L’Opinione

di

Vincenzo Fiore

 Nord, Sud, Centro, periferie: l’eterna incompiuta del dibattito sociale del nostro Paese, il luogo comune della narrazione politica nonostante i segnali di rabbia e di disimpegno dalla res pubblica lanciati in varie occasioni dal corpo elettorale, non ultimo quello del 2018 che ha sancito la netta spaccatura del Paese aggravata ancor di più da una trasversalità di separazione degli stessi territori comunali che hanno visto una diversità di voto  tra gli abitanti delle metropoli e quelli dei comuni di piccole o medie dimensioni. 

Dibattito e segnali che la politica non è stata capace di ridurre a sintesi sfruttando le varie opportunità verificatesi nel corso degli anni, che avrebbero innescato un meccanismo di maggiore equilibrio e avrebbero dato impulso di sviluppo economico-sociale sostenibile all’intero Paese Italia.

Se ne è occupata la musica con il grande grido di dolore e la meravigliosa “Periferia” di Renato Zero

“C’è chi fin là non giunge mai:
è lì che muore il mondo…
E la città oltre non va…
dove anche il cielo è di fango
Figli ce n’è, ce n’è anche qui,
tutti una faccia ed un nome…
Figli dei mai, piccoli eroi,
in guerra per un sorriso!
Periferia, dove vivere è un terno alla lotteria,
dove un miracolo è un pane in più,
un giorno in più che strappi tu!
Periferia, le baracche e più avanti la ferrovia…
là c’ero io, non certo Dio!
Là tutto fa colore, rifiuti e povertà…
Qui non è mai Natale,
la noia qui non ha pietà!
Sporchi stracci senza sorte…
morte dove sei?
Tanto non lasci eredi,
sei figlio della strada ormai.
Un giorno poi ti sveglierà
la strana voglia di andare
dietro quel sole
affinché’ scaldi anche te
e asciughi in fretta il dolore.
Periferia, dove vivere è un terno alla lotteria,
dove un miracolo è un pane in più,
un giorno in più che strappi tu!
Periferia, le baracche e più avanti la ferrovia…
là c’ero io, non certo Dio!
Periferia: è casa mia!…”

e ancora prima Sergio Endrigo con “La Periferia”…

“Io amo la periferia
Da quando ho incontrato te
Mi piace aspettare la sera
Seguendo le strade
Che portan lontano dalla città
Le case in periferia
Risuonan di grida e di canzoni
E mille mille panni colorati
Si muovono al vento

Bandiere di festa solo per noi
Passan le ore ad una ad una
E non mi stanco di aspettarti
Ma se solo ritardi di un minuto
Io non vivo più
Poi quando in periferia
Si accendono le prime luci
Tu vieni e nell’ombra mi baci
Dimentico il mondo
Ritorno bambino
Insieme a te.”

per citarne due.

Se ne è occupato Pasolini con le sue intuizioni sui notevoli cambiamenti che la realtà industriale del dopoguerra stava operando nel tessuto abitativo delle città italiane, con lo sconvolgimento di antichi equilibri tra centro e periferie.

Lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della presentazione del progetto del senatore a vita Renzo Piano “G124 al Giambellino” sulla riqualificazione del quartiere periferico di Milano nello studio n.124 di Palazzo Giustiniani nel novembre 2015 dichiara: «Il tema delle periferie è un tema decisivo perché le periferie sono il luogo dove, nel bene e nel male, si deciderà come sarà il nostro futuro», così come intervenendo alla cerimonia di apertura della 36^ Assemblea annuale dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), dal titolo “Ascoltare. Decidere. Migliorare”, svolta ad Arezzo, aggiunge:

“I Comuni non sono la periferia della Repubblica ma la base della Repubblica. Costituiscono un tratto essenziale della nostra identità nazionale e, posti come sono alle radici dell’ordinamento, lo alimentano in virtù della rappresentatività e della maggiore vicinanza con le concrete comunità di vita. Per questo non può esistere un’efficace strategia pubblica che escluda i Comuni o che li tenga ai margini.

Anche perché una strategia pubblica che escluda i Comuni o li tenga ai margini favorirebbe il diffondersi della prepotenza delle mafie e della criminalità con la creazione di zone franche dove la legge non è osservata dando talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate e di cittadini soli e indifesi.”

Insomma un problema sottolineato e risottolineato ma, purtroppo, nonostante le varie e molteplici sottolineature e i tanti richiami, ancora senza la giusta soluzione perché forse manca un vero ed autentico attivismo sociale atto a generare una coscienza politica e una conseguente azione legislativa che abbatta questi disquilibri una volta per tutte anche con una operazione culturale che disinneschi finalmente la “questione meridionale” che sembra scivolare, purtroppo, sempre più verso “la questione italiana”, che poi è “la questione delle periferie”.

E mi tornano alla memoria a proposito della “nuova questio” delle periferie le parole pronunciate da Giuseppe Di Vittorio nel 1952 durante la seduta inaugurale del Consiglio comunale di Roma:

“E questa altissima funzione di Roma, alla quale tutti noi, in uno spirito di concordia cittadina, ci sforzeremo di adeguare l’azione del nostro Consiglio, non ci farà certamente mancare i problemi concreti della città, e più specialmente della sua periferia, dei quali il popolo romano attende, con legittima impazienza, una rapida e soddisfacente soluzione”.

1952… eppure acqua ne è passata sotto i ponti!

Ma tutto è fermo: anzi il Paese sembra aver accumulato fratture a fratture perché i partiti o i movimenti hanno sempre più perso l’imperativo categorico di pensare ai problemi della gente e si sono sempre più lasciati irretire dal comandamento di soddisfare solo e soltanto i propri appetiti elettorali trasformando prima il Mezzogiorno d’Italia e ora anche le periferie del Nord in passarelle da slogan e addirittura in uno zoo elettorale.

A questi nei della politica si aggiunge, purtroppo, anche il neo dei media che considerano le periferie, senza alcuna analisi sociale ed economica, solo e soltanto costruttrici di violenze e di pericoli, solo e soltanto una brodaglia da emarginare sempre più, perché semplici portatrici di lamentele e di rancori e incapaci di spinte propulsive e di progresso.

E nessuno che si chiede ”Qui non è mai Natale, la noia qui non ha pietà”, se non Renato Zero!!!

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?  

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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