Non si possono accettare le violenze verso gli animali

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È inaccettabile, chi è stato deve pagare.

La storia di Rosy, la piccola gattina torturata e violentata a Roma, lascia addosso una ferita che non si rimargina. Non è solo il dolore per ciò che ha subito, ma il senso di smarrimento che nasce quando ci si accorge di quanto facilmente la crudeltà possa insinuarsi nella vita quotidiana. La piccola Rosy diventa allora un simbolo: non solo una vittima, ma uno specchio che ci costringe a guardare ciò che preferiremmo ignorare.
La violenza contro gli animali ha una gravità particolare perché colpisce esseri che non hanno voce, che non possono difendersi, che si affidano a noi con una fiducia disarmante. È una violenza muta, che non urla, ma che lascia dolore , e domande senza risposta. Perché? Come si può arrivare a tanto? Cosa succede dentro una persona per trasformare un essere fragile in un suo bersaglio?
Gli animali vivono accanto a noi con una purezza e lealtà che spesso non meritiamo. Non conoscono il tradimento, non conoscono la cattiveria gratuita. E proprio per questo diventano vulnerabili. E questo è forse l’aspetto più amaro: il fatto che la loro innocenza non sia sufficiente a salvarli.
Quando un animale viene ferito, non è solo un singolo essere vivente a soffrire: è un pezzo della nostra umanità che si incrina. Perché la capacità di prendersi cura dei più deboli è ciò che definisce una società. Ogni atto di crudeltà contro un animale è un campanello d’allarme, un segnale che qualcosa si sta deteriorando nel nostro modo di stare al mondo.Troppe storie come quella di Rosy si accumulano, una sopra l’altra, fino a formare un peso che diventa difficile da sostenere. Ogni giorno si aggiunge un nuovo episodio di violenza, un abbandono lungo una strada qualunque, un animale lasciato a morire perché “scomodo”, “ingombrante”, “inutile”. E questa normalizzazione del male è forse la parte più amara: ci stiamo abituando a ciò che dovrebbe indignarci fino alle lacrime.
Le sevizie, gli abusi, gli avvelenamenti, i maltrattamenti nascosti dietro porte chiuse: sono tasselli di un mosaico oscuro che racconta una società che troppo spesso fallisce nel proteggere chi non ha difese. Ogni animale ferito è un promemoria di quanto sia fragile il confine tra civiltà e barbarie. E quando quel confine si assottiglia, non sono solo loro a essere in pericolo: lo siamo tutti.
Di fronte a storie come quella di Rosy, resta un senso di impotenza, ma anche una responsabilità: quella di non voltarsi dall’altra parte, di trasformare l’amarezza in consapevolezza, la rabbia in impegno. Perché ogni animale salvato, ogni gesto di gentilezza, ogni denuncia, è un modo per ricucire un po’ di quel tessuto ormai lacerato. Forse la parte più difficile è trasformare l’amarezza in qualcosa che non sia solo rabbia. Ma è proprio da questo dolore che può nascere un cambiamento: una maggiore attenzione, una denuncia in più, un gesto di cura, un’adozione consapevole, un insegnamento dato ai bambini. Ogni piccolo atto è un mattone per costruire un mondo in cui storie come quella di Rosy non siano più possibili.
La domanda che rimane sospesa è semplice e terribile: come possiamo fare in modo che nessun altro essere indifeso debba subire ciò che ha subito Rosy? Ma dobbiamo ricordare che sempre a Roma,la gattina di colonia chiamata Signorina è stata uccisa pochi giorni fa. E la piccola gattina Elettra, presa a calci da diversi bambini dopo otto mesi di agonia è morta. Sono tanti gli animali uccisi da balordi,mostri e folli. Questo non è più tollerabile.

Angela Amendola

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