In questo assolato pomeriggio di metà aprile, denso di malinconia e trepidante ancor più del mio animo concitato, decido di non rimanere a bivaccare ad oltranza per un’apatica Roma dormiente.

Mi sono spinto fino a Sirmione, animato dal solo desiderio di concedermi delle interminabili e salutari giornate di riposo.

Ne avverto il bisogno, sento il cuore soggiogato.

Credevo che scrivere dei carmi appassionati costituisse, al tempo medesimo, la cura e la risoluzione per qualsiasi male: in verità, giammai, nessun’altra convinzione si rivelò tanto errata.

Le parole straripano dagli argini della mente, al pari di un incontenibile e facinoroso fiume in piena, preda della tirannia di una pioggia battente e dell’indomabile vento che imperversa con inclemenza, senza sosta né compassione di sorta.

Tutto mi riconduce a lei, al profumo della sua carne che si insinua dentro le narici, all’intreccio di saldi abbracci e ai nostri momenti culminanti, alla docilità degli sguardi che si intersecano con il disprezzo, all’amore e al disamore eternamente compresenti, alle sue infinite, dissennate ed incomprensibili contraddizioni.

Clodia, mio danno ed ossigeno, che tu sia maledetta!

Ed io che, scioccamente, continuo a chiamarla “Lesbia“, memore di quell’isola lontana che ospitò benevolmente una creatura molto gentile.

Ma lei non ha nulla a che spartire con l’amabile Saffo

Sì, è vero, non è contestabile la sua evidentissima avvenenza, men che mai la leggiadria delle movenze da elegante gazzella.

Ma il linguaggio della sua anima, semmai ne abbia una, miete vittime ad ogni angolo.

Quello non lo hai mai volutamente edulcorato né corretto, ricorrendo di rado alla gradita gentilezza dei migliori degli intenti.

Dovrei non scrivere più nulla, così da tentare di dimenticarmi del suo volto da mantide religiosa e da navigata ammaliatrice, ma tradirei con impudenza la mia natura di poeta.

Dovrei disincarnare l’ossessione delirante e l’irragionevole dipendenza che m’attanagliano di frequente, così prepotentemente radicate nel labirinto contorto della mia interiorità più oscura e tormentata.

E invece mi perdo in mezzo agli alberi che circondano la mia casa paterna di Sirmione e mi soffermo a pensare, di già, a che cos’altro potrei dedicarle.

Non troppo tempo fa mi intrattenni in una conversazione con un’auriga che mi accompagnò fuori porta.

Questi mi domandò come mai avessi un’espressione che trasudasse irrequietezza ed afflizione.

Decisi di fornire dei chiarimenti senz’altro sommari, poiché ho un’indole schiva ed oltremodo riservata.

Ma ciò che egli colse dal mio sguardo assorto, senza che sapesse nulla in merito a chi fossi né inerentemente ai miei vissuti più intimi, mi invogliò a riflettere sull’evidente verità che trasmetto con i miei occhi.

Perbacco, sei così triste, Catullo Pensai tra me e me.

Eppure sono così giovane, tanto che dovrei tendere con costanza ad un’ambita felicità.

Che gli dei mi perdonino, ma non so condurre un’esistenza differente.

Non so per quanto tempo mi intratterò a Sirmione, magari giusto il necessario per disintossicarmi dall’amarezza.

Quel che so invece con certezza è sicuramente che, una volta ritornato a Roma, cercherò immancabilmente Lesbia, come quando cerco disperatamente di attingere ad una fonte, vinto dalla sete.

Forse m’accoglierà con irresistibile accondiscendenza, tacendo astutamente sulle infedeltà che l’hanno interessata mentre ero assente. Annegheremo dentro un talamo di effusioni, mentirà di fronte al sentimento traballante e persino al mio cospetto, gioirò per la sua esistenza, per la rinnovata e riconcessa presenza. Mi pentirò, dopo un solo attimo, di amarla più della mia vita stessa, per poi ritornare a desiderarla immediatamente e con ardore, al pari di un mendicante che elemosina il sesterzio, con umiltà e grande spirito di sottomissione.

Sto pensando che ho trent’anni: quanto mi resta da vivere ancora? 

Intanto il sole sta tramontando sulle cristalline e chete acque di questo lago che rasserena il mio pensiero ed io, a dispetto di quanto mi fossi ripromesso, ho scritto di nuovo pensando a lei:”

” Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Cristina Adragna 

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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