La matta della porta accanto

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Era il 2007 quando Simone Cristicchi portò in gara, al Festival di Sanremo, un brano che era il risultato di uno studio personale, sui centri di igiene mentale e su ciò che essi hanno lasciato in chi vi ha sostato anche se per un breve periodo.
La storia di Antonio, che è il protagonista del brano, ne è un esempio. La canzone si basa su una lettera, che è stata scritta da un uomo chiuso in manicomio fin da piccolo, solo per l’eccesso di fantasia che aveva e che, gli faceva credere di parlare col diavolo. Vent’anni, questo è il tempo che Antonio ha trascorso nell’istituto, tempo da lui vissuto nell’attesa di Margherita, la donna a cui è destinata la lettera, scritta prima che Antonio si togliesse la vita. Naturalmente la canzone è un pretesto per parlare della condizione in cui hanno vissuto per anni persone con disagi mentali, é una riflessione sul concetto di pazzia. Molto significativa e teatrale fu l’esibizione di Cristicchi a quel Sanremo, una canzone eseguita con un unico elemento coreografico, una sedia sulla quale, nella parte finale, l’artista saliva mimando il gesto di volare, ovvero quello di Antonio che si lancia nel vuoto.

Ed ecco, con una semplice canzone i matti hanno visibilità, credibilità e dignità. Antonio diventa il simbolo di tutti coloro i quali hanno perso dignità e voce, e che ritrova, in questo modo, la capacità di affermare il proprio diritto a stare nel mondo, nelle relazioni affettive, nonostante la privazione della libertà.

https://www.youtube.com/watch?v=x8RiA5ZRKMs

“Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo doloreMi chiamo Antonio e sono matto
Sono nato nel ’54 e vivo qui da quando ero bambino
Credevo di parlare col demonio
Così mi hanno chiuso quarant’anni dentro a un manicomio
Ti scrivo questa lettera perché non so parlare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E mi stupisco se provo ancora un’emozione
Ma la colpa è della mano che non smette di tremare. Io sono come un pianoforte con un tasto rotto.
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cur, ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo doloreI matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio, misurate le distanze
E guardate tra me e voi, chi è più pericoloso?
Dentro ai padiglioni ci amavamo di nascosto
Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro
Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi
Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi
Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare
Eri come un angelo legato ad un termosifone
Nonostante tutto io ti aspetto ancora
E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore
Mi chiamo Antonio e sto sul tetto
Cara Margherita son vent’anni che ti aspetto
I matti siamo noi quando nessuno ci capisce
Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce
Ti lascio questa lettera, adesso devo andare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E ti stupisci che io provi ancora un’emozione?
Sorprenditi di nuovo perché Antonio sa volare..”.

Ma già decenni prima l’argomento fu trattato nelle canzoni. Nel 1971 Don Backy scriveva un brano, intitolato Sognando Fumo.

Canzone che descriveva quasi in maniera poetica, il tema del disagio psichico.

A quei tempi, gli ospedali psichiatrici erano ancora una realtà.

La canzone ricantata poi da Mina, diventerà “Sognando”.

“Me ne sto lì seduto e assente, con un cappello sulla fronte
E cose strane che mi passan per la mente

Avrei una voglia di gridare, ma non capisco a quale scopo
Poi d’improvviso piango un poco e rido quasi fosse un gioco

Se sento voci, non rispondo / Io vivo in uno strano mondo
Dove ci son pochi problemi / Dove la gente non ha schemi

Non ho futuro, né presente, e vivo adesso eternamente
Il mio passato é ormai per me, distante

Ma ho tutto quello che mi serve, nemmeno il mare nel suo scrigno
Ha quelle cose che io sogno, e non capisco perché piango

Non so che cosa sia l’amore / E non conosco il batticuore
Per me la donna rappresenta / Chi mi accudisce e mi sostenta

Ma ogni tanto sento che, gli artigli neri della notte
Mi fanno fare azioni, non esatte

D’un tratto sento quella voce, e qui incomincia la mia croce
Vorrei scordare e ricordare, la mente mia sta per scoppiare

E spacco tutto quel che trovo / Ed a finirla poi ci provo
Tanto per me non c’è speranza / Di uscire mai da questa stanza

Sopra un lettino cigolante, in questo posto allucinante
Io cerco spesso di volare, nel cielo

Non so che male posso fare, se cerco solo di volare
Io non capisco i miei guardiani, perché mi legano le mani

E a tutti i costi voglion che / Indossi un camice per me
Le braccia indietro forte spingo / E a questo punto sempre piango

Mio Dio che grande confusione, e che magnifica visione
Un’ombra chiara mi attraversa, la mente

Le mani forte adesso mordo e per un attimo ricordo
Che un tempo forse non lontano, qualcuno mi diceva: ‘t’amo’

In un addio svanì la voce / Scese nell’animo una pace
Ed è così che da quel dì / Io son seduto e fermo qui”…

I matti, gli alienati, venivano tenuti lontani dalla collettività.

Strutture orribili, con fili spinati all’esterno, con le cinghie di cuoio, le camicie di forza, spesso con carcerieri sadici, cattivi, le botte e l’acqua gelata buttata addosso.

C’erano le celle con esalazioni maleodoranti, fetide, e poi quelle più brutte, di isolamento.

I guardiani venivano scelti in base alle doti fisiche piuttosto che intellettive e i malati erano per tutti delle cose, non persone.

Cose da lavare e vestire, legare e punire con botte.

Ma ci fu una una rivoluzione culturale che esplose nel maggio 1978, culminando nell’approvazione della Legge Basaglia che, disponendo la chiusura dei manicomi, segnò una svolta nel mondo dell’assistenza ai pazienti psichiatrici.

La follia è una condizione umana. Ed è presente come lo è la ragione.

Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.

La canzone è straziante, commovente, è da inserire tra i momenti più alti della canzone d’autore italiana.

Fu anche grazie a Mina che arrivò al grande pubblico e poi si sono avute molte cover, alcune di notevole forza espressiva.

Ma anche alcuni poeti hanno scritto della follia.

Poesia e Follia è sempre stato un binomio nella vita della grande Alda Merini che ebbe una vita molto difficile.

Nelle sue opere ha cantato l’amore, ma non dimenticò mai l’esperienza del manicomio.
Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.

Per lei, per Alda Merini il manicomio è stato “il grande poema di amore e di morte” e le sue parole e le sue liriche testimoniano la volontà di non demonizzare gli ospedali psichiatrici, anzi renderli luoghi della Poesia.

Il manicomio e la follia, erano i motivi principali dei suoi elaborati poetici.

Sono davvero tanti i momenti in cui la Merini parla della sua solitudine nel silenzio del manicomio.

Era, come soleva affermare, un silenzio grave, spezzato solo dalle grida fortissime, di chi era legato al proprio letto con fascette a polsi e caviglie. Lei che era così uguale eppure diversa dalle altre malate, fragilissima e distante dal mondo.

Alda, una ragazza ribelle prima, grande scrittrice ma sempre ribelle poi, sempre in fuga da una realtà diventata troppo pesante da vivere. Lei che ancora troppo giovane fa i conti con le esigenze di un mondo che non le appartiene o meglio mai appartenuto.

È matta, è quello che mormorava la gente.

Ma lei è una mente libera, incapace di essere ciò che a una donna si imponeva.

Quello che il mondo voleva dalle donne, e che tuttora vuole è una brava madre, una moglie amorevole, una casalinga perfetta e donna elegante, e niente di più.

Alda davanti ad una società troppo esigente, lei, la grande poetessa dei Navigli, non smette di scrivere tutto ciò che non può dire.

Ma nel 1960, per un litigio di troppo o un piatto scagliato contro il marito, significava l’internamento in manicomio.

Bastava una parola di un papà o di un marito, per finire in manicomio. È stato così anche per lei.

La Terra Santa

“Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti…”

Il suo era un disturbo bipolare, o schizofrenia, oppure un grande genio unito alla poesia.

Alda Merini ha fatto i conti per anni con il manicomio.

Dentro e fuori dal manicomio, non smise di scrivere poesie.
Lei, che era” la pazza della porta accanto”, trascorre anni di sofferenze e di follia chiusa tra quattro mura.

Angela Amendola

Clicca il link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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