Metti una sera a Lugano…

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Era l’anno 1958. La donna anziana, piccolina, che si affaccia ad una finestra e apre gli scuri di legno di una finestra, si chiamava Lina Merlin e il gesto era fortemente simbolico, con la sua legge appena votata, la deputata veneta aveva messo fine a una istituzione quasi sacra per gli italiani, cancellando quelle che venivano definite “case chiuse”: le imposte che non si aprivano mai, per rispetto ipocrita alla pubblica decenza.

Gli uomini andavano a Messa la Domenica e al bordello il lunedì, con indosso lo stesso “cappotto buono”.

E Lina Merlin lo sapeva bene.

Quella Legge rendeva illegali le case chiuse ma non la prostituzione in sé a patto che i rapporti avvenissero tra maggiorenni e consenzienti.

Da quel giorno in poi, comunque, il dibattito sulle case di tolleranza non si è mai spento.

Sono passati più di 60 anni e tanti sono convinti che proprio la legge Merlin si è rivelata una delle cause che ha generato l’emergenza prostituzione in Italia.

Prostituzione che da quel 20 settembre 1958 è finita nelle mani delle mafie e dei “trafficanti di corpi” creando una vera e propria emergenza umanitaria visti anche gli “effetti collaterali” come il traffico di organi.

“Qualcuno” tempo fa propose “riapriamo le case chiuse. Se ci fosse una regolamentazione e un un censimento di chi svolge l’attività, il contrasto alla schiavitù sarebbe davvero garantito e come fenomeno ridimensionato. Sarebbe ripristinato anche il decoro urbano. Le case chiuse opererebbero lontano da scuole e Chiese, con presidi delle forze dell’ordine, protocolli igienici e controlli di routine per chi esercita. E soprattutto l’igiene; la maggior parte dei clienti, infatti,  sono persone sposate che così non metterebbero a rischio mogli e futuri figli“.

Ma è inutile: in Italia le case chiuse non possono essere riaperte perchè l’Italia nel 1949 ha firmato una convenzione con le Nazioni Unite a cui aderisce in maniera piena e attiva… e la Svizzera? La Svizzera no e lo ha fatto, dato che i locali a luci rosse nella Confederazione sono legali, tassati e stanno prosperando “alla grandissima”.

La crisi da CoronaVirus ha però colpito anche questo settore, soprattutto nel Canton Ticino, i cui clienti arrivavano, per il 90%, dall’Italia.

E allora i gestori si sono inventati nuovi modi per attirare clienti: “Prima “vieni” da noi e poi da loro…”…vero e proprio “marketing top level“.

In sostanza un cliente dopo essere stato in uno di questi locali, si può presentare anche in un altro (con un braccialetto al polso che accerta l’avvenuta consumazione) e avere la possibilità di altri 30 minuti a luci rosse ad un prezzo scontato (50 euro invece che 100).

L’iniziativa, manco a dirlo, sta avendo successo…virus o non virus!

Senza contare il florido mercato immobiliare delle “Palazzine specializzate“.

Si offrono “per l’esercizio della professione” monolocali a Chiasso a 600 franchi a settimana, oppure una camera in appartamento doppio a 500 franchi settimanali.

L’escort può vivere e lavorare lì… c’è anche la cucina. Uno dei palazzi in questione è composto da 7 piani e 4 di questi sono destinati alla prostituzione: 2 monolocali e 2 con camera doppie.

Al di là delle convinzioni politiche e religiose, La Svizzera ha affrontato e a modo suo “risolto” questo problema poichè la prostituzione e rimane un’attività che se illegale, consente a chi la pratica di sopravvivere e fa arricchire chi le gestisce.

Orson Welles, in una celebre battuta nel film Il terzo uomo, denigrava la Svizzera perché “in cinquecento anni di democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù…”.

Solo con il lavoro si possono togliere le donne dalle strade…ma trovarlo?

Simona Bagnato 

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