L’importanza della Storia

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Sull’importanza della Storia

Da “Storia intima dell’Umanità” di Theodore Zeldin (Theodore Zeldin, studioso eccentrico dell’Università di Oxford, consigliere del Brains Trust della BBC, è stato inserito dall’«Independent on Sunday» nella lista delle quaranta personalità di oggi le cui idee potranno influenzare il nuovo millennio):

Facciamo delle cose insieme, per scoprire che cosa è difficile e che possiamo sempre trovare un’altra strada”… “Quel che conta è cercare di fare le cose in un modo diverso”…

Io, magari scusandomi nel caso appaia presuntuoso, direi:

A volte quello che conta davvero è cercare di fare le stesse cose ma in un modo diverso”.

In un’epoca in cui Latino, Greco, Storia… hanno perso il loro “appeal” nel nome della tecnologia più spinta, fatta di “viaggi su Marte” e di auto a guida autonoma, di enorme disponibilità di “strumenti facilitatori” che finiscono – in ultimo – per instupidire le “umane capacità”, si fatica a comprendere che, ad esempio, la storia non è solo la testimonianza di ciò che è accaduto e del perché è accaduto ma soprattutto uno strumento per provocare l’immaginazione ed affrontare “meglio” il futuro.

In pratica senza storia come possiamo comprendere qual è il meglio che la vita può offrirci nel nostro mondo attuale, così iniquo, violento, inquinato e corrotto?

E sottolineo che domani, 27 gennaio 2020, ricorre la “Giornata della memoria”…

Cosa possiamo quindi fare come individui, coppie, collettività per immaginare una nuova arte del vivere?

Dobbiamo riscoprire i piaceri smarriti a causa della vita abitudinaria, della pigrizia intellettuale, della mancanza di desideri?

Theodore Zeldin non possiede ricette infallibili, ma nel suo libro “Ventotto domande per affrontare il futuro”, propone un metodo che ha nella curiosità, nel mettersi insieme, nella capacità di aprirsi al dialogo e alle idee, la sua intima ragion d’essere.

Per Zeldin tutta la vita è nelle idee, e l’intelligenza sta nella costante esplorazione dei nostri limiti e delle nostre capacità e nel modo per amplificare le possibilità attraverso l’unione e la sinergia.

La sua indagine è organizzata in una serie di inusuali domande. Eccone alcune a solo titolo di esempio:

«A che scopo lavorare tanto?»

«Esistono modi più divertenti per guadagnarsi da vivere?»

«È sufficiente restare giovani dentro per non invecchiare?»

«Cosa può dire il povero al ricco?»

«Cosa potrebbe dire il ricco al povero?»… ecc

La nostra felicità, le nostre opportunità, risiedono quindi proprio nella capacità di stimolare e scatenare idee nuove e di lavorare insieme per realizzarle.

Tutto questo appare “affascinante e stimolante” se non ci trovassimo di fronte alla “nuova era del qualunquismo tecnologico”.

Qualunquista è colui che mostra un atteggiamento pregiudizialmente e indistintamente polemico e critico nei confronti delle ideologie politiche, delle istituzioni pubbliche ed in generale, verso qualsiasi iniziativa e struttura organizzata perché da un lato deluso, dall’altro convinto “che lui potrebbe fare meglio”.

Ed in questo “l’onnipotenza fasulla” indotta dai social fa la sua bella parte.

Oggi basta avere uno smartphone in mano e postare qualche foto su Instagram, per diventare Leader politici piuttosto che fotomodelle.

Il “Qualunquismo” fu anche un movimento “politico”…

Fondato nel 1944 da G. Giannini, faceva capo al giornale “L’Uomo Qualunque” e catalizzava il malcontento dei ceti medi.

Si ridusse a critiche sterili dei valori della democrazia parlamentare ed ebbe vita brevissima, esaurendosi nell’arco di soli due anni.

Ma ci rimane, appunto, la sua storia. 

Nell’immediato dopoguerra, c’era infatti anche molto del nostro di adesso: la miseria, il senso della sconfitta, l’idea di riscatto e, soprattutto, l’ira.

L’ira dell’ “Italia profonda”, in quella parte di Paese che non aveva partecipato alla “guerra civile”, perché preferiva aspettare per vedere come sarebbe andata, ma che a vicenda conclusa, si sentiva truffata dalla storia, dalle banche, dai partiti, dagli uomini al governo, dal fascismo, dall’antifascismo.

Ed oggi è uguale!

I problemi mai affrontati, o i fenomeni e gli stati d’animo “lisciati dalla parte del pelo” non durano: in epoca di “vacche grasse” va tutto bene in un Paese che vive distribuendo piccoli e grandi privilegi ad personam.

In epoca di “vacche magre” tutto crolla, ognuno con la forza della propria presunta verità, tutti convinti che i guai li hanno combinati sempre gli altri, che non hanno mai beneficiato di alcun vantaggio e che è venuto il tempo di prendere nelle proprie mani il potere.

E così nascono fenomeni da “psicodemocrazia armata di smartphone”, ovvero il passaggio della nostra componente irrazionale dall’inconscio individuale alla politica.

In tanti la chiamano “pancia”.

Spesso critichiamo ferocemente i politici, diciamo che non sono capaci, che non sono efficaci, che non sono adeguati e diamo ragione a chi lo urla più forte.

Ma noi?

«A che scopo lavorare tanto?»

«Esistono modi più divertenti per guadagnarsi da vivere?»

«È sufficiente restare giovani dentro per non invecchiare?»

«Cosa può dire il povero al ricco?»

«Cosa potrebbe dire il ricco al povero?»… ecc

Oggi si vota in Emilia Romagna e in Calabria… “inizia l’era del qualunquismo psicodemocratico italiano” oppure la storia continuerà ad essere “Magistra Vitae”?

E la nostra felicità, le nostre opportunità, risiedono nella capacità di stimolare e scatenare idee nuove e di lavorare seriamente insieme per realizzarle?

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