La crescita di un figlio, il tramonto di un genitore

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“Non è detto che il destino, per distruggere il cuore umano, debba menare un colpo brutale e usare tutta la sua violenza; da futili motivi esso trae la sua indomabile gioia creatrice. (…) Ma come la malattia esiste prima di manifestarsi apertamente, così il destino non comincia solo quando diventa realtà visibile e concreta. Esso impera nello spirito e nel sangue assai prima che dall’esterno arrivi all’anima. Riconoscersi è già difendersi, e per lo più è invano” .

‘Tramonto di un cuore’ (Stefan Zweig)

Quella notte il vecchio Salomonsohn si svegliò all’improvviso.  Avvertiva un forte dolore al petto. Salomonsohn si impaurì terribilmente giacché soffriva di frequenti attacchi biliari. I medici gli avevano consigliato un ciclo di cure termali ma l’uomo, pur di compiacere la sua famiglia, aveva deciso di trascorrere alcune settimane in un albergo vicino al lago.

Alzatosi dal letto, Salomonsohn si rese conto che, in realtà, il dolore stava lentamente scomparendo.

Decise quindi di fare due passi. Ma non volendo svegliare la moglie preferì uscire dalla stanza e passeggiare lungo il corridoio dove si affacciavano anche altre camere.

Mentre passeggiava nel buio, sentì una porta aprirsi nell’oscurità.

Scorse una luce indistinta e non volendosi far vedere in quello stato, si nascose in una nicchia lungo il corridoio.

All’improvviso, mentre la porta si stava per chiudere intravide la sagoma di una persona uscire, in silenzio.

Nell’oscurità  riuscì ad intravedere una veste bianca  dirigersi silenziosamente verso la fine del corridoio, dove si trovavano la sua camera e quella della figlia.  

L’uomo confuso da ciò che aveva visto, si rese conto che non potendo essere la moglie, doveva trattarsi di Erna, sua figlia di soli diciannove anni.

Assalito da mille domande, pensò che quella figura non poteva essere sua figlia Erna, la sua bambina. Doveva essersi sbagliato. Non riusciva ad immaginare per quale motivo la ragazza si trovasse  nella camera di uno sconosciuto. Quindi si avvicinò verso la camera di Erna senza far rumore ed intravide dal buco della chiave la luce accesa, alle quattro del mattino.

In quell’attimo sentì un tonfo al cuore: l’ombra che aveva  scorto era proprio la sua bambina.

Con difficoltà, riuscì a malapena a camminare e raggiungere il suo letto.  Si sdraiò. E restò a fissare il vuoto.

Un vuoto in cui, in maniera intrusiva, si affacciarono mille pensieri, emozioni, immagini della sua Erna. Una ragazza così delicata, e ben educata. Era combattuto sul da farsi.  Avrebbe voluto precipitarsi nella  camera di sua figlia e dirle ciò che aveva visto, dirle che era una poco di buono ma, un momento dopo, si pentiva, si sentiva  vigliacco ed un debole.

In quei momenti interminabili, iniziò a farsi delle domande: era la sua prima volta? Forse no,  probabilmente era già accaduto senza che lui se ne accorgesse. Pensò di essere un” cretino”, per non aver sospettato nulla. “Cretino” ripeteva  tra sé e sé.

In cinquant’anni non aveva fatto altro che lavorare, quattordici ore al giorno, pur di rendere felici le sue donne. Ora che ci rifletteva si rendeva conto  di non conoscerle abbastanza. Non sapeva cosa facessero tutto il giorno. Usciva al mattino che loro ancora dormivano, mentre la sera, quando rientrava a casa, loro spesso erano fuori.

Ma a lui non importava, desiderava solo il loro bene. Renderle felici era l’unica cosa che dava senso alla sua vita.  

Per la prima volta Salomonsohn realizzò di essere solo e di esserlo sempre stato.

Ora gli venivano alla mente immagini in cui la moglie e la figlia, una volta entrate a far parte dell’alta società,  avevano iniziato a deriderlo, per come parlava, per come vestiva. Realizzò che non si sentiva più considerato e di questo iniziava a prenderne consapevolezza.

Il giorno dopo, a colazione,  la figlia si avvicinò per salutarlo. Avrebbe voluto parlarle ma non ebbe il coraggio. Anzi, ad un tratto si ammmutolì, e  si allontanò in gran fretta perché sentiva di non trattenere più le lacrime. E fuggì verso il lago.

Mentre camminava, immerso nella natura, nonostante l’irrequietezza che non gli dava tregua, non poté fare a meno di ammirare le bellezze del luogo, un  luogo che invitava ad essere felici.

Pensò che avrebbe voluto esserlo anche lui. Gustare per un momento quella piacevole spensieratezza che non aveva mai avuto. Perché all’età di dodici anni aveva lasciato la scuola per andare a lavorare. E, da allora, non si era più fermato.

Faceva parte di una sorta di destino di famiglia. In quel momento gli tornarono alla mente le parole del padre: ”Il divertimento non è fatto per noialtri, noi dobbiamo portare il nostro fardello fin nella tomba!”

Il vecchio Salomonsohn non vedeva più una via d’uscita. Il suo cuore era lacerato dalla rabbia, dalla tristezza, dalla mancanza.  E dalla difficoltà ad urlare il suo dolore…

Il giorno successivo chiese alla moglie  di fare le valigie e di andare via da lì. Non voleva che entrambe frequentassero quei fannulloni conosciuti da pochi giorni.  Non voleva vedere quei tre damerini mentre corteggiavano la figlia, perché tra loro c’era sicuramente la persona che l’aveva sedotta.

La moglie irrigidita gli rispose di no, che loro sarebbero rimaste, e che se provava fastidio nel frequentarli doveva solo smettere di farlo. L’uomo insistette, ma la donna irremovibile gli rispose che per quel giorno avevano accettato l’invito di fare una gita al lago.  E quindi non sarebbero partite.

A quel punto lui  salì, di corsa, le scale verso la sua camera.

Si ritrovò da solo, con un dolore pungente al costato: una colica biliare pensò.

Avrebbe preso dei farmaci, ma non li aveva a portata di mano ed era solo nella stanza.

“Non c’è nessuno”, pensò amaramente, “un giorno creperò solo come un cane…perché so benissimo che quel che mi rode non è il fegato… è la morte, che avanza dentro di me…Lo so, sono un uomo condannato e né professori, né cure possono aiutarmi…”

A poco a poco il dolore si affievolì. Ma, nonostante ciò, avvertì che qualcosa iniziava a morire. Ripensò alla sua vita. E tutto quello che aveva amato lentamente si trasformò in un cumulo di indifferenza, qualcosa finiva.

Ebbe inizio così il tramonto del suo cuore.

Il giorno successivo comunicò alla famiglia che sarebbe tornato a casa. La moglie preoccupata gli rispose di aspettarle, sarebbero partiti tutti insieme. Ma l’uomo le rispose che non c’era bisogno, potevano trattenersi il tempo che desideravano. Non avendo più nulla da dire, senza voltarsi aprì la porta ed uscì.

Non comprendendo la sua reazione le due donne iniziarono a scrivergli ogni giorno. Fino a quando decisero di tornare a casa.

Salomonsohn le accolse con un’iniziale indifferenza. Che, ne giorni successivi, si trasformò in un mutismo ed una distanza sempre più marcati.

La sensazione di vuoto che stava provando cresceva ogni giorno di più.

Il suo sguardo non si incontrava più con le persone che un tempo aveva amato. Il suo faticoso e tanto amato lavoro non era più al centro dei suoi pensieri. Tutto gli era estraneo. Non leggeva più, non intratteneva discorsi. Sempre più ritirato iniziò a non presentarsi durante i pasti. Fino a quando arrivò il giorno in cui,  in seguito ad un delicato intervento, il suo cuore smise di dolere.

Il vecchio Salomonsohn  scopre  dunque  che la figlia non è più la sua bambina, ma una giovane donna, piacente e sensuale, che inizia a sperimentare l’attrazione per il sesso maschile.  

Una scoperta che, all’inizio lo perturba. Si sente arrabbiato, deluso, impotente.

Lui che,  fino a quel momento,  aveva vissuto con il solo scopo di rendere felice la sua famiglia ed in particolare la sua bambina, si rende conto che la figlia è un’estranea.  

L’uomo si sente impotente. Non riesce a parlarne con la ragazza di ciò che ha scoperto, tantomeno con la moglie.

Spesso prova, verso Erna, dei moti di rabbia esplosivi che reprime fuggendo ogni volta che questi prendono forma. Moti che esterna attraverso comportamenti distanti ed indifferenti.

E’ disperato e solo. Ed in quella disperazione non riesce ad accettare che sua figlia è cambiata.  

Nella sua impotenza, che oscilla tra sentimenti di  rabbia e dolore, non riesce a  trovare una via di uscita.

Ma cosa è accaduto al vecchio Salomonsohn? Come mai  il cambiamento di sua figlia gli ha generato un senso di impotenza e di perdita incolmabile?

Ogni bambino, sin dalla nascita, inizia un processo di crescita e di separazioni, in cui  sperimenta nuove autonomie.

Quando un ragazzo si avventura negli anni dell’adolescenza,  vive una vera e propria rivoluzione, certamente la più importante.

Ovviamente, tale cambiamento non può non  coinvolgere anche il genitore e la relazione che questi ha con il proprio figlio.

A volte accade che un genitore faccia fatica a lasciar andare e ad accettare l’esigenza di autonomia del figlio, che viene vissuta con un senso di  perdita.

Può sentirsi confuso, disorientato, arrabbiato, triste, in colpa… Queste sono solo alcune delle emozioni consuete, che possono variare d’intesità e durata, a seconda della propria storia personale, e del momento di vita che si sta attraversando.

Tuttavia, prima o poi,  tutti i  genitori si confronteranno  con gli effetti di questo cambiamento.

Effetti che prendono forma a seconda dei percorsi e significati personali. In Salomonsohn, ad esempi0, la ricerca di indipendenza della ragazza genera  un senso di vuoto e di impotenza.

Tale difficoltà non è tanto da ricercare nell’amore per Erna, quanto nella sua difficoltà a riconoscere che la figlia non è più la persona che immaginava  fosse, ma una giovane donna che inizia ad avvertire bisogni ed esigenze diverse.

Ed è proprio questa difficoltà a riconoscere l’altro nel suo processo di autonomia, che lo immobilizza e lo porta a confrontarsi con un senso di solitudine che ha sempre  avvertito sullo sfondo, ma che non aveva mai tematizzato.

L’aspetto più drammatico della sua sofferenza, tuttavia,  è quello di non riuscire a trovare una nuovo modo di disporsi emotivamente all’interno della relazione.

Percepire la mancanza,  dal punto di vista del genitore, significa fare i conti con i propri vissuti e con la propria storia.

Le oscillazioni di vicinanza e di distanza che si provano nella relazione fanno emergere in alcuni casi insoddisfazioni personali  che non si sono mai affrontate, rapporti sentimentali che si trascinano, esigenze fino a quel momento inascoltate, ed altro ancora.

Esigenze che molto spesso generano spazi di riflessione e di condivisione.

Domande che ci aiutano a tracciare un percorso conoscitivo utile a generare  risposte alternative in un destino già scritto, ma allo stesso tempo modificabile. Spazi di riflessione che ci aiutano a diventare più consapevoli e quindi più liberi di tracciare un  percorso che, in quel momento, con tante difficoltà, si sta portando avanti assieme ai nostri figli e in particolar modo con noi stessi.

Dott.ssa Paola Uriati

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Ho conseguito nel 1994 il diploma di Laurea di dottore in Psicologia indirizzo Clinico e di Comunità, presso l’Università la Sapienza di Roma. Sono iscritta dal 1997 all’Albo degli Psicologi della Regione Lazio. Dal ’94 al ’99 ho svolto il Corso quadriennale di specializzazione in Psicoterapia Cognitivo post-razionalista, presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva di Roma. Lavoro come psicologa psicoterapeuta a Roma e mi occupo principalmente di disturbi dell’umore, disagi adolescenziali, disturbi di personalità, problematiche relazionali e sessuali. Ho partecipato a Convegni in qualità di relatore ed ho realizzato pubblicazioni fra cui “ Approccio evidence-based alla valutazione del trattamento comunitario terapeutico-riabilitative del Lazio”. Da febbraio 2020 seguo un progetto editoriale, uno spazio in cui condivido argomenti che hanno, come obiettivo principale, il benessere della persona. Sono appassionata di fotografia. Mi piace catturare le immagini, piccoli frammenti della nostra identità, che si svela nell'incontro con l'altro e con il mondo.

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