La maestra

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Voglio raccontare una bella storia, un dolce ricordo che mi porto nel cuore. 

Prima parte

Avevo quasi sei anni quando da Vercelli, i miei genitori decisero di ritornare nella città d’origine. Lasciai l’asilo che frequentavo e tutte le mie amichette, anche se il cambiamento per me, non fu affatto traumatico anzi, visto che andammo a vivere in una casa circondata da giardini e campi, ebbi la possibilità di trascorrere molto tempo all’aperto e farmi nuovi amici. Sono nata a gennaio e per poter accedere alla scuola pubblica, dovetti aspettare un intero anno.

Un giorno papà, rientrando a casa, col volto più sorridente e soddisfatto del solito, comunicò a mia madre di avermi iscritta alla prima elementare. Io li guardavo e tacevo. In realtà non ero proprio una bambina chiacchierona piuttosto, preferivo ascoltare e poi, elaborare. La scuola, nel 1968, apriva i battenti il 1 ottobre e, i piccoli, entravano in classe alle 9.00 di mattina. Mia madre acquistò il grembiule, il colletto bianco e il fiocco. Poi fu il turno della cartella, di due quaderni e una penna. Nel frattempo mi spiegava come avrei dovuto comportarmi con la maestra della quale, già immaginavo le fattezze fisiche. Aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri, alta, magra, ben vestita e dolce come il miele.

Il 1 ottobre uscii di casa, con la mano stretta a quella di mio padre, e nell’altra, la mia cartella nuova. Arrivati a scuola, ricordo che il cortile era pieno di persone adulte e di bambini, mentre il direttore chiamava l’appello. Era tutto nuovo per me, mi sentivo quasi risucchiata in un vortice di facce sconosciute. Mi sosteneva il pensiero della mia maestra alta bionda e bellissima. Non ricordo di aver sentito pronunciare il mio nome ma ricordo papà che sospingendomi dolcemente, mi portò in un’aula luminosa, dove c’erano tante bambine già sedute, in silenzio.

La maestra era in piedi davanti alla cattedra. Si girò a guardarmi e, non potete capire la delusione: non era come l’avevo immaginata, non era affatto la fotocopia di Barbie (della quale ancora non conoscevo l’esistenza), la realtà era ben diversa! Era anziana, con gli occhi resi piccoli dagli occhiali spessi un dito, piccola di statura e la pettinatura anni ’50. Avrei voluto scappare mentre mio padre, educatamente salutava e spariva nel lungo corridoio. Avrei voluto chiedergli di non lasciarmi lì, che non ci volevo stare con una maestra che non era bionda ma, mordendomi la lingua, con l’orgoglio schiacciato dalle mie scarpe nuove, presi posto nel primo banco libero.

Mi guardavo intorno nel disperato tentativo di trovare sostegno nelle mie nuove compagne, ma nessuna colse il mio grido di dolore silenzioso. La porta si chiuse e la maestra iniziò a leggere i nostri nomi, scritti a mano su di un grande quaderno, per essere certa che fossimo tutte in classe. Eravamo tutte femminucce, tutte credo, un po’ spaesate. Per noi, iniziava un primo passo verso la vita, senza la presenza rassicurante della mamma. Dopo averci un pochino conosciute, dopo aver parlato con noi, ad una ad una (eravamo in 31 o 32, non ricordo con precisione), con dolcezza iniziò la sua prima lezione. Era davvero brava e molto esperta. Lasciando la cattedra, si avvicinò alla lavagna e ci parlò della prima vocale: la i! Per essere una vera i, aveva bisogno del cappellino per non ammalarsi, il puntino!

Ascoltando con attenzione, la mia delusione iniziale sparì e dimenticai che non era alta, bella e bionda ma era la mia maestra! Quella piccola grande maestra che è rimasta nel mio cuore e ancora oggi, la ricordo con commozione ed affetto.

Il secondo giorno di scuola, mi presentai in classe da sola e negli anni a venire, fu sempre così. Quasi tutti i bambini andavamo a scuola a piedi e da soli, quelli accompagnati erano davvero pochi. L’abbigliamento era uguale per tutti, come detto sopra: grembiule blu, colletto bianco, fiocco bianco a pois blu per le femminucce e azzurro per i maschietti. Ogni giorno, tornavo a casa sempre più contenta perché avevo imparato qualcosa di nuovo.

A casa cercavo di mettere in pratica le nozioni acquisite e iniziavo a mettere insieme le vocali con le consonanti e magicamente, si materializzavano le parole. Avevo capito che la lettura era la mia passione. Eppure una volta, presi uno schiaffo! Col mio silenzio, ero davvero brava a far perdere la pazienza anche ai santi. La signora Tucci mi chiamò alla cattedra e con il libro davanti mi indicò un segno: “Dimmi, cos’è questa?” ed io: “Una emme”. “Brava, dimmi, questa accanto?”  “Una A”, “Bravissima, e vediamo un po’, insieme cosa diventano?” Silenzio!

Dopo non so quante richieste con la stessa domanda e lo stesso silenzio come risposta, perse la pazienza e la sua mano si posò sul mio viso. Umiliata me ne tornai a posto.

In realtà, io conoscevo perfettamente la risposta ma ero insicura, temevo di sbagliare e allora, preferii tacere. Dopo lo schiaffo, siccome era una persona corretta, fece chiamare mia madre, a cui non avevo raccontato niente per non prendere il resto, e le raccontò dello schiaffo. La risposta di mia madre quale fu? “Signora maestra, avete fatto bene. Se li merita, non avete neanche bisogno di chiamarmi!” Guardai mia madre e sapendo che parlava sul serio, inghiottii a vuoto ma da quel momento, fui inarrestabile.

Quando mia madre uscì dall’aula, la maestra mi richiamò alla cattedra, non potevo certo correre rischi e quindi mi assunsi la responsabilità di commettere un errore. Mi fece le stesse domande di qualche giorno prima e quando mi chiese come si pronunciassero la M e la A insieme, risposi con un bel: MA!

Il sorriso della signora Tucci mi aprì il cuore. Da quel momento divenne l’unica maestra che avrei mai voluto!

-segue-

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