La terra ha il suo colore e il vento colpa non ne ha …

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Oggi 15 ottobre a Modena si conclude l’edizione 2023 del “Poesia Festival”.

La Poesia … cos’è?

Un qualsiasi vocabolario la definisce così:

L’espressione metaforica di contenuti umani in corrispondenza di peculiari schemi ritmici e stilistici, tradizionalmente contrapposta alla prosa”.

Di solito si pensa alla poesia come l’arte e la tecnica di esprimere in versi, idee, emozioni, fantasie e tutti i sentimenti possibili.

Personalmente non credo.

Personalmente credo che anche un lungo momento senza parole possa essere poesia vera.

Di certo in tanti, noti e meno noti, tentano di esprimere in versi le loro idee, emozioni…ecc… ma a meno che non si tratti di un “quasi ingegnere rivoluzionario della fantasia” come per esempio Dante, con la sua “mastodontica Divina Commedia” oppure tale Ungaretti col suo ermetico  “m’illumino d’immenso”, sono pochi coloro che riescono a comporre versi davvero emozionanti, ovvero in grado di “entrare nell’animo del lettore e accarezzarlo”…e confesso di aver appena detto una cosa della quale non sono completamente convinto.

Credo infatti che in quest’epoca sia la poesia “a non andare di moda” e chi scrive o recita versi – forse – fa pure un poco ridere!

Manca gente capace di ascoltarla, capirla, emozionarsi…gente che va in giro a lanciare bombe, a rapire e magari decapitare bambini, a uccidere un ragazzo musicista a Napoli facendo calare il silenzio sul suono festoso del suo strumento, donne maltrattate e donne seminude su instagram che si espongono in pose ammiccanti…

Un mondo fatto in questo modo come può leggere e scrivere poesie?

Anche le canzoni hanno perso “la melodia”. Sono diventate lunghi sproloqui sempre contro qualcosa o qualcuno.

E in famiglia?

Figli che incapaci di costruire un mondo migliore per se stessi e per gli altri, vomitano cattiverie contro genitori e tutti coloro che offendono le loro presunzioni alla ricerca di “capri espiatori” incolpevoli.

Madri che lasciano un neonato su un seggiolone con un paio di biberon vicino e vanno a far we con l’amante di turno…

Neonati che muoiono di fame fra pianti e morsi a quel seggiolone!

Anche la religione ha perso “il suo sogno ultraterreno”, i suoi aspetti divini, un Dio che non è più onnipotente ma “pare in vacanza”, come quando gli alunni di scatenano appena il maestro esce fuori dalla classe…

Siamo ormai tutti “superpositivisti”… adepti estremi di quel movimento che, nel contesto storico e sociale delle rivoluzioni industriali, ha esaltato il progresso scientifico e la realtà. Solo la scienza è in grado di comprendere e controllare i fatti, il solo metodo di conoscenza possibile.

Il positivismo ha gradualmente demolito la filosofia intesa come forma di ri-conoscenza metafisica mano a mano che si è realizzato “questo progresso fatto di plastica e guerre”… e il colpo di grazia, quello che ha scoperchiato il “vaso di Pandora”, gli smartphone con i loro “velenosi social” capaci di rendere tutti onnipotenti ed onniscienti.

Mi sono allora chiesto quale potrebbe essere il compito di un poeta in tempi catastrofici come questi?

E qual è il compito della filosofia, ed in genere di tutti quelli che Edoardo Bennato definiva “dotti, medici e sapienti” in tempi di catastrofe?

Secondo me ci sono due possibilità.

La prima è quella di rimanere super partes, di porre domande, di interrogare, invitare ad andare oltre le verità apparenti e consolidate, accompagnando accuratamente la paura e l’angoscia di una società, delle persone, ma evitando che la paura e l’angoscia occupino il centro della scena, togliendolo a quello che invece al centro della scena dovrebbe sempre stare, in tempi normali come in tempi di catastrofe: la ricerca oggettiva delle verità, quelle che hanno come punto di riferimento unico il rispetto dell’intera Umanità.

Poi ce n’è un’altra di possibilità, ovvero l’ottimismo di chi dice che in fondo in fondo tutto può essere migliorato ma prima va accettato per quello che è e, solo se possibile, superato provando ad impegnarsi nonostante tutto a delineare nuove prospettive…anche politiche.

E infatti come si può superare qualcosa se prima non lo si accetta?

Forse un “sano mix” delle due? Ma l’ottimismo va di moda, anche in tempi di catastrofe?

Forse e personalmente credo sia utile ma anche non credo che esso sia sempre di aiuto. Quasi mai per “una società che aspiri ad essere civile”.

Comunque mai per quella filosofia che vuole accompagnare una società malata verso una nuova civiltà.

L’ottimismo di chi accetta la catastrofe sembra nascondere a volte un pensiero sommerso, con cui non si vogliono fare bene i conti: quello per cui si cerca di vivere, comunque, nel migliore dei mondi possibili…anche, magari, in un campo di concentramento nazista… alla Benigni modello “La Vita è bella”.

Mi viene in mente Voltaire nel suo “Candido” ed anche “I pensieri” di Giacomo Leopardi, che criticava appunto nella sua Ginestra i filosofi del suo «secol superbo e sciocco», totalmente appiattiti sulla scienza e sulle «magnifiche sorti e progressive» dell’Umanità, tanto da «pargoleggiar gl’ingegni tutti», da trattare cioè gli uomini come bambini, e chiamando progresso quello che è in realtà un dimenticare ciò che la storia ha sempre insegnato: e cioè che né la natura né i sovrani hanno come ultima istanza il bene degli uomini, a meno che non sia, questo, un bene anche per loro.

Non avevamo mai vissuto una pandemia che poi, appena più o meno passata, ha visto e vede guerre e massacri.

I nostri nonni (per chi ha la fortuna di averli ancora) ci dicono che durante la guerra era diverso. A volte si faceva la fame, questo sì, ma si usciva a giocare. Poi, quando arrivavano le bombe, le sirene suonavano, le famiglie andavano nei piani interrati, o nei rifugi. Era diverso.

Di una pandemia nessuno dei viventi ha memoria e finalmente abbiamo capito che siamo, siamo stati e saremo animali fragili e moribondi…uccisi da un microbo!

E tutti a parlare sui social e in TV, o meglio, ognuno dice la sua convinto che sia la cosa migliore da dire urlando come unico metodo per tentare di avere ragione.

Ci fa paura pensare che dovremo vivere diversamente perchè forse non sappiamo vivere diversamente. Ci fa paura, anzi ci angoscia che la storia, tramite la natura, i presunti leader e l’ambiente, ci sia venuta a disturbare e abbia travolto tutto ciò su cui pensavamo di poter fare un qualche affidamento.

Come accade nell’Utopia di More, un’isola separata dal resto del Mondo, o ancora più nella Città del Sole di Campanella, dove ogni azione è costantemente controllata, anche nell’utopia del Mondo perfetto, l’illusione del controllo tecnologico, virtuale ed universale dà agli individui la sensazione di vivere, comunque, nel migliore dei mondi possibili.

Non ci sono dubbi e non ce ne devono essere: «la cosa è evidente e io la sostengo», dice Pangloss a Candido che spazientito gli chiede solo acqua…(Voltaire).

Io invece credo sia SEMPRE il tempo di UNIRSI, di superare l’ottuso protagonismo personale per esercitare quella potenza del pensiero singolo e collettivo che è poi l’unica risorsa che l’animale umano possiede: perché forse in questo tempo  – e ancor più durante una catastrofe – ce n’è sempre troppo poco.

E forse è anche necessario tornare tutti un po’ poeti “a scriver con penna su carta“, perché la notte della ragione può essere ancora lunga.

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

Tutto il Mondo è paese ma…

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