Domani, 2 giugno, sarà la festa della Repubblica italiana.

I più giovani, probabilmente non sentono il valore di questa ricorrenza perché sono nati e cresciuti in un sistema di governo repubblicano.

Coloro che, e sono sempre meno per motivi anagrafici, vivevano in quei giorni, ricorderanno l’entusiasmo e le paure che avevano accompagnato l’anno intercorso tra la fine della guerra (maggio 1945) e il referendum (2- 3 giugno 1946) che sancì la vittoria della Repubblica e la sconfitta della Monarchia.

Fino al 1946, infatti, l’Italia era stata una monarchia. Il voto a favore della Repubblica fu la giusta condanna per il Re Vittorio Emanuele III, responsabile di aver fatto prevalere il regime fascista prima ed aver accettato un guerra disastrosa poi. Per la verità, il Re Vittorio Emanuele III aveva abdicato a favore del figlio Umberto II che sembrava meno compromesso con il fascismo e con la guerra ma questo non bastò a convincere gli italiani che certamente non avevano dimenticato la dittatura fascista e la seconda Guerra Mondiale.

Gli italiani chiamati al referendum così votarono: 12.717.923 Repubblica, 10.719.284  Monarchia, 1.498.136 furono le schede bianche o nulle. In quella occasione si votarono anche i componenti l’Assemblea Costituente che avrebbe scritto una nuova Costituzione. Il risultato del voto mostrò che la Repubblica aveva vinto al Nord mentre la Monarchia aveva vinto al Sud.

Si delineavano già allora quelle che sarebbero state le attuali “due Italie”? Uso le parole di chi vede giornalmente un Nord che si allontana, e che vuole allontanarsi, chiedendo una maggiore autonomia dal governo centrale, richiesta che è stata accolta e sostenuta da destra e da buona parte della sinistra.

Tutto ciò mentre il Sud retrocede, per i suoi difetti che definirei congeniti e per una politica che lo ha spogliato e gli ha sottratto fondi a favore del Nord, come dimostrano recenti inchieste giornalistiche e studi su questo tema. Dal Sud si parte, se ne va la parte migliore di noi, i nostri giovani che portano la loro cultura e la loro intelligenza a servizio di un Nord che non ci ha dato nulla e che un tempo non affittava le case ai meridionali che, tra l’altro, venivano accusati di sottrargli posti di lavoro.

Tornando al referendum del 1946, votarono per la prima volta le donne. Le donne partecipavano al voto consapevoli di aver acquistato un importante diritto, non so se le donne sorridenti in fila immaginavano come sarebbe stato difficile ottenere il riconoscimento di altri importanti diritti che sono stati loro negati in secoli di discriminazione e di emarginazione.

Che le donne siano state discriminate è un dato storico; da dove sia nata questa discriminazione è oggetto di dibattito tra gli studiosi, ci sono quelli che si rifanno alla mitologia e si basano sulla possibilità di generare della donna, cosa impossibile per l’uomo nel quale nasce la paura di fronte alla capacità della donna e pensando che il potere di dare la vita si accompagni a quello di dare la morte, la uccide. Altri, come i filosofi, la Chiesa perpetuarono nel tempo la tesi dell’inferiorità della donna, tesi che durò fino alla rivoluzione francese, ma è solo nel secolo scorso che la donna ha conquistato diritti civili e politici, un diritto conquistato non è detto che venga garantito e applicato per sempre, non bisognerebbe, mai abbassare la guardia.

Le donne, in ogni epoca, hanno dovuto lottare per ottenere e difendere i diritti acquisiti. Saranno capaci di farlo le giovani donne oggi, come fecero quelle della mia generazione tanti anni fa?

Ci penso spesso ed ho qualche dubbio perché penso che noi abbiamo vissuto esperienze che le ragazze di oggi non vivono e in molte loro scelte vedo un ritorno a valori tradizionali che un certo modo di pensare instilla loro.

Credo di aver vissuto gli anni migliori della storia d’Italia, quell’Italia repubblicana in cui ognuno poteva guardare con fiducia e speranza ad un futuro in cui si affacciava il miracolo economico, si otteneva il riconoscimento dei diritti umani, si guadagnava libertà in tanti campi del vivere; ma c’era una serietà ed una pensosità di fondo che si era costruita negli anni precedenti.

I miei genitori e i miei nonni, come tanti altri genitori e nonni d’Italia, raccontavano favole di re, regine, animali parlanti ed eventi prodigiosi che riscaldavano il cuore e facevano fare bei sogni nella notte. In altri momenti, raccontavano di vita, la loro vita nella guerra e nelle ristrettezze di tempi.

Mio nonno materno che non era italiano ed aveva combattuto, nella I Guerra Mondiale, nell’esercito austro – ungarico contro gli italiani, si trovò catapultato, grazie al fascismo, in un paesino della Calabria dove, dopo iniziali difficoltà, si trovò benissimo e vi rimase anche dopo la caduta del fascismo e la nascita della repubblica. Ero piccola quando morì, ricordo solo una sua favola e che lo amavo, e solo quando iniziai a studiare storia e a diventare grande capii molte cose e capii che molte volte le cose non sono come sembrano.

Al contrario mio padre, nato nell’assolata Calabria, giovanissimo si trovò in guerra, nella seconda Guerra Mondiale, tra gli alpini, al Nord. Mi ha raccontato tante volte del freddo che aveva sofferto tra le montagne, della solitudine, dell’angoscia provata quando gli comunicarono che era stato scelto per la campagna di Russia, della felicità provata quando, nella visita medica preliminare, gli scoprirono una cardiopatia che lo rendeva non idoneo alla vita militare. Tornò a casa, al Sud, percorrendo a piedi gli ultimi chilometri di strada, di notte, seguendo, così mi ha raccontato, il corso di un fiume che arrivava fino al suo paese. Tornato a casa, ha ripreso gli studi interrotti, si è laureato, si è sposato, ha avuto figli, nipoti; spero che sia stato felice fino a quando la malattia, scoperta durante la guerra, ha vinto.

Le storie ascoltate mi affascinavano, mi facevano capire che il male può avere in sé qualcosa di buono. Da questi racconti è nata la mia avversione per la guerra, per tutte le guerre, per il fascismo, da qui è nata la voglia di lottare per le cose in cui credo, l’amore per la libertà.

Questi racconti mi hanno fatto capire che la vita non è solo il bello di oggi ma anche il brutto e la fatica di ieri, che le cose semplici di oggi sono costate difficoltà e sacrifici ieri.

Guerre, sofferenze, rinunce, nostalgie vissute attraverso le storie di persone amate, conoscere la storia d’Italia e trovare nelle sue pieghe il passato dei miei cari mi fa sentire parte di questa nazione che non ho mai pensato di lasciare, mi fa apprezzare la Repubblica in cui vivo, capace di voltare pagina, di costruire futuro, di essere un coacervo di bellezze naturali e artificiali.

Viva il 2 giugno, festa della Repubblica italiana!

Gabriella Colistra

2 Commenti

  1. OTTIMO, pregiatissima Gabriella, sia l’inquadramento storico sia l’afflato personale che vi traspare.
    Se permette, desidero aggiungere (Mc 12, 13-17): Alcuni farisei ed erodiani:
    “Maestro (…): E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?”
    “(…): Portatemi un denaro: voglio vederlo”.
    “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”;
    “Di Cesare”:
    ” Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e (valore avversativo=ma) quello che è di Dio, a Dio”.
    Se un “imperatore” è garante di Diritto può esigere obbedienza. Quando il “cesare” (sic/con la minuscola) si erige in Dio, si eccede nei suoi limiti, ubbidirgli equivarrebbe a negare Dio.
    Se si tengono in rapporto logico queste correlazioni, si ha un concetto di Stato “relativo”: se garantisce pace e Diritto, si ha una specie di ordinamento creaturale.
    L’indispensabilità d’uno Stato promana dall’essenza dell’uomo quale “animale sociale e politico”: ha il suo spazio, ma è subordinato (v. giusnaturalismo) a quello che è ad esso superiore: Dio!
    Anch’io, che ho 75 anni, son nato quando non c’era ancora la Repubblica, ed al Sud d’Italia; benché era avvenuto lo sbarco degli Anglo Americani; non parliamo dello sfacelo monarchico dopo gli accordi di Cassabile!
    Oggi sono fiero di sentire il nostro Capo di Stato affermare ad alta voce ch’è orgoglioso d’essere Italiano, ed io con Lui.

    NO al fascismo!

    “… Questo mostro stava per governare il mondo! / popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancora fecondo” ( Bertol Brecht ).
    Un Patriota iscritto all’ANPI ( tessera 070638 ) / Sezione di Albenga “Roberto Di Ferro”-“Baletta” Med. d’Oro V. M., Michele dr. DI GIUSEPPE

  2. Gentile dr. Michele, grazie per i suoi commenti che danno sempre spunti di riflessione e grazie, soprattutto, per il deciso NO al fascismo che tanti dolori ha provocato nella mia famiglia. Condivido anche ciò che dice Bertol Brecht; il fascismo è passato ma vedo in giro troppi segnali di ritorno indietro, non dico al fascismo ma a forme, diciamo così, spiacevoli di governo della cosa pubblica. Il problema è, secondo me, che gli italiani conoscono poco e male la storia appresa soprattutto attraverso la lente deformante dell’ideologia che interpreta secondo il proprio favore.
    La saluto e la ringrazio ancora, Gabriella Colistra

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