“Per sempre sì”, il brano con cui Sal Da Vinci ha trionfato al Festival di Sanremo 2026, inizialmente poteva apparire come una semplice canzonetta, sorretta da una melodia lineare e apparentemente priva di particolari ambizioni.
Invece si è rivelato ben presto qualcosa di molto più profondo.
Quello che sembrava destinato a restare entro i confini di una vittoria nazionale ha infatti oltrepassato ogni limite, trasformandosi in un’eco universale, capace di attraversare lingue, culture e sensibilità.
Non sono mancate, nel dibattito, alcune critiche che hanno voluto leggere nel brano una visione legata a schemi patriarcali.
Tuttavia, tali interpretazioni appaiono forzate e poco aderenti al senso autentico della canzone: “Per sempre sì” si presenta piuttosto come una dichiarazione reciproca, un inno all’amore condiviso e alla scelta libera di appartenersi.
Non vi è, nel testo alcuna reale ombra di patriarcato, ma piuttosto il richiamo a un sentimento universale che supera le categorie ideologiche.
E lo dimostra il fatto che il brano ha saputo conquistare un pubblico vastissimo, ben oltre ogni polemica: milioni di ascoltatori, in Italia e all’estero, vi si sono riconosciuti spontaneamente, lasciandosi coinvolgere dalla sua intensità emotiva.
Il canto dell’amore eterno, semplice eppure profondissimo, ha trovato nuova voce nei mille idiomi del mondo, risuonando in versioni inattese e sorprendenti.
Dall’inglese allo spagnolo, fino a giungere persino al latino, lingua antica e solenne, la canzone si è vestita di nuove forme, senza mai perdere la propria essenza.
In quella veste arcaica, quasi sacrale, le parole sembrano scolpite nel tempo, come se quell’ “eterno sì” appartenesse non solo agli uomini, ma alla storia stessa dell’umanità.
Piera Messinese






