Giacomo Matteotti, l’idea che non muore

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Martedì, 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti esce dalla propria casa di Roma, via Pisanelli 40, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, e non vi fa più ritorno!

Sono da poco passate le quattro di un afoso pomeriggio estivo romano ed ecco che, a poca distanza dalla sua abitazione, una squadra fascista capitanata da Amerigo Dumini e appartenente alla Ceka del Viminale, una organizzazione segreta nata per colpire gli oppositori del regime e responsabile di molte operazioni extralegali, lo preleva con la forza, lo carica su un’auto, nonostante la sua strenua resistenza, lo picchia e lo accoltella fino alla morte.

E così quel discorso atteso con grande aspettativa sia dall’opposizione che dalla stessa maggioranza per l’11 giugno alla Camera e che si preannuncia ancora più duro di quello del 30 maggio in cui Matteotti denunciava apertamente le intimidazioni, le violenze e i brogli elettorali del governo fascista, non viene più pronunciato.

Cosa avrebbe detto?

Giacomo Matteotti, l’eroe solitario, il martire laico della democrazia, l’uomo che, con il suo riformismo, era l’ultimo ostacolo contro l’instaurazione del regime di Benito Mussolini, avrebbe rivelato, dopo essersi recato più volte all’estero per approfondire alcuni scottanti dossier, gravi casi di corruzione di cui si erano resi responsabili Mussolini e alcuni gerarchi del partito, come l’incasso di alcune tangenti necessarie per finanziare il partito fascista a seguito della concessione del monopolio dello sfruttamento del sottosuolo italiano alla compagnia petrolifera Sinclair Oil.

Il disprezzo per quel “delitto” fa vacillare il regime fascista e costringe Mussolini a una poco credibile presa di distanza che il 3 gennaio 1925 si tramuta nella piena responsabilità politica di quanto avvenuto sul lungotevere Arnaldo da Brescia e nello sventolio del vessillo della svolta autoritaria destinata a fare del fascismo una dittatura lunga e rovinosa per l’Italia.

Il cadavere di Giacomo Matteotti viene ritrovato due mesi dopo l’assassinio, il 16 agosto 1924, a pochi chilometri dalla Capitale, nella macchia della Quartarella, in una buca, piegato in due e coperto di foglie e terriccio.

 

Matteotti, nato a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, il 22 maggio 1885, abbraccia sin da subito gli ideali socialisti, considera il lavoro il termine di confronto a cui rapportare ogni azione politica, pone con fermezza la questione della centralità dell’uomo, esalta la sua partecipazione nei processi produttivi e nella gestione dei servizi, mette al centro della sua attenzione politica gli interessi delle classi più deboli e si batte sempre per esse.

Nonostante questo suo impegno e questo suo credo viene bollato da liberali e cattolici come «socialista impellicciato», deriso da Gramsci come «pellegrino del nulla», apostrofato da Togliatti come un «socialtraditore», considerato ancora oggi “figura scomoda, fastidiosa, o forse e meglio, figura che turba ancora le coscienze”.

Matteotti, però, era ed è ben molto altro.

Era un uomo, era un politico, come giustamente afferma Maurizio Degl’Innocenti, refrattario alla demagogia populistica e al formulismo ideologico, e insofferente verso l’improvvisazione con l’innata concezione della politica intesa come  partecipazione, tecnica e competenza.

Matteotti accentua questo suo modo di intendere la politica con la elezione a parlamentare nel 1919 nel collegio di Ferrara  e la rielezione nel 1921 e nel 1924.

Per il suo carattere battagliero e intransigente i suoi compagni di partito gli affibbiano il soprannome di “Tempesta“, soprannome che lo accompagna ancor di più una volta eletto segretario del Partito Socialista Unitario dopo la scissione comunista di Livorno del 1922 e l’appiattimento del partito socialista di Giacinto Menotti Serrati agli standard ideologici moscoviti.

Un politico che fa nascere in ognuno di noi il sentimento della nostalgia per la passione, la forza delle idee, la fede e il coraggio di uno che ha combattuto per il socialismo, la libertà e la dignità umana, frutto anche del suo  carattere meticoloso e l’abitudine allo studio, visto il tempo che passava nella Biblioteca della Camera a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva dati e informazioni per lottare con la parola e con la penna e per le sue circostanziate denunce.

Ecco perché il ricordo e la commemorazione di Matteotti nella ricorrenza del centenario del suo barbaro assassinio costituiscono elementi fondanti per ricostruire con le ragioni della storia cosa è stato il regime fascista.

E in questo ha assolutamente ragione lo storico Lucio Villari quando afferma che “il sacrificio di Matteotti è stato il sacrificio di un uomo che all’inizio ha lottato contro il fascismo, ma che è stato uno dei pochi ad aver capito subito cosa fosse il fascismo, chi fosse Benito Mussolini, il suo gruppo e quelli che avevano organizzato il colpo di stato”.

“E questa comprensione – incalza ancora Villari –  doveva necessariamente portare  all’eliminazione di Matteotti perché a Mussolini non piaceva assolutamente chi aveva capito il fascismo e di che stoffa culturale e ideologica fosse questo movimento di pura violenza e di dura aberrazione politica”.

Ma c’è dell’altro…

Mussolini temeva personalmente la dialettica di Matteotti, la sua capacità di parlare con estrema lucidità, lo odiava per il suo saper ragionare sul “fascismo” perché costituiva un  pericolo costante e sempre in agguato per esporre la verità delle cose e la conoscenza precisa della realtà, grandi ed essenziali  punti di forza dell’azione politica di Matteotti che dovrebbero essere la spinta ideale di ogni politico.

Ecco perché la commemorazione del centenario dell’omicidio del nostro eroe deve essere la giusta occasione per la ripartenza della politica italiana, per aprire un grande dibattito sul destino politico dell’Italia, sulla necessità che la politica non dimentichi mai il valore del lavoro e la sua centralità nella società, per restituire soprattutto alle nuove generazioni il valore di uno dei padri della nostra democrazia e far conoscere un politico e un intellettuale di notevole valore e una delle più importanti testimonianze di coraggio e rispetto delle istituzioni della nostra storia.

E, mentre scrivo queste riflessioni, mi tornano alla memoria le forti emozioni che provai il 4 marzo 2022 quando, in quel di Roma, mi ritrovai a tu per tu con Laura Matteotti, figlia di Matteo e nipote di Giacomo, emozioni che ho riprovato nel telefonarle per farmi avere qualche riflessione sull’attualità di suo nonno.

Fiore – Buongiorno, Laura… come stai?

Laura Matteotti – Abbastanza bene, grazie.

Fiore – A che età hai appreso di essere la nipote di Giacomo e da chi?

Laura Matteotti – Al funerale di mio padre Matteo nel 2000.

Fiore – Nell’apprendere di essere la nipote di Giacomo quali sono state le tue emozioni o reazioni?

Laura Matteotti – All’inizio nessuna emozione, poi lentamente ho cominciato a realizzarne l’importanza e a comprendere anche il peso che tutta  la mia famiglia si portava dietro.

Fiore – Tuo papà Matteo, che ho avuto il piacere di conoscere, come ne parlava in famiglia?

Laura Matteotti – Non ne parlava mai.

Fiore – Secondo te perché tuo nonno fa ancora paura?

Laura Matteotti –Sì! Perché un uomo capace di ribellarsi ai soprusi, anche per gli altri.

Fiore – Cosa pensi di quanto affermato il 25 aprile dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni?

«Oggi siamo qui a commemorare un uomo libero e coraggioso ucciso da squadristi fascisti per le sue idee. Onorare il suo ricordo è fondamentale per ricordarci ogni giorno a distanza di 100 anni da quel discorso il valore della libertà di parola e di pensiero contro chi vorrebbe arrogarsi il diritto di stabilire cosa è consentito dire e pensare e cosa no».

«La lezione di Matteotti ci ricorda che la nostra democrazia è tale se si fonda sul rispetto dell’altro, sul confronto, sulla libertà, e non sulla violenza, la sopraffazione, l’intolleranza e l’odio per l’avversario politico. Il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti ha pronunciato nell’Aula della Camera il suo ultimo discorso, che gli sarebbe poi costato la vita. In quel discorso, Matteotti difese la libertà politica, incarnata nella rappresentanza parlamentare e in libere elezioni».

Laura Matteotti – Belle parole che parlano del suo valore storico, ma non dei suoi assassini.

Fiore – Quanto incideranno le commemorazioni e i libri pubblicati e in pubblicazione sulle nuove generazioni?

Laura Matteotti – Dipende dalla capacità di divulgazione…

Fiore – Grazie, cara Laura, e a presto…

Laura Matteotti – Grazie a te e a presto…

 

 

Vincenzo Fiore

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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