“Se questo è un uomo è un’opera memorialistica scritta da Primo Levi tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947. Rappresenta una delle più celebri testimonianze da parte di un sopravvissuto dell’olocausto.

Primo Michele Levi è stato uno scrittore, partigiano antifascista e chimico italiano che venne arrestato il 13 dicembre 1943 in Valle d’Aosta. Venne prima condotto in un campo di raccolta a Fossoli per poi essere deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, in quanto ebreo. Fortunatamente scampato ai lager, tornò in Italia a raccontare le atrocità viste e subite.

A soli ventiquattro anni viene deportato assieme al suo amico Alberto. Arrivato al campo di concentramento dopo un lungo ed estenuante viaggio in un treno merci, viene spogliato di tutti i suoi averi, viene rasato e, per essere riconosciuto dai nazisti, gli viene tatuato un numero sul braccio: 174 517. Da quel momento la sua vita cambierà, proprio come quella dei suoi compagni: ormai ha perso ogni diritto, non è più nessuno, non riesce a riconoscere se stesso, si chiede persino chi è  davvero (un essere umano o un animale?).

Costretto a lavorare come una schiavo senza sosta, si ferisce ad un piede e quindi entra in Ka-Be, l’infermeria; qui conosce altri uomini, si fa degli amici e scopre le selezioni: chi non è più in grado di lavorare viene mandato dritto nei forni crematori. Primo, fortunatamente, viene assunto al kommando chimico dopo un esame e qui lavora anche con alcune donne civili, al chiuso e al caldo.

Nel 1945 i russi bombardano il campo, il quale viene fatto completamente evacuare, tranne il Ka-Be, in cui si ritrova Primo Levi ammalato: lui riuscirà poi a sopravvivere per altri diversi giorni fino a quando, con sua grande gioia, non verrà liberato.

‘Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.’

È un’opera dalla scrittura pesante e incisiva, che però riesce a comunicare, a trasmettere l’orrore che milioni di ebrei hanno dovuto subire ingiustamente, con l’unica colpa di esseri nati tali.

Cibo scarso, impiccagioni, camere a gas, lavori pesanti, schiavitù, urla, sporcizia, dolore: questa era la loro vita quotidiana che si protraeva per giorni e giorni fino a diventare anni. Insopportabili. Tristi. Crudeli come il filo spinato che circondava il territorio che dovevano chiamare “casa”, nella speranza di sopravvivere e di non morire.

Libro necessario per far capire e tramandare gli orrori della guerra, per rivendicare la libertà e il diritto di vivere da essere umano, com’è giusto che sia, senza alcuna distinzione. L’importante è evitare che la storia si ripeta, che non avvengano più genocidi come questo, che l’uomo possa arrivare a perdere la sua umanità. Ma per cosa? Perché si dovrebbe arrivare a tanto?

Il mondo, purtroppo, è pieno di cattiveria e di malvagità ma il messaggio di Primo Levi, così come di altri sopravvissuti, è solo uno:

non dimenticare.

Giusi Talarico

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