motore e via.

Forse non avevano cattive intenzioni, ma finire male, dopo tutte le avventure vissute, era da stupidi.

Alle 9 passiamo la frontiera e al primo distributore parcheggiamo all’ombra!

E questa volta sì, ci mettiamo a dormire.

Alle 13,30 arriviamo a Dolo.

Avevamo fatto più di 6000 Km. in 21 giorni, visitato tre Paesi, compresa la Jugoslavia attraversata di fretta.

In tutto avevamo speso 70.000 lire a testa, onnicomprensive dei costi della benzina, del  campeggio, delle sigarette, del cibo e di qualche regalo da portare a casa. Eravamo stanchi ma felici.

Non ci sentivamo persone che avevano compiuto qualcosa di eccezionale ma comuni mortali che avevano avuto il coraggio di fare una vacanza diversa, molto diversa dal solito.

Non eravamo stati i soli, di italiani come noi ne abbiamo visti tanti e con differenti modi di comportamento come già detto.

L’unica nota negativa: nessuna fotografia anche perché nessuno di noi possedeva una macchina fotografica.

Ci siamo rifatti l’anno successivo, facendocene prestare una da un’amica .

A qualcuno questa cronaca, suddivisa in tre puntate, potrà sembrare  artificiosa o inventata ma vi posso garantire che è assolutamente vera.

Certo dopo 50 anni, certi dettagli sono stati dimenticati ma i particolari più importanti, no!

Anche perché è stata la nostra prima vera uscita all’avventura, con tanta incoscienza visti i tempi che correvano.

Era ancora in essere la guerra fredda e, naturalmente, ogni persona che arrivava dall’occidente, anche se portava soldi, era vista con sospetto, quasi un possibile fautore di idee controrivoluzionarie nei confronti del paese ospite.

Fine

Francesco Danieletto

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Sono Francesco Danieletto e sono nato a Dolo, terraferma veneziana, a metà strada tra Padova e Venezia. Sono e ormai sarò sempre uno spirito ribelle, autonomo in tutto anche adesso che la malattia mi ha costretto a una parziale invalidità. Malattia che però ha avuto, come succede spesso in tutte le cose, un lato positivo perché ha risvegliato quel lato poetico, letterario che era sopito da molto tempo e che non avevo più preso in considerazione nella gioventù. Non sono uno scrittore che si siede a tavolino anzi sono l’esatto contrario. Sono convinto che affrontare la realtà in tutte le sue sfumature vuol dire accettare che la vita non è un tappeto di fiori dove poter camminare a piedi scalzi. Ho al mio attivo alcune pubblicazioni, divise tra racconti e poesie. Ho fondato e presiedo l’associazione culturale: “La Pentola dei nodi” a Dolo, dove vivo.

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