Intervista alla scrittrice Emilia Testa

132195

A Libri, Arte e quant’ altro arricchisca l’anima,

l’ospite di oggi è la scrittrice, Emilia Testa

Oggi nel mio spazio arriva una donna che ama la comunicazione in tutte le sue forme espressive e visive, sia per lavoro che per diletto, partendo dal suo percorso di studi: Cinema e Drammaturgia al Dams di Bologna, per poi arrivare al suo attuale lavoro di Visual Merchandising (una figura importante nel settore commerciale, in cui immagine e strategia comunicano al meglio il prodotto da promuovere) ma nelle sue passioni vibra forte l’amore per la letteratura, la poesia, la musica Jazz, l’arte contemporanea e non per ultima la scrittura.

“Scrive racconti e testi poetici, curando le parole, come un miniaturista, facendone storie di donne, di sentimenti, di stati d’animo, di paesaggi, di città, di digressione “

La poesia le scorre nel sangue. Una comunicazione intensa la sua, in cui scaturiscono emozioni e lasciano intravedere le sue fragilità, il suo bisogno di sicurezza … 

Nei sogni di gelidi inverni

mi dondolavo con te su un’amaca in giardino

mentre il sole offriva riposo

all’ansia di vivere che sempre mi abitava

( Di Voci e Silenzi)

 E ancora liriche di speranza, che invoca come un mantra, in cui la bellezza della poesia traspare nella purezza dei suoi versi che decantano il bisogno di certezze, di quell’ amore che appare svanire e torna prorompente nel suo desiderare.

Di carezze d’amore

saranno ancora rivestiti i nostri anni,

ancora ci saranno mari e spiagge

e un fantasticare dolce di speranze.

Ancora piccole lanterne di luce

avvolte nei nostri corpi abbracciati

e i tuoi chiari capelli a sussurrare parole mai dette

sulla scia di desideri e rimpianti.

(Canto D’amore)

 Una donna poliedrica che sa muoversi nel mondo del marketing dove l’immagine impone strategia. e nel contempo sa viaggiare nel suo animo, lasciando trasparire la sua vera essenza fatta di fragilità; mettendosi a nudo abbandona apparenza e raziocinio per vivere quelle emozioni che solo chi scrive conosce. E mi viene da chiederle, visto la sua esperienza in campi così differenti, se è meglio apparire o essere? Chiediamolo direttamente a lei.

Innanzitutto ti ringrazio di essere qui e parto subito col chiederti: Cosa ti ha spinto a indirizzare i tuoi studi nell‘ambito Cinema e Drammaturgia?

Buongiorno Monica, anzitutto grazie per avermi invitata tra le tue pagine, sono molto felice di essere qui. In realtà volevo fare Filosofia, mi ero anche iscritta, ma in quegli anni avevo una sete di libertà, volevo andare via da una famiglia molto restrittiva, ho pensato che fosse meglio cambiare città. Bologna mi piaceva, avevo diversi amici, e poi c’era il DAMS che era una facoltà innovativa, piena di fermento creativo. Ci andavano tutti quelli che all’epoca, si sentivano un po’ “edgy e artistoidi”, come mi sentivo io. Poi ho sempre amato il cinema. Da ragazzina, molte volte al pomeriggio, invece di studiare scappavo al cinema. Amavo i cineforum, i piccoli spazi aperti a certe sperimentazioni teatrali, artistiche, dove si proiettavano film d’essai. Il cinema è come una finestra che si apre e ci proietta in un “altrove” pittorico e emozionale, dove ritroviamo sempre pezzi di noi che ci aiutano a conoscerci, ad aggiustarci, a farci nuovi/e. In un finale aperto, fatto di sfide di pensiero.

Fai un lavoro in cui la comunicazione visiva è importante, in quale settore commerciale hai trovato più soddisfazioni?

Ho frequentato lo IED e sono esperta in design. All’inizio lavoravo nella moda, anche con brand importanti, giravo un po’ l’Italia: Milano, Roma, Napoli… Erano anni belli, la moda era un atto creativo, abbracciava e si integrava all’arte, alla fotografia, anche all’architettura. C’era originalità, molta cura del manufatto. Dopo ci sono state le catene low cost che hanno omologato un po’ tutto, a discapito dell’originalità. Così da dodici anni sono passata al settore arredamento. Collaboro con una casa francese, cerco di creare piccoli spazi di bellezza all’interno delle case. Spero di riuscirci.

La letteratura è una delle tue grandi passioni.  Hai un autore preferito?

Ho scoperto Virginia Woolf a diciassette anni e Dostoevskij a diciotto, insieme ad altri scrittori  russi che amo. Entrambi hanno una prosa che fluisce e si espande, la loro scrittura ha delle qualità che definirei spirituali. La Woolf è stata anche portavoce di una strenua battaglia sociale in favore della parità dei sessi e dell’emancipazione della figura femminile. Dostoevskij ha studiato e sviscerato la concezione dell’uomo dei nostri tempi, anche se i suoi romanzi sono ambientati nella Russia zarista dell’Ottocento. Per me restano un faro di grandezza.

Nelle tue liriche si avverte una capacità descrittiva importante “curi le parole, come un miniaturista”, da dove nasce questa stilistica?

Grazie, Monica, forse arriva proprio dalla poesia, è da lì che ho iniziato. O forse dagli studi classici, non saprei. So solo che scrivere è per me fonte di grande gioia. Curare le parole, l’atto creativo del narrare, è un modo per comprendere la vita, il nostro sentire, le cose importanti che non hanno ancora trovato il loro nome, la loro forma, e aspettano una definizione.

Hai ottenuto grandi soddisfazioni in campo letterario giungendo al primo posto nei Concorsi nazionali: Stabia in versi, a Castellamare di Stabia, Io racconto, ad Alfonsine (Ravenna) e Clepsamia, a Milano. Un tuo ricordo

Il penultimo a Costacciaro un delizioso borgo dell’Umbria. Ero in ritardo, e anche di molto, venivo da Milano era un sabato di luglio e c’era tanto traffico in strada. Quando, finalmente, sono arrivata lì, neanche il tempo di parcheggiare e sono entrata in questa sala e…tac, mi ha accolto un applauso che mai in vita mai. Ci sono voluti un paio di minuti per capire che ero la vincitrice del concorso. E preda di una forte emozione. Sai una cosa, però? I concorsi a cui ho partecipato mi hanno aiutato a vincere soprattutto la mia timidezza abissale… perché, sentendomi a disagio quando vengo premiata, comincio a diventare logorroica, e sembro sicura, ma è una finta sicurezza, conquistata con estrema fatica.

Nel 2021 pubblichi, con la Casa Editrice Dantebus, la tua prima raccolta poetica: “La logica del cuore – Ho scritto ti amo e tante altre parole sconnesse”. Due parole sue questa tua prima esperienza letteraria.

La logica del cuore nasce dal mio amore per la poesia, dal mio dilettarmi a scrivere poesie. È stato un libro che ho voluto con forza, un libro che andava anche a compensare certe mie deficienze sentimentali.  Per essere un libro di poesia, e la poesia è sempre un po’ di nicchia, come tu sai, ha riscosso un certo successo. È stato la sintesi di una forza premonitrice, esplosiva e un po’ tragica, come ogni monito. Mi ha permesso di parlare “col cuore in mano” di amori al femminile, amori che ti portano alle stelle, perché finalmente pensi di essere salita sull’arca della riconciliazione con te stessa, amori che magari ti portano anche agli inferi, perché poi, al di là di scelte soggettive, ogni amore può essere croce o delizia. Un canzoniere di nascita, morte e rinascita. La vita che salva sé stessa alla fine.

È uscito da poco la tua raccolta di racconti edita dalla Giovane Holden Edizioni, “Siamo rimaste nude nello specchio”.  Da dove nasce questo titolo?

Dopo l’esperienza poetica avevo voglia di narrare in prosa, esibire con le parole anche messaggi di impegno sociale. Il titolo nasce dall’Alice di Lewis Carrol, la piccola bambina ribelle alle regole che si lancia oltre lo specchio, per recuperare il passato e produrre nuove realtà. Realtà visibili soltanto a lei, e a coloro che, come le donne protagoniste del libro, hanno il coraggio di proiettarsi oltre l’immagine che lo specchio ci mostra. Davanti allo specchio spesso la nostra identità è sfocata, ha contorni poco chiari. Lo specchio riflette ma non racconta. Entrare nello specchio significa restare nudi, nude, alla luce della propria paura, paura che è monito e archetipo di ogni rinascita.

Nella tua raccolta domina la solitudine, a volte evidente, altre volte camuffata in un controcanto cinico fatto di disincanto. Vuoi approfondire con noi?

Certo, Monica, c’è solitudine perché le mie protagoniste si sentono incapaci di dare una svolta alla loro vita, nel loro animo c’è un continuo dibattersi tra il desiderio di essere se stesse e l’ansia di controllo. Sarà proprio l’incontro con un’altra donna a disegnare un nuovo percorso. Così vedremo che Laura sceglierà Daria perché qualcosa di magico e assoluto nasce tra loro, Federica cercherà Valeria, anche se la ragazza la porterà sul proprio piano un po’ perverso e divorante, Marta, attraverso Serena, cercherà una poetica d’alleanza con altre donne. Alla fine tutte capiranno che l’importante è dire la propria verità, rivelarsi al mondo, e che l’amore non ha confini logici. Quando si è soli, sole, tante volte si dice: “Ah, come sto bene, senza problemi… senza dover dare spiegazioni.” Ma in realtà è proprio l’assedio della solitudine a renderci cinici. L’amore, comunque vada, è prototipo di salvezza. Ci fa intercettare una piccola fiamma là dove prima era tutto buio.

Qual è il tuo rapporto con la solitudine?

Fin da ragazza ho nutrito una trepida venerazione per la solitudine. Vivevo in una famiglia numerosa, in una casa che era un porto di mare, piena di fratelli, nonne, parenti e amici dei miei. Abitavamo in centro e chiunque passava faceva un salto da noi. Bramavo qualche momento del giorno in cui non ci fosse nessuno in casa per ascoltare musica a tutto volume, per scrivere il mio diario. Ricordo ancora piccole poesie che scrivevo in quei momenti, erano cariche di pathos, condensate di immagini inquietanti in cui volevo perdermi per ritrovare nuove direzioni, un’altra me. La solitudine ancora oggi la vivo bene, mi sembra di stare in uno stato di serena abdicazione di fronte al caos della vita. Certo non sempre, a volte ho proprio bisogno di immergermi nei ritmi frenetici della città… certo, vivendo a Ravenna, non è facile, è una città molto bella ma offre poco a livello artistico e culturale, e lo dico con dispiacere, visto che in questo momento la considero la mia città.

Se potessi viaggiare nel tempo e conoscere un grande del Cinema passato chi sarebbe e cosa gli chiederesti?

Non ho dubbi sarebbe Jean Luc Godard uno dei registi più importanti della Nouvelle Vague il movimento cinematografico francese nato sul finire degli anni Cinquanta.  Negli anni del DAMS e poi dopo, ho sempre apprezzato il processo creativo e la visione del mondo che avevano i registi di quel movimento: Godard, appunto, e poi Truffaut, Chabrol, Rohmer. Loro hanno realizzato un cinema in sintonia con i tempi, hanno riscoperto lo “splendore del vero” attraverso un nuovo modo di guardare il mondo. In Godard ancora di più apprezzo l’innovazione totale di un cinema che esce nelle strade, entra nelle case di gente comune, si sofferma sui visi che si fanno romanzo, un romanzo scritto con la macchina da presa, sempre con uno sguardo trasversale. A lui vorrei chiedere: “Jean Luc, è una giornata d’inverno, fredda ma col sole. Un sole dolce che entra dalla porta del bar. Siamo seduti io e te, a Parigi, e tu vuoi andare in giro per filmare volti, io invece ti rubo tempo. Ma tu, Jean Luc, ci credi che mi hai insegnato tanto mentre studiavo e guardavo i tuoi film? Lo vedi che anche io ho impiccato le convenzioni, il patriarcato, le vessazioni a cui ci sottopone il potere? Vedi che ne provo felicità? Forse la stessa che hai provato tu, da rivoluzionario del cinema.” Chissà cosa mi direbbe… sto davvero immaginando la scena.

Lo scrittore, poeta, Raine Maria Rikke diceva:” Ai veri poeti il primo verso viene regalato da Dio, mentre tutto il resto è dura fatica dell’uomo Qual è il tuo rapporto con la fede?

Io credo di essere un mix di fedi… sono nata in una famiglia molto religiosa, pensa che anche le nostre gite dovevano avere un senso mistico: si sceglieva un paese, un borgo  dove ci fosse un santuario, o una chiesetta, da visitare. Solo dopo si andava a mangiare e a divertirsi, in un parco, sulle giostre, al lago.  I primi viaggi da ragazzina li ho fatti con mia nonna, con i pullman organizzati dalla parrocchia: messe in cambio della visita a città che non conoscevo. Come si suol dire: Parigi val bene una messa… Con gli anni sono diventata buddista, ma il piacere di entrare in chiesa e accendere una candela non me lo nego mai. In un recente viaggio a Sarajevo entravo in tutte le moschee, e mi facevo rapire dal canto del muezin, osservavo assorta i rituali di preghiera. Come diceva Freud: “Ciò che conta non è il che ma il come”, quindi credo che la religiosità possa declinarsi su piani diversi, alla fine conta la forza motrice che porta in sé il sentimento di dedizione alla vita, alle storie degli altri, alla natura. Del “rituale religioso”  mi piace la sinergia dell’essere uno/a tra tanti/e, un corpo accanto all’altro, e vedere negli altri il riflesso di noi.

 Ma chi è Emilia Testa nella vita di tutti i giorni?

È una donna che si dà tanto da fare, anche se in questo momento la mia continuità attiva ha subito una temporanea interruzione: mi sono fratturata due vertebre. Però sono una che si sente addosso il peso di tante responsabilità, verso sé stessa e verso le persone a cui tiene. A volte faccio molta fatica e scapperei via volentieri. Quando non ho tanti “sbatti” tendo ad essere una donna pacata, un po’ solitaria, che ama arrivare alle cose attraverso stati diacronici di pensiero. Questo porta a un rallentamento di quella frenesia che metto nelle cose pratiche della vita. Quindi sono veloce e tardiva a un tempo. Amo la vita cittadina, i rumori del traffico, le attività culturali, i musei, le attrattive che solo una grande città sa offrire. Ma anche nella frenesia ho una mia solitudine che mi accompagna, un angolo solo mio anche in mezzo a una moltitudine di volti.

Progetti futuri?

Sicuramente un nuovo libro, a cui ho messo mano da qualche mese. Sarà ambientato a Napoli, per lo più, gli anni quelli a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Ci sono io, ma soprattutto ci sono le persone che hanno attraversato un pezzo di vita con me. Parlerò sempre di omosessualità, di diritti civili, delle minoranze. Sarà un’esplorazione di corpi e di anime, tesa alla ricerca difficile e intima della propria identità. E tanto altro, ma non dico più nulla.

E giungo alla mia curiosità iniziale e ti chiedo: È meglio apparire o essere?

Credo che la forma è sostanza, e viceversa. L’essere prevale nettamente, ma il modo in cui ci si presenta al mondo è assolutamente importante. È un po’ come nella scrittura: puoi raccontare una bella storia ma se non hai stile non risulterà accattivante. A volte anche una trama trita e ritrita se si scrive con uno stile particolare diventa unica e indimenticabile. Come puoi avere tutto il bello dentro di te, ma esporlo al mondo in modo gretto, arrogante, non valorizza il tuo potenziale. Ecco perché il binomio tra essere e apparire è inscindibile. L’apparire deve amalgamarsi con l’essere. Solo così il messaggio diventa accattivante.

Ringraziando  Emilia Testa per il tempo dedicatomi ricordo ai nostri lettori il suo sito

intervista a cura di Monica Pasero

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here