Calabrese. Avvocato penalista. Cassazionista. Professore a contratto presso SSML PM Loria.

Esperta della procedura penale, in particolare dei mezzi di prova, di ricerca della prova e delle tecniche di esame e controesame. Ha acquisito e sviluppato, attraverso lo studio, capacità di negoziare e mediare per la risoluzione dei conflitti. Particolare cura e attenzione e’ dedicata alla difesa dei minorenni, alle vittime di reati sessuali, ai reati contro la famiglia e stalking.

Ha partecipato all’organizzazione della Prima giornata Nazionale dell’Avvocatura tenutasi a Milano il 19 maggio 2017 che ha visto la partecipazione di oltre 500 Avvocati italiani.

Eletta come delegata dell’Ordine degli Avvocati di Milano al XXXIV Congresso Nazionale Forense (Catania 4-6 ottobre 2018 e Roma 5-6 aprile 2019).

Membro del comitato scientifico di diverse associazioni oltre che della Commissione giovani del COA Milano.

Mediatore professionale presso l’Organismo della Società Umanitaria.

Fondatore e Presidente dell’Associazione Professional Speakers, organizzazione non lucrativa di utilità sociale dedicata alla formazione e divulgazione scientifica ed accademica.

L’Associazione mette al servizio di professionisti, non solo Avvocati e giornalisti, iniziative e percorsi formativi innovativi accreditati dai diversi Ordini professionali spesso in collaborazione con le istituzioni pubbliche.

E’ l’Avv. Maria Furfaro, che ha fatto una riflessione sul caso.

Su un fatto di cronaca e di malagiustizia.

La storia di Aldo Scardella, vittima di “malagiustizia”…

Il 2 luglio 1986 Aldo Scardella, vittima di un clamoroso errore giudiziario, si suicida in carcere.

All’epoca dell’arresto, avvenuto il 29 dicembre 1985, aveva 24 anni e studiava Economia e Commercio a Cagliari.

La sera del 23 dicembre 1985 all’interno dell’esercizio commerciale Bevimarket, supermercato specializzato nella vendita di bibite, venne ucciso il proprietario, Giovanni Battista Pinna.

Durante le operazioni di chiusura della cassa furono esplosi nei suoi confronti diversi colpi di arma da fuoco.

Pare che i rapinatori fossero due o tre e che, coperti da passamontagna, fuggirono proprio in direzione di una strada che poteva portare nella via dove abitava Aldo Scardella.

Indagato poiché uno dei passamontagna utilizzati durante la rapina fu ritrovato in un giardino condominiale nei pressi del palazzo in cui abitava, fu successivamente arrestato.

Ciononostante la perquisizione aveva dato esito negativo. Analogo risultato aveva dato anche la perizia sul passamontagna rinvenuto, che non fu in nessun modo associato all’accusato né la prova del guanto di paraffina. Praticamente non vi erano prove.

Scardella fu interrogato ed arrestato con le seguenti motivazioni: “esistono sufficienti indizi di colpevolezza a carico dell’imputato per poter affermare che Aldo Scardella sia colpevole“.

Dapprima fu rinchiuso nel carcere Buoncammino di Cagliari, successivamente fu trasferito, in regime di isolamento, nel carcere di Oristano.

I parenti per molti giorni, pare dieci, furono tenuti all’oscuro della località nella quale era stato portato e per sette giorni gli fu negato un fondamentale diritto: gli fu impedito di nominare un Avvocato.

Durante il periodo detentivo, sorvegliato 24 ore al giorno, non ebbe mai la possibilità di incontrare il suo difensore, mentre i familiari lo rividero per la prima volta dopo quattro mesi, il 10 aprile 1986, quando fu trasferito nuovamente nel carcere di Cagliari.

In regime d’isolamento non aveva alcuna possibilità di contatto con altri detenuti.

Psicologicamente ridotto allo stremo, Scardella fu trovato morto per impiccagione nella sua cella il 2 luglio 1986, dopo 185 giorni di prigionia. Si era sempre dichiarato innocente e lasciò un biglietto d’addio: “Vi chiedo perdono, se mi trovo in questa situazione lo devo solo a me stesso, ho deciso di farla finita. Perdonatemi per i guai che ho causato. Muoio innocente.“.

I risultati dell’autopsia rivelarono la presenza di metadone nel corpo del deceduto, nonostante le cartelle cliniche del carcere non prescrivessero alcuna terapia per lui. Peraltro, prima dell’arresto non lo aveva mai assunto. Inoltre, nel referto autoptico figuravano dosaggi e quantità di una terapia metadonica inesistente.

La pressione dell’opinione pubblica sull’omicidio di Giovanni Battista Pinna fu decisiva per continuare ad indagare, anche perché la vicenda di Enzo Tortora era avvenuta in concomitanza con i fatti di Cagliari.

Così 10 anni dopo, nel 1996, si giunse alla risoluzione della vicenda grazie alla testimonianza di un collaboratore di giustizia.

Nel 2002 due uomini, facenti parte della “banda di Is Mirrionis”, vennero condannati in via definitiva per l’omicidio di Giovanni Battista Pinna.

Enzo Tortora, vittima anch’egli della “malagiustizia”, si occupò del caso di Scardella e andò a rendere omaggio sulla sua tomba.

In quell’occasione disse: “Capisco profondamente che cosa l’ha spinto a uccidersi. È stata la disperazione, il dolore per un’accusa ingiusta“.

Maria Furfaro

 

L’avvocatessa ha un suo blog dove poter trovare altri casi di cronaca

http://www.avvmariafurfaro.it/blog/

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