Pensieri in un tempo sospeso

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In questi giorni di confinamento succede spesso che, svolte piccole faccende quotidiane, ci si metta a pensare al tempo presente, passato e futuro. In questi pensieri si insinua spesso il piccolo mostro che si è diffuso nelle nostre vite per sconvolgerle e riempirle di dati, comunicati, bollettini ecc. Non viene più voglia di accendere la TV ma di riflettere su quanto sta accadendo.

Tutto è cominciato quando dalla Cina iniziavano ad arrivare notizie di un virus nuovo, sconosciuto che mieteva vittime a centinaia. In tempi di globalizzazione si dovrebbe pensare che in breve il virus potrebbe arrivare anche a noi. Non è così, noi italiani ci sentiamo sicuri, intangibili. Usciamo con gli amici, andiamo a cena, in discoteca, come se nulla fosse.

Quando il virus arriva in Italia e inizia a causare morti a decine, chi ci governa avrebbe dovuto darci una precisa informazione e adottare misure adeguate a tutela della nostra salute. Così non è stato, l’indecisione e l’insicurezza, il procedere per tentativi hanno caratterizzato il primo periodo di diffusione del contagio; è stato detto che si trattava di un’influenza, non si sono date corrette direttive a chi doveva agire in quei frangenti.

E’ vero che il virus ha colto di sorpresa (!) ma da subito si sono levate le voci di altri medici, che non avevano responsabilità di governo ma erano forniti di conoscenze scientifiche e di buon senso, che dissentivano sulle valutazioni dei rischi e sulle conseguenti misure da adottare.

Purtroppo avevano ragione: il numero dei morti ha dimostrato che non si trattava di banale influenza, la presa di coscienza è stata tardiva e non ha prodotto alcun cambiamento consequenziale, mentre ormai il virus dilagava.

Da più di un mese # stiamo a casa, ma i pensieri stanchi considerano che siamo noi cittadini ad aver pagato, con una quarantena che si preannuncia ancora lunga, gli errori di altri. Non sono indulgente con i responsabili rimasti tranquillamente al loro posto perché penso che, chi ha responsabilità di comando, se sbaglia, si deve dimettere o, altrimenti, deve essere sostituito. Mentre rassegnati stiamo a casa e continuiamo a sentire che i morti aumentano ma che # tutto andrà bene, c’è chi pensa alla fase 2.

Pensare alla fase 2 rianima il pensiero che va subito ad un dopo uguale a prima: riunioni, incontri, abbracci, viaggi da un angolo all’altro della Terra. Non sarà così, si dovrà ripensare il modo in cui siamo vissuti fino ad ora. Il sogno di essere padroni del nostro tempo e avere in pugno il mondo si è frantumato regalandoci la consapevolezza che tutto può svanire da un momento all’altro.

In questi giorni in casa, abbiamo certamente avuto disagi ma siamo andati avanti comprendendo, forse, che nella vita di prima avevamo cercato molto il superfluo quando sarebbe bastato molto meno per vivere felici; gli uomini hanno sfruttato la natura che oggi lentamente riprende i suoi spazi: qualche giorno fa su un giornale c’era la foto di una piazza non calpestata, per la quarantena dei cittadini, in cui è cresciuta l’erba; animali vario tipo sono entrati nelle città e passeggiano per le strade, indisturbati; il cielo è più terso in molti centri cittadini e si respira un’aria migliore, anche il fiume Po ha acque più limpide.

Questi pensieri mi hanno fatto ricordare Greta, la ragazzina che si impegnava nella difesa della natura e si batteva per il clima del pianeta, derisa da molti e accusata di non so quali malefatte, aveva ragione e visto più lontano di altri.

In Italia, abbiamo visto gli ospedali del Nord in affanno mentre gli ospedali del Sud facevano meglio, l’augurio è che in tutta l’Italia ci sia uno stesso livello di assistenza e cura e che finiscano i dolorosi viaggi dei meridionali per curarsi al Nord.

Abbiamo visto, in questi giorni, che i servizi essenziali sono stati garantiti dai più umili: operatori ecologici, fattorini che portano a casa ciò di cui abbiamo bisogno, cassiere e lavoratori nei supermercati, sarebbe opportuno guardare di più agli ultimi e a quelli che fanno funzionare servizi utili e necessari alla collettività. Bisognerebbe ricercare una maggiore giustizia sociale che consenta ad ogni uomo di essere rispettato come persona.

Potrei continuare con un lungo elenco di situazioni che dovrebbero cambiare. Si cambia, però, se si comprende quanta ingiustizia, falsità, ignoranza, egoismo ci sia in un mondo in cui contano solo l’apparire e l’avere e se si voglia cambiare a favore di un modo di vivere più umano, più sincero, più solidale.

Qualcuno ha definito i tempi amari che stiamo vivendo apocalittici e proprio in un libro, letto di recente, l’autore ricordava che il termine apocalisse non significa fine tutto, come spesso si pensa, bensì <<rivelazione>> alla fine di qualcosa. Chissà se quando la pandemia finirà ci si rivelerà un mondo meno ricco, meno globalizzato ma qualitativamente migliore!

Concludo, perché ho piacere di ricordarlo, con le parole dello scrittore cileno Luis Sepúlveda morto di coronavirus nei giorni scorsi. Mi piace ricordarlo per le sue passioni, la lotta contro le ingiustizie e la dittatura, il suo impegno nella difesa dell’ambiente. Le sue parole sono anche un invito a sperare:

<< Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E’ l’acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro ancora si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia>>

  1. Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

Gabriella Colistra

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