Le foglie e i fogli

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Nei giorni scorsi, tornando a casa, percorrevo un lungo viale alberato che, in questo periodo, è pieno di foglie cadute dagli alberi. Procedevo lentamente perché mi piace, in autunno, guardare le foglie cadere, osservare con attenzione il loro delicato volteggio mentre sospinte da un vento leggero si posano dolcemente sul tappeto di foglie già a terra.

Mi fermo a pensare che anche gli alberi si addormentino e una volta spogli tendano i rami nudi e tristi verso il cielo come se rivolgessero una preghiera per riprendere le forze e, in primavera, ritornino le foglie per regalarci in estate la frescura della loro ombra. E’ il ciclo delle stagioni, metafora della vita.

Così pensando mi torna in mente una bella poesia di Umberto Saba, poeta che amo molto

Foglia

Io sono come quella foglia – guarda

sul nudo ramo, che un prodigio ancora

tiene attaccata.

Negami dunque. Non ne sia attristata

la bella età che a un’ansia ti colora,

e per me a slanci infantili si attarda.

Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce.

Morire è nulla; perderti è difficile.

(1942)

Non si sa se Saba abbia scritto questa poesia per un amore che stava per finire o era già finito, ma non è questo che attira i miei pensieri. Ripetendola a memoria mi soffermo sull’ultimo verso, indotta forse dal tam tam di questi giorni sul numero dei morti.

Morire è nulla” – “perderti è difficile”, questi due concetti mi rimangono in mente.

Morire è nulla perché la morte è l’unica cosa che certamente ci appartenga, prima o poi, non sappiamo quando, arriverà.

I filosofi in ogni tempo ne hanno parlato. Tra le regole di vita che Epicuro dava, c’era quella di non temere la morte perché di essa non faremo esperienza. Invitava, piuttosto, i giovani allievi a vivere con pienezza il tempo della vita per avere non tanto un tempo più lungo ma un tempo più dolce.

Poi, Montaigne che considera la morte un fatto naturale che molte volte le persone più semplici affrontano nel modo migliore, non bisogna preoccuparsi di sapere come fare in quei momenti, la morte ci penserà da sé.

La saggezza suggerisce quindi di non temere la morte ma di considerarla come un passaggio obbligato della nostra vita.

Invitano a non temere la morte anche coloro che credono che ci sarà qualcosa ancora oltre la vita. Nella visione cristiana, il senso della morte è aperto alla speranza perché la morte ha un significato positivo. Per il Catechismo della chiesa cattolica, la morte non è altro che la fine di un pellegrinaggio terreno e l’inizio di una vita senza fine che trova il suo vero compimento in Dio.

Gli uomini sentono il bisogno della metafisica per spegnere l’ansia che deriva dal pensiero di un futuro ignoto, di un “dopo” oscuro; questo mette in evidenza la precarietà e la fragilità di ogni esistenza che cerca di aggrapparsi a qualcosa che possa tranquillizzare il cuore.

Morire è nulla, sappiamo che chi muore non sarà più con noi e noi, dopo un po’ di tempo, ci rassegneremo a non poter godere più della sua presenza.

Perderti è difficile”. Il poeta si riferisce ad una donna, la perdita dell’amore è certamente il dolore più grande che si possa provare; vedere la persona amata allontanarsi, essere respinti ci fa capire quanto è difficile perdere e accettare la sconfitta.

In una vita, le perdite sono anche altre e di varia natura; possiamo perdere un’amicizia, un luogo, un lavoro e tanto altro. Le perdite sono difficili da sopportare perché si sa che in un altro luogo si potrebbe trovare ciò che manca ma la ragione, la necessità vietano l’accesso al nostro desiderio. Le perdite che pesano di più sono quelle che riguardano valori immateriali come l’amicizia.

L’amico vero, quello che sa di noi e con cui si parla per ore, che condivide interessi e che si frequenta per una continua, libera scelta, si è simili ma anche diversi, tuttavia c’è qualcosa che unisce fortemente. Aristotele scrive nella sua Ethica: << Quando vogliamo conoscere noi stessi potremo conoscerci guardando nell’amico>>.

 Perdere un vero amico, non per scelta ma per un’imponderabile che si frappone, è difficile, se ne avverte la mancanza, il vuoto, il non senso del nostro esistere senza di lui. Da persone razionali quali siamo, supereremo il momento ma resterà in noi una mancanza dolorosa. Soprattutto quando da giovani ci si allontana dagli amici, la loro lontananza fa crollare i sogni del futuro, dei progetti di condivisione; fa dimenticare le risate, le parole, tante delle cose vissute insieme perché il tempo le porterà via dalla memoria.

Anche perdere un luogo è difficile. In questo caso penso ad un luogo amato lasciato per trasferirsi in un’altra città; altre strade, altre case, suoni diversi e nuovi incontri. E’ difficile dimenticare i luoghi abituali, i punti sicuri di riferimento per ogni cosa, sapere che quella strada è senza uscita e l’altra porta lontano, riconoscere il campanile che svetta e il suono delle campane che annuncia il nuovo giorno.

IL luogo in cui si vive è importante, anche i filosofi sono sempre più convinti che l’uomo sia condizionato dal tempo storico in cui vive ma anche dal luogo in cui si trova. Mi viene in mente il moderato e coraggioso Spinoza che visse nella città di Amsterdam, capitale dell’Olanda proprio mentre questa viveva il suo secolo d’oro. E forse possiamo pensare che i fitti canali e l’atmosfera di Copenaghen alimentassero la malinconia di Kierkegaard e lo portassero a vivere un intenso e disperato amore per la sua Regine.

Anche Saba, autore della poesia che ho ricordato, amava soprattutto un luogo: Trieste, la sua città a cui ha dedicato versi tra i più belli. Ancora il caffè, l’erta discesa, il porto, il molo, il mare, tutti elementi che sono parte del suo essere e della sua poesia. Ho notato questa identificazione anni fa in cui feci un viaggio a Trieste e ritrovai tutto ciò che avevo letto nelle sue poesie. Visitai anche la sua libreria antiquaria, rimasta, credo, come lui la lasciò e dove incontrai un tipo non molto cordiale ma fui felice lo stesso di camminare sulle stesse pietre, di guardare lo stesso mare che tanta felicità gli aveva dato.

Da una foglia gialla sono giunta a questi fogli scritti che ho davanti, alla fine, sono i nostri pensieri che riempiono le giornate tutte uguali, rotte solo dalle notizie della tv. Meglio abbandonarsi ai ricordi piacevoli, alle cose perdute e ritrovate, a quelle solo perdute, agli amici perduti e a quelli ritrovati, ai bei libri letti e a quelli ancora da leggere aspettando il momento in cui torneremo ad altre cose amate che oggi ci mancano.

Gabriella Colistra

Clicca qui di seguito per leggere il mio articolo precedente:

La storia, le storie

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