“Seguo la natura senza poterla afferrare;

questo fiume scende, risale,

un giorno verde, poi giallo,

oggi pomeriggio asciutto

e domani sarà un torrente”.

Genio indiscusso dell’Impressionismo, Claude Monet nacque a Parigi il 14 novembre del 1840.

Egli esprime la poesia dell’attimo, della luce sempre mutevole che senza sosta cambia aspetto e colore delle cose.

Questi sono i motivi che lo resero rivoluzionario: creò una pittura “vibrante”, attenta alla luce. Una pittura che stupisce.

Monet trascorre parte della giovinezza a Le Havre, città della Normandia che si affaccia sul Canale della Manica, tra Inghilterra e Francia.

Qui impara ad amare l’ aria aperta, il mare e i paesaggi. Il cielo normanno era spesso volubile e a Monet piaceva osservare i suoi incessanti mutamenti.

Nacque così la sua passione per i fenomeni atmosferici e per la pittura en plein air, cioè all’ aria aperta, fuori da ogni luogo chiuso.

La sua carriera di artista inizia tuttavia disegnando e vendendo caricature, ma la vera svolta avvenne con il trasferimento a Parigi all’età di 19 anni.

Nella Ville lumière, i lampioni illuminavano per tutta la notte le vie, frementi di vita.

E qui Monet inizia a frequentare i caffè degli artisti, in particolare il Caffè Guerbois, che divenne presto il luogo di incontro dei futuri pittori “impressionisti”.

Alla sua prima mostra portò un dipinto col titolo “Impressione, Sole nascente”. L’ opera si discostava dal realismo classico: più che rappresentare il paesaggio realisticamente, egli voleva esprimere la sensazione che il paesaggio evoca agli occhi; con il suo senso di movimento, le variazioni della luce in base alla superfice toccata, le variegate magie del colore, a seconda dell’ istante in cui si osserva.

In sintesi a Monet interessa l’ impressione che un luogo lascia piuttosto che la copia dipinta di un luogo reale. Ciò elimina la plasticità da ciò che si ritrae, rappresentandolo nell’immediatezza del suo apparire alla coscienza.

Attraverso i suoi dipinti egli desiderava trasmettere con immediatezza il senso e le sensazioni che l’osservazione gli procurava: l’acqua, la luce e persino l’aria erano le sue mete più ambite.

Nei sui dipinti si assiste dunque alla sintesi perfetta tra forma e colore: Monet cercava di catturare e raffigurare gli elementi più impercettibili. E, dopo averli colti, fermarli in un istante e immortalarli per l’eternità.

Ma è nell’ultima fase della sua vita che egli sigillò il suo Genio.

Nel 1890, dopo aver viaggiato e dipinto in tutta l’ Europa, Monet si ritira in un’ incantevole cittadina, Giverny, che sarà la sua ultima dimora.

Qui iniziò a dipingere lo stagno del suo giardino. L’acqua con i suoi riflessi di luce e con il suo continuo movimento divenne la protagonista ideale dei suoi dipinti.

Nella “serie delle Ninfee”, Monet usa una tecnica che divenne tipica dell’Impressionismo: quella di scomporre la luce in piccoli tocchi di colori diversi.

Creò 250 versioni diverse di uno stesso stagno di ninfee: per 27 anni scandagliò ogni riflesso di queste piante acquatiche dalle larghe foglie galleggianti e dai fiori grandi.

I contorni dell’acqua e delle ninfee diventano sempre meno riconoscibili, finendo per fondersi con l’ambiente circostante: il mondo delle ninfee si trasforma in un mondo di pura luce e colore.

Monet aveva smesso infine di inseguire la natura. Ora finalmente l’ aveva portata a sé, ricreandola lui stesso nella maniera in cui voleva dipingerla.

Egli aveva il dono di vedere la luce e di percepire più colore di chiunque altro: l’uomo il cui occhio prodigioso incanta il mondo.

 C’è una storia che inizia in un giardino,

è il giardino del pittore Claude Monet”.

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