Sono trascorsi ben trent’anni.

Sembra incredibile, ma l’esordio sul palco del teatro Ariston di Sanremo della coppia vincente ed avvincente “Minghi – Mietta” ha già raggiunto “un’età” considerevole.

 

E riaffiorano parecchi ricordi, reminiscenze che viaggiano sull’onda di un’emozione forte ed irrefrenabile.

Perché le interiorizzazioni che ci investono quando siamo ancora dei bambini fanno fatica ad abbandonarci senza lasciare un segno marcato , incidendo fortemente nel corso di un tempo che fluisce severamente ed in maniera inesorabile.

Ed io, quel celeberrimo “dudu’ dadada”, lo interiorizzai all’età di 7 anni.

Avevo addirittura accantonato quegli enormi vinili di Cristina D’avena che proponevano con leggiadria ed allegrezza le più disparate e gioiose sigle dei famosi cartoni animati.

Canticchiavo quel motivetto ovunque, ed ovunque destavo sistematicamente sensazioni di tenerezza e di stupore.

Stupore, sì!

Perché è talmente desueta l’immagine di una bambina che si accosta alla musica leggera da suscitare meraviglia.

Ma nessuno era a conoscenza del fatto che, in tutta verità , l’intera classe seconda della scuola elementare “Cielo D’Alcamo” fosse costantemente allietata da un delicatissimo coro di vocine bianche che, in quei brevi minuti di ricreazione, si dilettava sulle note di “Vattene amore”.

Presentato al Festival di Sanremo nel 1990, “Vattene amore” è un brano scritto da Amedeo Minghi e da Pasquale Panella.

In quell’occasione riuscì nell’impresa di salire sul podio, conquistando un meritato terzo posto.

Amedeo Minghi interpretò la canzone in un duetto con la cantante Mietta.

Quest’ultima aveva già trionfato a Sanremo l’anno precedente, esordendo nella categoria “nuove proposte.”

“Vattene amore” è un brano romantico che poggia le sue fondamenta su basi classiche ma che si rivela al contempo molto originale e ed incalzante , grazie ad una melodia che coinvolge ed intriga.

In riferimento al contenuto del testo:

appare lampante un ricorrente paradosso che fa leva sulla presenza concomitante di un amore forte e stabile e delle molteplici problematiche  vissute da due persone, legate saldamente da un grande sentimento passionale.

Queste ultime, sovente, pare che risentano fortemente dei troppi viaggi compiuti dal protagonista maschile.

Le frequenti occasioni di spostamento sono dunque vissute come le principali responsabili di un disagio in seno alla coppia.

Viaggio come mancanza.
Viaggio come solitudine ed allontanamento.

Indimenticabile il ritornello, caratterizzato dall’uso di insoliti e bizzarri nomignoli che gli innamorati si affibbiano con naturalezza, intersecandoli spontaneamente e con apparente frivolezza all’interno della loro conversazione tribolata.

Come dimenticare la particolarità di quello sdolcinato «trottolino amoroso? “

Tale espressione fu in più occasioni citata e quasi ridicolarizzata nel contesto di varie trasmissioni televisive, al fine di porre in evidenza un linguaggio eccessivamente stucchevole tra due persone che si amano.

Il timbro vocale di Mietta sovrasta quello di Minghi e non può essere trascurato il fatto che, proprio per tale ragione, la parte di testo interpretata dalla voce femminile è soggetta ad una percezione fuorviante.

Chi ascolta ha infatti la sensazione che Mietta canti “di più” e che il tempo previsto per la sua esibizione sia considerevolmente consistente rispetto a quello stabilito per l’autore del brano.

Del resto, la medesima impressione si ripresenta puntualmente nel Sanremo del 2000, anno in cui Amedeo Minghi si lascia “offuscare” sul palco dell’Ariston da un’intensa e straordinaria Mariella Nava.

In realtà, nel caso specifico di “Vattene amore”, ci troviamo innanzi ad un duetto assolutamente equo ed equilibrato, soprattutto sul piano delle “parti” interpretative.

È inoltre, e non in ultima istanza, una delle canzoni più note in assoluto nel panorama della musica italiana.

Entrò nella top 20 dei singoli più venduti nel 1990, conquistando direttamente il quarto posto.

Ma la cosa più sorprendente è che in una sola settimana schizzo’ in vetta a tutte le classifiche, primeggiando persino su “Uomini soli”, brano dei ” Pooh” , che aveva addirittura vinto Sanremo.

Il singolo fu il secondo più venduto in Italia nel 1990.

Al primo posto si registrò per parecchie settimane la presenza di “Un’estate italiana”.

In origine, Amedeo Minghi  decise che il brano fosse  affidato  a Mina e ad Ornella Vanoni, ma alla fine scelse di destinarlo  a Mietta.

Quest’ultima, infatti, convinse ampiamente il cantautore, in seguito ad un provino eccellente.

Così, Mietta incise una versione da solista  di “Vattene amore”, che in un primo momento venne accolta con entusiasmo per la partecipazione al Festival del 1990.

Solo successivamente fu presa la decisione di affiancare la figura di Minghi a quella della giovane cantante.

Perché “Trottolino amoroso”?

È una formula che si ispira ad un più noto «farfallone amoroso» di Mozart.

Il «gattino annaffiato» che viene più volte tirato in ballo nel testo, si riferisce invece all’animaletto lanciato dalla pubblicità della Barilla, spot molto noto in quel periodo.

Nel 2019 “Vattene amore” varca addirittura le soglie del Senato della Repubblica e l’impeccabile interpretazione di Amedeo Minghi spopola immediatamente sul web.

In fin dei conti il contenuto della canzone, a partire dal titolo, costituisce un po’ l’emblema del “tutto come contrario di tutto.”

“Vattene amore”, come per dire “Non andartene via”. Una sorta di implorazione “al contrario” che scongiura l’abbandono.

Intravedo delle azzardate “analogie emotive” con il brano “Gli uomini non cambiano”, magistralmente interpretato dall’indimenticabile Mia Martini, all’interno del quale vengono poste  in evidenza gravi pecche attribuibili agli uomini, cantate con un’intensita’ così commovente da rimandare alla sensazione di una quasi costante ed involontaria dichiarazione d’amore.

Quello stesso amore che non concede a chicchessia possibilità di immunizzazioni.

“E la pubblicità, sulla strada per me ed io col naso all’insù, la testa ci sbattero’, sempre là, sempre tu”.

E tutti c’abbiamo sbattuto la testa almeno una volta nella vita.

E chissà quante altre volte accadrà…

Maria Cristina Adragna 

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

4 Commenti

  1. Complimenti Cristina leggo sempre i tuoi articoli con piacere e con la loro originalità riescono sempre ad affascinare la mia mente …. Bravissima come sempre! …

  2. Bravissima Cristina, tutto cio’ che hai scritto rispecchia la realtà…….. e tu sei davvero in gamba!

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