Lavoro e identità sociale: il ‘fare’ ci definisce?

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Lavoro e identità sociale: da bambino ci è capitato di rispondere spesso alla domanda:

” Che cosa vorresti fare da grande?”.

Un quesito cruciale che ci ha accompagnato e spesso ci accompagna anche nel corso della nostra vita, imbattendoci in dubbi, perplessità, interrogativi su cosa davvero siamo “portati” a fare, se il lavoro che facciamo è davvero quello che ci rappresenta o se invece sentiamo di appartenere a qualcosa di sconosciuto ancora o a cui abbiamo erroneamente voltato le spalle anni addietro.
Il senso di “occupare” il nostro tempo in qualcosa di utile e proficuo, che abbia per noi lo scopo primario (o ultimo se vogliamo) di farci ottenere un obiettivo, sembra essere importante per noi esseri umani, un fondamentale anello di congiunzione tra noi e la realtà .

Essere “operosi” ci fa sentire adeguati, inseriti in un contesto sociale appropriato, idonei ad una vita fatta di ritmi frenetici e incasellati tra loro, ingranaggi di un meccanismo umano a cui “dobbiamo” e vogliamo appartenere.
Non è dunque solo una questione economica l’esigenza di lavorare, ma tutt’altro, è sicuramente strettamente connessa all’affermazione della nostra identità.

Lavoro e identità sociale

Facciamo dunque siamo.

Occupiamo un posto che ci spetta, che abbiamo scelto o meno dopo svariate o poche alternative e che è quello che vogliamo o non vogliamo forse fare davvero.
Da bambini desideravamo questo in fondo: una volta divenuti adulti lavorare, essere “quel lavoro”, e questo ci sembrava anche un po’ gran parte del senso della vita. E tanto meglio se si tratta di un lavoro che ci procura una grande e immediata soddisfazione.

In realtà non esiste infatti nessuna scala di valori che può definire un lavoro più soddisfacente di un altro.

Anche pulire casa nostra con dovizia nei particolari, o occuparsi del giardino o anche soltanto svolgere delle mansioni domestiche urgenti può darci la giusta gratificazione di cui abbiamo bisogno.


Il “fare” è ciò che ci necessita e non importa forse realmente se vi sia corrisposto un reale utile economico.

Può semplicemente bastarci la sensazione di aver operato bene, di aver fatto il nostro dovere, di aver vinto la pigrizia e di veder subito il risultato ottenuto.
Einstein diceva che un lavoro che dà molta soddisfazione è spaccare legna, perché il risultato è immediato e non corriamo il rischio di andare incontro a delusioni o mortificazioni personali, nessun grado di insuccesso.

Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che ci fornisce una motivazione ad operare ci può dare un senso di gioia, quella gioia di cui abbiamo bisogno anche per poter tornare poi con serenità al nostro pensare e al nostro ozio, quell’ intervallo di lucidità nel caos della vita“, (Noel Coward).

Sandra Orlando

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Sono Sandra Orlando, mamma di Anna e Andrea, laureata in Lingue e insegnante. Faccio parte dell'Associazione Accademia e collaboro come Editor a SCREPmagazine. Dal 2020 Sono redattrice ed Editor nella redazione della rivista di Cinema Taxidrivers per cui ho ricoperto il ruolo di Programmatrice e Head of editorial Contents . Amo la letteratura, il cinema, la musica ed in genere tutto ciò che di artistico “sa dirmi qualcosa”. Mi incuriosisce l'estro dell'inconsueto e il sorriso genuino dell'umiltà intelligente.  Scrivere fa parte di me. 

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